TOSCA IN FORMA DI CONCERTO

Daniel Harding, neo nominato Direttore stabile dell’orchestra di Santa Cecilia, ha scelto, per inaugurare la stagione 2024-2025, di eseguire in forma di concerto Tosca, la terza opera di Puccini, la più “romana” dell’intero repertorio operistico dell’otto-novecento.
Santa Cecilia non è nuova alle rappresentazioni di melodrammi in forma di concerto: durante la lunga stagione di Antonio Pappano appena conclusasi, memorabili sono state le rappresentazioni del Guillaume Tell di Rossini (2010) e del Fidelio di Beethoven (2014), ambedue eseguite e dirette in forma di concerto, sì da permettere al pubblico di apprezzare, in assenza delle interpretazioni sceniche e canore, le “sottostanti” partiture strumentali, le cui qualità sfuggono normalmente alla fruizione anche dei pubblici più colti allorché il melodramma viene presentato completo di tutti i suoi “ingredienti”.
Due parole sulla successione di Harding rispetto al suo predecessore, la cui direzione è durata quasi vent’anni. Quando, nel 2007, Pappano viene nominato Direttore stabile era, se non proprio all’inizio, certamente nella fase iniziale della sua carriera; Pappano è quindi cresciuto insieme e, in qualche modo, anche grazie al suo lungo lavoro con l’orchestra di Santa Cecilia, ed oggi è, come Direttore stabile della London Symphony, uno dei più apprezzati Direttori dell’intera scena internazionale. Harding, invece, diventa Direttore stabile quando già appartiene allo star system direttoriale, a dimostrazione dell’affidabilità e delle qualità dell’organico orchestrale romano che è chiamato a dirigere.
Tosca opera “romana”, si è detto, ambientati come sono ciascuno dei tre atti in altrettanti luoghi iconici della città: la Basilica di Sant’Andrea della Valle di Giacomo Della Porta e Carlo Maderno; il Palazzo Farnese, con il celebre cornicione michelangiolesco, in questa vicenda quartier generale del Reggente di Polizia Barone Scarpia, transitato lungo i secoli con varie vicende allo Stato francese; ed infine Castel Sant’Angelo, ultima propaggine dello Stato pontificio verso la città storica, affacciato, come il libretto di Tosca pretende, sul Tevere e su San Pietro, plateale paradosso urbanistico per licenza poetica.
Ma rispetto al testo teatrale, il capolavoro di Victorien Sardou, cui Puccini assistette nel 1889 con la Sarah Bernard nel ruolo di Tosca, il quartetto Puccini-Giacosa-Illica-Ricordi volle apportare un capovolgimento dei piani narrativi: mentre il testo teatrale ha in primo piano il contesto storico sociale della vicenda (la tragedia della Restaurazione da parte di Pio IX nei confronti della Repubblica Romana, e la sua sconfitta ad opera di Napoleone Bonaparte), Puccini volle concentrarsi sulle sue componenti sentimentali: il dramma amoroso tra la cantante popolana e il pittore Cavaradossi, follemente innamorato di Tosca ma impegnato a salvare l’amico partigiano Angellotti; la follia sadica del Barone che, nel tentativo di stuprare la donna, ne viene assassinato: ed infine la tragica fine dei due amanti nella prigione di Castel Sant’Angelo.
Nell’edizione in forma di concerto ideata da Harding, la narrazione del lato politico della vicenda è relegata alle notazioni del libretto che vengono proiettate su un display anche troppo visibile posto in fondo al palcoscenico, mentre nell’opera in musica l’unico accenno alla vicenda storica compare al centro del II Atto nel colpo di scena affidato all’assistente di Scarpia (“Eccellenza…un messaggio di sconfitta…a Marengo…Bonaparte è vincitor !”). Ma, nonostante Cavaradossi gridi “Libertà sorge, crollan tirannidi”, non gli riesce di sottrarsi al proseguimento della tortura ad opera degli sbirri di Scarpia, che cerca di sfruttarne la sofferenza per convincere Tosca a cedergli.
