A PROPOSITO DI MILANO

Mi capita di voler riordinare le mie carte, che risalgono anche a molti anni addietro. E di ritrovare pensieri e riflessioni che mi dico:” Toh, varrebbero ancora adesso…”. Un caso simile mi è capitato con una breve nota che avevo scritto (il 21.07.2014) a proposito del testo di Paolo Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli 2014, predi Assetti.)
Ne riporto una breve sintesi.
Condotto con grande competenza giuridica, il testo mira a ristabilire, sulla base della nostra costituzione, e in particolare degli art.42 e 43 della Prima parte, il concetto che “il territorio è un bene inalienabile del popolo” che forzatamente, soprattutto per l’affermarsi dell’egemonia borghese, è stato alienato e concesso alla proprietà privata che ne è diventata la assoluta depositaria, con in più la sui edificando, concetto del tutto arbitrariamente annesso, che neppure è presente nel nostro codice.
Fin dalla legislazione romana, invece, era evidente che il territorio – con quanto ci sta sopra e sotto fino all’infinito, è elemento inscindibile dall’esistenza stessa e dalla sovranità del popolo, che solo successive suddivisioni e concessioni concedevano in proprietà (sempre molto ridotte) ai privati e ai pater famiglia.
Ciò che invece si è venuto via via affermando, a partire persino dalla rivoluzione francese e poi è stato codificato in Italia dallo Statuto albertino, e che la attuale globalizzazione e finanziarizzazione totale dei beni e della materia ha reso ormai insostenibile- è invece chiaramente contrastato nei nostri principi costituzionali che riconoscono la proprietà privata ma a condizione che essa contribuisca al benessere sociale.
Tornare a questi principi impone di capovolgere molte convinzioni e pratiche anche presenti nel diritto e del tutto passivamente accettate dal senso comune e porterebbe a risolvere efficacemente i problemi posti dal non uso o mal uso dei beni, degli edifici e dei terreni (cfr. fabbriche abbandonate e delocalizzate, beni sequestrati alla mafia, edifici e terreni abbandonati e incolti) dei quali lo stato ( non in quanto istituzione, ma in quanto popolo) ha tutto il diritto di riprendere la sovranità…..
Bisogna ritornare alla “materialità del territorio”, sostiene Maddalena, per esprimere concretamente la sovranità popolare: una materialità che impone di tenere conto delle differenze dei diversi territori, pur entro regole certe e comuni e di mantenere un contatto tra la gente e i luoghi, rispettando livelli diversi di intervento (dai municipi, ai comuni, alle regioni alle nazioni): solo così infatti risulta concreto l’interesse e l’impegno degli individui in difesa della cultura e dei diritti dei territori
Altro aspetto importante è la distinzione della difesa del “bene pubblico” rispetto al concetto della common law inglese ( che fa riferimento a concessioni d’uso, che non toccano il concetto di proprietà privata) e alle classi catione americane, che partono dalla difesa di diritti individuali. Ciò che sostiene Maddalena è infatti che esiste, oltre al diritto degli individui – anche associati- il diritto collettivo al “bene comune” di cui l’ambiente e il paesaggio che ne è l’espressione visibile – è l’esempio più evidente oltre che il bene più a rischio e più necessitante di una strenua e collettiva difesa.
Ora mi pare evidente che ciò che è in gioco oggi nelle nostre città e segnatamente a Milano è proprio il concetto di “bene pubblico”, reso del tutto o quasi inefficace per la continua erosione della proprietà pubblica del suolo a favore dei privati e per il contemporaneo indebolirsi di quella visione welfaristica che fino diciamo agli anni’70 aveva un po’ governato e connotato socialmente anche le scelte urbanistiche della città. La città come luogo o insieme di luoghi collettivo, solidale, tende così a scomparire e lo spazio privato rimane l’unico che sembra sicuro, che ci difende dagli altri, i diversi, i poveri, gli immigrati…. Non ci si saluta, non ci si riconosce per strada, da dove sono scomparsi i piccoli negozi, assorbiti nelle ingegnose morfologie degli archistar, i bar coi biliardi, le sale cinematografiche di terza visione…Si entra e si esce in macchina dagli alloggi nei grattacieli…
Questo è dunque il destino delle città che vogliono diventare metropoli e questo parrebbe il destino di Milano che le recenti brutte vicende giudiziarie non fanno che confermare.
