L’ESPRESSIONE CREATIVA È STATA SOPPIANTATA DALLA NECESSITÀ DI PRESTAZIONE SUL BREVE PERIODO

Copia di ARCIPELAGO MILANO (7)

Siamo in un’epoca in cui la musica è un torrente di nuove tracce che ci lascia l’impressione di disporre di possibilità illimitate. Solo su Spotify, ogni giorno, vengono caricate oltre 120.000 tracce, e se pensiamo che in un anno si parli di più di 40 milioni di canzoni è facile capire come siamo lontani dal poterne ascoltare anche una minima parte. Una quantità enorme che di per sé non ha nessun significato, anzi, ci pone davanti a una paradossale condizione: l’apparente libertà di accesso alla musica si scontra con la realtà che vede pochissimi artisti, sia considerata la percentuale che il valore assoluto, riuscire davvero a emergere. La democratizzazione che internet sembrava promettere non ha prodotto una nuova era d’oro per la musica, ma un’accelerazione della sua dispersione.

Oggi siamo abituati a una musica che è in un certo senso riservata a pochi e, al contempo, destinata a tutti. È qui che il paradosso diventa evidente, perché la possibilità di destinare prodotti musicali ad un pubblico globale e la creazione di una cultura musicale universale si dissolvono nelle micro-nicchie. E mentre l’offerta musicale cresce a dismisura, la capacità di un artista di farsi sentire si riduce a un gioco di numeri. Il problema è che anche questi numeri sono evanescenti. Una canzone può esplodere su TikTok, diventare virale per una settimana e poi svanire nel nulla. È la logica della velocità, quella che impone di cogliere subito l’attenzione, di non perdere neanche un secondo. I brani si fanno sempre più brevi, studiati per non rischiare di perdere il pubblico in un istante di noia. Comincia con il ritornello, non c’è tempo da perdere con intro lente. L’artista non ha più il tempo per riflettere. La velocità e la necessità di essere subito visibili trasformano l’espressione creativa in una necessità di prestazione.

Il paradosso dell’abbondanza è che, mentre abbiamo accesso a una quantità infinita di musica, questa si riduce progressivamente a rumore di sottofondo. L’eccesso di offerta ha creato una condizione di indifferenza, un’inflazione del valore musicale. Perché oggi la musica non costa più nulla, almeno nel senso economico del termine. È fruibile in ogni momento, ovunque, ma nel momento in cui diventa accessibile senza fatica, perde il suo potere simbolico.

Non c’è spazio per l’improvvisazione, per il respiro, per la sorpresa. Non c’è spazio per la musica che richiede un ascolto attento, dedicato, silenzioso. Gli artisti sono diventati prigionieri della necessità di pubblicare incessantemente, di stare al passo con la corsa del mercato. Questa corsa non lascia spazio per l’approfondimento, né per la riflessione.

La domanda che ci dovremmo porre, dunque, non è se la musica sia in declino o in una nuova era. La domanda è come possiamo ritrovare il valore profondo di un atto che si è fatto consumo quotidiano. Come possiamo riscoprire il valore simbolico della musica, quando essa sembra svuotata di ogni significato? Come possiamo dare tempo alla musica, e alla sua creazione, quando l’unico tempo che conta è quello dell’algoritmo?

Non basta più caricare una canzone su una piattaforma per essere ascoltati. Bisogna, oggi, cercare di restituire profondità al gesto stesso di ascoltare, riconoscendo la musica non come un sottofondo, ma come un atto di incontro.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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