IL PUNTO DI VISTA DI CHI HA UNA VISIONE DISTORTA DELLA MASCOLINITÀ

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La violenza di genere è un fenomeno complesso che non solo colpisce le vittime, ma coinvolge anche l’aggressore, la cui visione distorta della mascolinità gioca un ruolo fondamentale nella perpetuazione di dinamiche violente. La comprensione delle radici psicologiche e culturali della violenza è essenziale per sviluppare approcci efficaci per contrastarla, non solo a livello di prevenzione, ma anche durante la fase di interazione con l’aggressore. 

In particolare, è necessario lavorare per modificare la visione distorta della mascolinità che vede il dominio, il controllo e la violenza come espressioni di virilità. Nelle dinamiche di violenza di genere, è fondamentale analizzare non solo la vittima, ma anche le motivazioni di chi perpetua la violenza. La psicologia dei carnefici può essere intesa come una complessa interazione di fattori individuali, sociali e culturali. In molti casi, la violenza è giustificata da una visione distorta della mascolinità, dove la dominanza, la possessione e il controllo sono visti come attributi essenziali della “virilità”.

Ad esempio, alcuni carnefici credono che la violenza sia un modo per “esprimere il proprio amore” o per mantenere una relazione “giusta”, riflettendo l’idea che le donne siano “proprietà” dell’uomo. In altri casi, la violenza può essere il risultato di frustrazioni personali e insoddisfazione emotiva, dove il carnefice tenta di recuperare un senso di potere attraverso il controllo dell’altro. Questi ultimi casi sono molto frequenti nelle relazioni di immigrati, dove oltre alla frustrazione, alla scarsa considerazione della figura femminile in certe culture, si unisce l’isolamento, le barriere linguistiche, culturali, la dipendenza economica e l’uso e abuso di sostanze psicotossiche come alcool e droghe.

Nell’ambito delle strategie per contrastare il fenomeno, la letteratura può esplorare questi punti di vista, mettendosi nei panni dei carnefici, per meglio comprendere le dinamiche psicologiche alla base della violenza. Questo tipo di approccio aiuta a smontare i processi mentali e culturali, che permettono alla violenza di persistere e, in alcuni casi, di essere accettata come “normale” o “giustificabile”. Molti aggressori sono cresciuti in ambienti culturali che rafforzano idee tossiche legate alla mascolinità, in cui la convinzione che essere “uomini” significa dominare, controllare o sottomettere le donne. Le idee sulla superiorità maschile e sulla debolezza femminile sono alimentate da modelli culturali, media e pratiche educative, che esaltano tratti come la forza fisica, l’aggressività e l’assenza di emozioni, come simboli di virilità.

Il primo passo per intervenire e contrastare la visione distorta della mascolinità è aprire un canale di comunicazione, che favorisca il dialogo positivo. La comunicazione efficace con il carnefice deve essere caratterizzata da empatia, ma anche da fermezza. È fondamentale comprendere le motivazioni profonde del carnefice. A volte la violenza è il risultato di frustrazioni personali o esperienze di vita difficili. L’ascolto attivo, che implica il prestare attenzione senza giudicare, aiuta a stabilire un rapporto di fiducia, creando uno spazio per la riflessione. 

La comunicazione, che si dovrebbe stabilire, non deve essere né passiva né aggressiva, ma assertiva. L’assertività implica esprimere i propri sentimenti, pensieri e bisogni in modo chiaro e rispettoso. Ad esempio, dire “Non sono d’accordo con te, e penso che il rispetto reciproco sia essenziale per una relazione sana”. Questo approccio può aprire un dialogo senza cadere in atteggiamenti di sottomissione o conflitto. Infine bisogna, anche, valorizzare i comportamenti positivi quando si osserva un miglioramento o un cambiamento nella condotta del soggetto aggressivo. 

Il rinforzo positivo aiuta a incentivare l’autocontrollo e la riflessione sulle proprie azioni. Spesso, questi soggetti sono incapaci di riconoscere e gestire le emozioni, crescono con l’idea che mostrare vulnerabilità o tristezza li renda deboli. A questo proposito è fondamentale progettare programmi educativi, che insegnino agli uomini come riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo sano, ad esempio, attraverso la mindfulness o la terapia cognitivo-comportamentale. È fondamentale offrire percorsi formativi, che enfatizzano i concetti di parità, rispetto e non violenza, in modo di contribuire a promuovere una cultura del cambiamento. Questi laboratori possono includere discussioni, giochi di ruolo e simulazioni per aiutare gli uomini a sviluppare empatia e a comprendere l’impatto delle loro azioni sugli altri. 

L’intervento di figure maschili positive può essere cruciale. Infatti, si è visto che quando ci sono mentori appositamente formati, che promuovono un’idea sana della mascolinità, basata sull’uguaglianza, il rispetto e l’emotività, aumenta l’efficacia dell’intervento educativo. Confrontandomi con diverse associazioni maschili dirette al maschile come Associazione “Lui” di Livorno, ho potuto cogliere l’importanza di queste associazioni per aiutare l’aggressore a rivedere il proprio comportamento. 