Contro questa deriva più di duecento studiosi di tutta Italia hanno ultimamente firmato un appello importante, intitolato Per una svolta urbanistica a Milano e in Italia. nel quale sostengono la necessità, di fermare i grandi e medi progetti in corso: la vendita dello stadio Meazza, lo sviluppo per parti incoerenti degli ex Scali Ferroviari, la Beic-Biblioteca Europea, la Goccia della Bovisa, il nuovo centro commerciale di piazzale Loreto, l’edificazione di grandi volumi sui binari della stazione Cadorna.
“Dal momento che questi interventi di rigenerazione sulle ultime grandi aree a disposizione“ come riporta Lucia Tozzi che ne parla sul Manifesto (30/8/’25), “sono scaturiti da processi opachi che hanno forzato le leggi urbanistiche per massimizzare i profitti degli investitori, è fondamentale ridisegnarle in funzione dell’interesse pubblico reale in modo da redistribuire le risorse sottratte alla cittadinanza, fornire nuovi servizi pubblici, invertire positivamente il segno dello sviluppo milanese. Inoltre, il Piano Cassa deve finalmente favorire le Case Popolari rispetto allo Housing sociale (che a Milano si configura come una fascia dell’edilizia di mercato) …”
Speriamo: è da un po’ che si aspettava che gli urbanisti, professori e intellettuali prendessero posizione rispetto al degrado urbano e sociale cui i processi di finanziarizzazione sottopongono le politiche territoriali in Italia e segnatamente nelle città, sul famoso Modello Milano e sulla sua ansia di diventare Metropoli (cfr. su questo Sergio Labate “La sindrome megalopoli. Perché bisogna uscirne per reinventare le città” Il Domani, 21/7/’95), sulla urgenza di nuove leggi e regole…
Ma io credo che al punto in cui siamo ( e sullo stesso numero del Manifesto, nella stessa pagina della Tozzi, un articolo di Mario Di Vito cita il groviglio di interessi che si è addensato sull’altro scandalo milanese, quello delle Park Tower, dei grattacieli nei cortili, groviglio che unisce in modo inestricabile costruttori, finanziatori e acquirenti, tanto da aver portato a prospettare l’indecorosa legge “Salva Milano”) e con l’aggiunta delle sfrenate speculazioni legate alla diffusione inarrestabile dei B&B (ultimo fiorellino il cubo nero costruito e svettante a Firenze sopra il volume dell’ex Teatro Comunale) dura, faticosa, combattuta e sempre deludente sarà una battaglia che non assuma un totale rovesciamento dell’ottica con cui si guarda e valuta lo sviluppo.
Uno sviluppo che dovrebbe consentire uno sguardo più ampio e generoso sul territorio, per ritrovare il senso del limite: cioè di una crescita equilibrata che non travolga le città e insieme rispetti la storia e la bellezza dei moltissimi borghi e centri che le circondano, di cui l’Italia è ricchissima e delle cui enormi risorse sarebbe urgente e preziosa la conservazione e la valorizzazione.
Il senso del limite è forse una qualità femminile, sulla quale da parecchio insiste l’urbanista Elena Granata, quando descrive la città come la vorrebbero le donne nel suo bel libro: Il senso delle donne per la città o quando insiste sull’importanza di un recupero attento delle piccole città e dei borghi, come ancora nel recente editoriale pubblicato su Avvenire (27/8/’25) ”Viaggio nell’Italia alla rovescia”, dove scrive: “…..La varietà e la biodiversità territoriale sono il tratto distintivo del Paese. E questo è certamente un elemento di complessità organizzativa ma anche una ricchezza che viene spesso liquidata con sufficienza, buona per le sagre estive e le narrazioni turistiche. Al termine di una estate che ha visto contrapposti luoghi del turismo di massa e spiagge disertate dalle famiglie, zone montane affollate e città afflitte dal caldo, porre nuova attenzione agli squilibri territoriali, alla crisi dei luoghi e al malessere delle comunità non è più procrastinabile…”
C’è un profumo di utopia in questa proposta (mi fa ripensare alla regola che vigeva nel Paese di Utopia dove ogni 5 anni gli abitanti delle città dovevano trasferirsi in campagna e quelli della campagna venire in città) ma quanto rinfrescante!
Bianca Bottero
