2148: AL MUSEO DEL PATRIARCATO LA FINE DEL GENDER GAP

L’anno della parità di genere?

Calpesto all’ingresso uno zerbino in cocco sintetico con la scritta a grandi caratteri PATRIARCATO, che è la prima opera interattiva del percorso e che ha il significato di lasciarsi alle spalle il dominio talvolta violento e le dinamiche di potere e controllo esercitate da uomini su donne, alimentate da stereotipi e aspettative di genere. 

Con un balzo temporale di oltre un secolo mi trovo nel 2148 all’ingresso del museo immaginario del futuro, quando secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum sarà finalmente raggiunta la parità di genere. 

Mi immergo nell’allestimento museale guidata da Fabiana Costantino, rappresentante dell’Ufficio Stampa, di Action Aid che ha promosso, prima a Roma e ora a Milano negli spazi della Fabbrica del Vapore, questo gioco culturale e poetico su passato e presente. Un messaggio iconico e potente, che auspicabilmente troverà accoglienza in altri spazi espositivi della penisola.

In realtà la collezione di opere, reperti e cimeli di questo Museo che parla del patriarcato al passato come sistema di organizzazione sociale ormai superato, rispecchia drammaticamente il nostro presente e fotografa il nostro oggi con le criticità persistenti nei domini del potere, del tempo e della conoscenza.

L’Italia si posiziona, infatti, al 79° posto su 146 Paesi, con evidenti ritardi nella partecipazione economica e nella presenza femminile nei ruoli decisionali. Colmare questo divario richiede che il gender mainstreaming diventi non solo un metodo di lavoro, ma il principio guida dell’azione di governo, dal bilancio allo sviluppo territoriale, dal welfare alla mobilità, dalla cultura alla transizione digitale, affinché ogni decisione pubblica contribuisca in modo misurabile alla riduzione delle disuguaglianze.

La ricerca condotta da Action Aid indaga attraverso l’analisi di una giornata tipo di ragazze e donne la permanenza di stereotipi e norme di genere che ne condizionano libertà, sicurezza e opportunità di partecipazione. La cultura dell’uguaglianza di genere come bene pubblico rimane oggi ancora incompiuta.

Per realizzare un cambiamento che agisca concretamente sull’eguaglianza, riducendo i divari di potere e il dato drammaticamente elevato dei femminicidi e della violenza maschile contro le donne, è necessario adottare e finanziare in modo adeguato un piano strategico e operativo specifico di prevenzione primaria strutturale, di lungo periodo, con obiettivi verificabili e responsabilità condivise.

In altri termini educare a casa e a scuola al rispetto e all’uguaglianza fin dall’infanzia, anche attraverso l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado, materiali didattici non stereotipati e inclusivi e percorsi di formazione di genitori e personale scolastico sugli approcci educativi sensibili al genere. L’ordine simbolico e sociale che costruisce la virilità come dominio e la dipendenza femminile come normalità attende ormai da troppo tempo di essere scardinato, promuovendo una trasformazione culturale che sappia valorizzare maschilità fondate su empatia, condivisione e corresponsabilità. Questo obiettivo non si esaurisce nella condivisione di compiti, ma deve incidere sulla ridistribuzione del potere, integrando la prospettiva di genere in tutte le politiche pubbliche.

Ogni installazione richiama l’attenzione e il coinvolgimento del visitatore: dalla prima “I will marry when I want” – che dà voce a bambine che vogliono spezzare il ciclo dei matrimoni precoci e rivendicano il proprio diritto all’istruzione e all’autodeterminazione nella scelta del proprio futuro -, ai fumetti magnetici con frasi intrise di stereotipi di genere: “per una donna, te la cavi bene”, “sei troppo emotiva”, “hai in programma di fare figli?”, che incarnano pregiudizi e luoghi comuni radicati nell’immaginario collettivo.

Un televisore catodico riproduce in loop una selezione di spot pubblicitari sessisti trasmessi dalla seconda metà del XX secolo alla prima del XXI; un armadietto dello spogliatoio denuncia la paura delle donne a frequentare strutture sportive, in quanto il 38,6% ha subito violenza durante lo sport prima dei diciotto anni e il 77% ha assistito a abusi da parte di allenatori e dirigenti.

Il poster dell’alfabeto racconta l’evoluzione linguistica dei primi decenni del XXI secolo verso un linguaggio più inclusivo con l’introduzione di asterisco, schwa o altri segni per superare la dimensione androcentrica del maschile universale.

Attraverso un diorama ci si imbatte in una scena di vita domestica, che vede la mamma sopraffatta da faccende e attenzione ai figli, mentre il padre è comodamente seduto in poltrona.

Ricalpestando lo zerbino all’uscita, ci accompagna la sensazione che molto sia stato fatto negli ultimi decenni, ma che sia ancora lunga la strada da percorrere per l’uguaglianza tra donne e uomini, vissuta come valore condiviso a livello relazionale, comunitario e istituzionale. Ci vuole coraggio e determinazione, ma ce la faremo!

Rita Bramante

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Vita Parini
Vita Parini
17 giorni fa

Ho appena condiviso su Facebook e – approfittando del fatto che oggi è il 1 aprile – ho fatto un ‘lancio’ del MUSEO DEL PATRIARCATO come se fosse inaugurato oggi.
Dicono che viviamo i tempi dell’accelerazione… di tutto tranne che dell’uguaglianza e di una sana (per tutti) dissolvenza del patriarcato, uno degli inquinanti tossici del mondo contemporaneo.
Grazie per questo articolo,
Vita

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