SE GUARDO IL MONDO DA UN OBLO L’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA DELLA CITTÀ

Quello che i cittadini devono sapere per giudicare chi li amministra

Il disegno di legge che potenzia i poteri di Roma Capitale è in fase avanzata di approvazione trasformando l’attuale Città Metropolitana in una sorta di Regione a statuto speciale. D’altra parte un’area di 4 milioni di abitanti in molte parti del mondo sarebbe già di per sé una Nazione, come la Croazia o il Kuwait, e quindi una delega organizzativa ampia è di fatto nelle cose.

Milano con i suoi 1,4 mln di abitanti e una Città Metropolitana inesistente, non ha di questi problemi e infatti a livello nazionale viene equiparata alle altre città capoluoghi di aree metropolitane, come Messina, Catania o Reggio Calabria, che avranno in futuro poteri assai minori di quelli romani.

Ciò consente di mantenere uno status quo che al momento pare andare bene a tutti, fatto di mini-aziende partecipate (con la doverosa eccezione di A2a, la quale però è di diritto privato e sostanzialmente segue politiche proprie che con la città poco impattano, se non come cliente d’elezione cui non è dato obiettare modalità e tariffe applicate) e un piccolo mondo antico di privilegi dirigenziali, dove la macchina comunale è l’esempio più lampante di questa atrofizzazione del governo urbano, con un apparato incapace di organizzare una delega operativa ai propri municipi per timore di perdere la propria posizione di dogana, nonostante questi abbiano singolarmente altrettanti abitanti delle succitate Messina, Catania o Reggio Calabria, soprattutto dove questa dogana assomma poteri di blocco importanti, edilizia privata in testa.

In sé l’area metropolitana milanese ha le stesse caratteristiche di quella romana in termini di abitanti (3,5 mln contro 4,2 mln) e una serie di problemi assolutamente identici, a partire dall’armonizzazione urbanistica che porta con sé quello dei trasporti, dell’edilizia popolare, della distribuzione non omogenea dei servizi pubblici e della loro scasa efficienza che si traduce in minori servizi e costi più alti per i cittadini.

Però oggi Milano, a partire dalla sua classe politica per finire al semplice cittadino ben altrimenti preoccupato, di quest’area vasta  non sa che farsene, e non solo a causa dei suoi Sindaci, ma proprio per una sua moderna vocazione isolazionista, assolutamente antieconomica nonché antistorica, che genera a sua volta i maggiori problemi cui assistiamo, primo su tutti l’incremento nei valori immobiliari solo blandamente temperato da timide politiche atte a sottrarre lo scarso spazio milanese alle naturali inclinazioni del Mercato.

Se venissimo studiati come un caso universitario, o se solo anche noi stessi ci elevassimo in volo sopra la nostra città e osservassimo questa invisibile cintura daziaria imposta dall’organizzazione amministrativa attuale, ci accorgeremmo di quanto sia dannoso il ritenere straniero ciò che non sia strettamente milanese.

Attualmente l’unica struttura economica di area metropolitana esistente, l’ATO del Servizio Idrico Integrato, è lo stesso divisa in due, senza che ciò corrisponda a nulla che non sia il desiderio delle dirigenze di poter essere i primi nelle loro casette fatte con i mattoncini Lego: come possano due aziende che mal arrivano a 800 mln di euro di fatturato, con una redditività appena bastevole grazie anche a tariffe ottocentesche offensivamente basse, poter pensare di avviare programmi di riqualificazione che cubano dai 5 ai 10 mld di euro, è un mistero di difficile soluzione e infatti né l’una né l’altra metteranno mai mano al Governo di acqua (e aria) come sarebbe obbligatorio.

A Roma (dove peraltro assomma competenze assai più ampie) ACEA, la partecipata del Comune che gestisce il SII, fattura 4 mld, ed ha ben altra capacità di investimento rispetto a MM e CAP cui sono preclusi per frammentazione delle aree di competenza e per bilancio.

Alla data odierna l’altro ATO immediatamente intuibile per la sua dimensione metropolitana, ovvero quello dei rifiuti, non è nemmeno alle viste sia a causa dell’ingombrantissima appartenenza di AMSA a una società di diritto privato (gli ultimi appalti finalizzati a non farle perdere la raccolta dei rifiuti a Milano sono stati variamente bocciati proprio perché società non In-House  e quindi soggetta alle regole di Mercato e solo i bizantinismi nella redazione di tali gare hanno potuto al momento dribblare il problema), sia perché i restanti 132 Comuni metropolitani restano abbarbicati al loro potere di controllo sulle aziendine locali con le intuibili diseconomie in termini di gestione di territori, degli spazi destinati, degli smaltimenti che imporrebbero una gestione unitaria.

Il dualismo classico della storica contrapposizione fra Milano e Regione Lombardia emerge nella gestione delle Case Popolari e l’incapacità di entrambi gli attori di riqualificare e ampliare l’offerta se non a seguito di sempre più risicate sovvenzioni, indica sia l’incapacità di visione nella gestione del patrimonio pubblico in un’area in cui i valori immobiliari fanno dei fatiscenti immobili pubblici, potenziali miniere di denaro,  sia la necessità di porre la parola fine ad una organizzazione volta al mantenimento di se stessa, come indicano i 1500 dipendenti senza che nessuno di loro sia destinato ad una qualche funzione differente da quelle amministrative o di (non) controllo.

Lo stesso dualismo scoordinato e inefficiente di Comune e Regione colpisce due settori a totale carico del Pubblico, come quelli dell’assistenza sanitaria e di quella sociale, notoriamente privi del requisito fondamentale di un’organizzazione territoriale pur nella profusione non indifferente di risorse riversate sul settore privato o su quello no-profit, senza che alla fine emerga la figura del paziente o del bisognoso se non l’indicazione generica dei costi pro-capite, in assenza di strategia alcuna di governo e affrancamento da malattia e bisogno.