Ci sono comunque tecniche generali per gestire la rabbia; per esempio quando il livello di frustrazione inizia ad aumentare, bisognerebbe fermarsi e fare una pausa. Possono aiutare tecniche come il respiro profondo, la meditazione o il rilassamento muscolare progressivo. Ad esempio, “fare tre respiri profondi prima di rispondere” può impedire che la rabbia sfoci in un’aggressione verbale o fisica. 

Molte persone non si rendono conto quando la rabbia inizia a prendere il sopravvento. Per esempio, il battito cardiaco accelerato, la tensione muscolare o la respirazione superficiale sono segni che l’emozione sta crescendo. Aiutare la persona a identificare questi segnali prima che sfocino in violenza è un passo cruciale. L’auto-monitoraggio costante può aiutare a fermare la spirale di frustrazione prima che diventi distruttiva. 

Bisogna aggiungere che il pensiero negativo, come pensare che “nessuno mi capisce”, è un terreno fertile per l’escalation della rabbia. Aiutare a identificare questi pensieri e sostituirli con pensieri più razionali e positivi, come “posso gestire questa situazione senza perdere il controllo” o “è più utile parlare che agire d’impulso”, può essere molto utile. Un altro strumento pratico è tenere un diario della rabbia. Infatti, scrivere in un diario può aiutare a elaborare i propri sentimenti, riconoscere i trigger (fattori scatenanti) e trovare soluzioni alternative. 

Infine, lavorare su sé stessi è un processo continuo e fondamentale. L’autoconsapevolezza e l’introspezione sono strumenti chiave per superare comportamenti violenti e distruttivi. È importante che il carnefice si impegni in un percorso di crescita personale, dove l’obiettivo non è solo il controllo della rabbia, ma anche la creazione di una nuova identità maschile, sana e rispettosa.

Yuleisy Cruz Lezcano

 

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Giovanna Guiso
Giovanna Guiso
1 anno fa

Tutto quello che viene descritto così bene in questo articolo viene già fatto nei centri antiviolenza e dalle varie associazioni che si occupano delle donne che hanno subito violenza e degli uomini che vogliono imparare a frenare i propri impulsi. La realtà dei fatti dimostra che l’approccio psico-sociologico al problema non basta, ma sia necessario anche un approccio neuroscientifico perché i comportamenti umani dipendono dal cervello quindi, semplifico, se il cervello è malato, i comportamenti deviano. Non lo dico solo io che mi sono occupata di ricerca in campo biomedico per 40 anni, ma i maggiori neuroscienziati americani. La letteratura scientifica internazionale è ricca di studi che mostrano la possibile presenza di patologie cerebrali alla base dei comportamenti violenti.
Le tecnologie della medicina moderna (ad es. la TAC) possono rivelare eventuali patologie cerebrali. Se si incominciasse a sottoporre a TAC gli uomini denunciati per violenza, si potrebbe fare un passo significativo nella prevenzione della violenza. Finché non si incomincia a considerare il problema sotto questo punto di vista, temo che non ci sarà una reale prevenzione della violenza di genere. Ho scritto un romanzo dove dimostro questa tesi che offre una speranza per il futuro.

Mauro Valentini
Mauro Valentini
1 anno fa

Condivido pienamente l’analisi rivoluzionaria della signora Guiso riguardo alla violenza maschile sulle donne (ho letto il suo bellissimo romanzo e mi complimento per l’innovativo messaggio scientifico e di speranza che vuole trasmettere). Senza nulla togliere all’importanza di materie come la psicologia e la sociologia, ritengo anch’io che per comprendere meglio il comportamento violento di un uomo nei confronti di una donna sia necessario aprire le porte alle scoperte neuroscientifiche degli ultimi decenni. Condivido l’idea secondo la quale, oltre al nostro DNA, all’educazione, alle esperienze vissute e all’ambiente in cui viviamo, il cervello sia elemento centrale delle nostre azioni. Ogni disfunzione cerebrale, infatti, potrebbe portare a numerose condotte spesso imprevedibili, fra le quali ogni tipo di violenza. Compresa quella nei confronti delle donne, capace di condurre un uomo fino all’omicidio e, talvolta, addirittura all’omicidio- suicidio (gesti così estremi che mi inducono a pensare, più che a difetti comportamentali e educativi, a vere e proprie patologie). Concordo, perciò, con l’idea di approfondire la strettissima relazione fra il cervello e il modo di agire, senza assolutamente trascurare i ragguardevoli studi fin qui condotti dalla sociologia, dalla psicologia e dalla criminologia, ma integrandoli con le neuroscienze e i magnifici strumenti di neuroimaging di cui oggi disponiamo: TAC, RMI, SPECT, TMS, PET. Insomma, un lavoro di squadra, ecco, secondo me, ciò di cui abbiamo bisogno per capire e risolvere il complesso problema della violenza maschile sulle donne.

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