Frammentazione ostile anche nei trasporti, ovvero l’infrastruttura più importante per un’area dominata da industria, commerci e servizi fondati sugli spostamenti, dove la contrapposizione interessata fra ATM e Trenord (e mettiamoci pure il ruolo ambiguo di Trenitalia) si somma alle politiche di distribuzione su base comunale dei contributi alla mobilità, i cui mille rivoli evaporano rapidamente al sole delle necessità quotidiane.

Se su tutto ci mettiamo anche il problema numero uno dell’Area Milanese, ovvero la pessima qualità dell’aria con la massiccia coltre di ossidi di azoto e zolfo che ci sovrastano a causa della scarsa ventilazione e tutti legati alle varie combustioni (dalla produzione di energia elettrica, a quella termica al traffico) ecco che la pletora di Enti non-decidenti e non-operanti su base rigorosamente comunale risulta parte del problema, anche nel Comune più importante dove infatti sugli appalti energia e sul controllo delle emissioni siamo ancora all’anno zero, nonostante i dirigenti inutilmente preposti abbiano nel corso degli anni assommato prebende ben superiori a quelle di Mattarella, senza che voce alcuna si levasse a sollevare dubbi su costi e risultati.

Ad accorgersi che qualcosa non funzioni è stato per primo l’attuale assessore al Bilancio Conte che ha proposto una semplificazione gestionale a livello comunale, riunendo le varie Partecipate in unica Holding di controllo atta a eliminare le infinite repliche funzionali che ingolfano le singole società e dar loro un potenziale indirizzo unitario.

Ciò però non tocca ancora il vero nodo della questione che è quello dell’estensione alla scala metropolitana dell’azione di tutte le Partecipate, quand’anche riunite in unica società multiservizi come sarebbe scritto nelle cose, sia in forma operativa o di controllo, perché solo così si possono raggiungere le dimensioni gestionali utili anche a imporre piani industriali seri e finanziabili dotati di solide basi economiche nell’ottica di una effettiva transizione ecologica e una fornitura incrementale di servizi ai cittadini, andando a sostenere il loro reddito attraverso la maggiore efficienza di una macchina pubblica non costruita per dar stipendi incongrui ai propri dirigenti e stipendi gozzaniani (per servizi altrettanto gozzaniani) ai propri dipendenti.

Il problema, come ognuno comprende facilmente, è nella forma di questo allargamento, inevitabilmente consortile e completamente In House per dar modo ai singoli Comuni di non sentirsi scavalcati da Milano, ma soprattutto accompagnato da una riforma radicale dei Municipi che li avvicini di più all’organizzazione romana, dove i poteri su molte materie sono delegati, perché la progressiva inevitabile inclusione dei Comuni limitrofi all’interno della Città di Milano non può certo passare per la scomparsa delle singole identità locali, mentre si universalizzano e diffondono in modo omogeneo tutti i servizi ai cittadini.

Questa è la nostra riforma costituzionale obbligata, che non può certo passare a maggioranza ma richiede una per quanto complicata unità di intenti fra forze politiche e Enti: partendo oggi da una posizione di forza locale difficilmente scalfibile dalla prossima tornata elettorale, tocca al Partito Democratico proporre agli altri Partiti  la ‘romanizzazione’ di Milano con relativo do ut des ai Comuni metropolitani e a Regione Lombadia, perché la campanella della fine ricreazione dei piccoli poteri locali di cattivo gusto è ampiamente suonata.

Giuseppe Santagostino

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Gianluca Bozzia
Gianluca Bozzia
3 giorni fa

Concordo. Pisapia fu incapace anche di concentrarsi sul creare Municipi come fossero Comuni e almeno provare a fornire a Milano l’esempio di una Città Metropolitana, l’unica significativa per complessità che dovesse veramente integrare così tanti comuni, ispirandosi e dando concretteza la legge Del Rio. La nostra città deve condurre questi cambiamenti, per sè, oltre che per il resto dell’Italia.

Valentino Ballabio
Valentino Ballabio
2 giorni fa
Rispondi a  Gianluca Bozzia

Tutto condivisibile ma per porre fine alla “ricreazione dei piccoli poteri locali” occorrono tre condizioni preliminari:
Primo: ricomporre la frattura territoriale: recuperare la Brianza e possibilmente ampliare alla fascia del Seprio;
Secondo: cancellare lo sgorbio istituzionale: abrogare la legge Dlrio;
Terzo: ripartire dallo status quo ante: ad esempio dal ddl Besostri “Norme speciali per la città di Milano” presentato invano al Senato nel 2001.
La marcia indietro per poter imboccare la strada giusta è difficoltosa ma purtroppo necessaria!

Valentino Ballabio
Valentino Ballabio
2 giorni fa

Tutto condivisibile ma per porre fine alla “ricreazione dei piccoli poteri locali” occorrono tre condizioni preliminari:
Primo: ricomporre la frattura territoriale: recuperare la Brianza e possibilmente ampliare alla fascia del Seprio;
Secondo: cancellare lo sgorbio istituzionale: abrogare la legge Dlrio;
Terzo: ripartire dallo status quo ante: ad esempio dal ddl Besostri “Norme speciali per la città di Milano” presentato invano al Senato nel 2001.
La marcia indietro per poter imboccare la strada giusta è difficoltosa ma purtroppo necessaria!

Giovanni Fattore
Giovanni Fattore
2 giorni fa

Anche io condivido. Il punto diventa “che fare”? Non credo che la via legislativa nazionale sia percorribile. La strada più fattibile mi sembra un allargamento volontaria del territorio del Comune di Milano.

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