È a questo punto della vicenda, contrassegnata da scambi drammatici tra tutti i protagonisti, durante la quale l’orchestra, come fosse una telecamera, si sposta da un cantante all’altro, che l’azione improvvisamente si arresta, e giunge il momento del “Vissi d’arte, vissi d’amore” la splendida aria in tonalità maggiore nella quale Tosca ripercorre tutta la sua vita implorando “…nell’ora del dolore, perché, perché Signore, me ne remuneri così”). Noi pensiamo che Verdi non avrebbe mai nemmeno concepito di interrompere il climax di una lunga ed agitata fase drammatica con un’aria estatica e densa di un pathos di tutt’altra natura, ma Puccini non possiede, almeno in questo caso, la stessa coerenza drammaturgica. Nella versione cui abbiamo assistito, questa brusca interruzione è stata vieppiù sottolineata dall’unica concessione fatta da Harding ad un effetto di natura teatrale: vengono spente tutte le luci ed un unico faro illumina Tosca, isolandola ancor più nel palcoscenico privo di qualsiasi scenografia.
È l’unico momento di “teatro”: per tutto il resto dell’opera, i cantanti restano fermi, con una mimica ridotta al minimo e rinunciando agli incontri-scontri che la vicenda prevede; una scelta, a nostro avviso, che radicalizza inutilmente la “forma di concerto”, impedendo agli interpreti di trasmettere emozioni se non quelle discendenti dalla loro vocalità.
La morte di Scarpia non cambia il destino cui i due amanti vanno incontro nel terzo Atto: oltrepassando la sorte narrativa del personaggio, Puccini identifica in Scarpia il male assoluto e lo contrassegna con un tema musicale fatto di tre accordi marmorei che lo accompagnano dalla sua prima apparizione in scena fino all’ouverture del terzo Atto, quando il despota è ormai scomparso: il male trionfa, riecheggiando climi shakespeariani, ed a nulla serve il “trucco” ipocritamente proposto da Scarpia: a Tosca tocca lo stesso ingiusto destino di Giulietta.
Anche nel terzo Atto, l’azione, ancorché meno concitata, viene interrotta dalla seconda grande aria dell’opera, affidata al condannato Cavaradossi. Quanto il Vissi d’arte è intriso di una sofferenza angelica e pia, tanto il “Lucean le stelle” racchiude un momento di spudorato erotismo: “mentr’ io fremente le belle forme sciogliea dai veli…”. L’opera termina con un crescendo drammatico che segna la sconfitta dell’amore e della giustizia terrena, un momento nel quale i fortissimi orchestrali finalmente dispiegano tutta la loro potenza.
Parliamo ora degli interpreti, iniziando da Eleonora Buratto, soprano lirico di prima grandezza (“ il soprano più prezioso e completo prodotto dalla scuola italiana degli ultimi anni” – il Foglio 2022) che ha dominato il palcoscenico avvolta da un raffinato abito nero che ne ha esaltato il fascino e la presenza scenica: una presenza vocale addetta perfettamente a Tosca amante appassionata, preda della gelosia ingiustificata che ne segnerà il destino; meno convincente invece nei momenti in cui Tosca torna ad essere una delle civettuole “piccole donne” di Puccini, da Mimì a Butterfly , (“… non la sospiri la nostra casetta che tutta ascosa nel verde ci aspetta…”). Cavaradossi è l’atletico tenore americano Jonathan Tetelman, un “macho” italico, artista esclusivo della scuderia Deutsche Gramophone e vincitore di un Gramophone Award per il disco “The Great Puccini”: qui l’abbiamo trovato perfetto nella parte, forse troppo irruento in alcuni sovracuti, come nella frase conclusiva del “Recondita armonia”.
Vogliamo concludere queste note con un pensiero che travalica questa edizione, che ci è venuto alla mente ascoltando la performance della Buratto nel Vissi d’arte: ascoltando le grandi arie del repertorio melodrammatico, da Verdi, a Bellini ed a Puccini, per quanto impeccabile e convincente sia l’esecuzione di questi “masterpieces” da parte dell’interprete di turno, è diventato quasi impossibile non sovrapporre ciò che si ascolta con le grandi esecuzioni, mille volte udite ed amate, degli interpreti “benchmark” del passato: così come, in questo caso, il paragone con l’aria incisa dalla Callas nell’edizione dell’Opera di Parigi del 1958; e come anche succede, ad esempio, con il Nessun dorma di Pavarotti in una delle tante edizioni di quell’altro capolavoro pucciniano. Per non dire di Casta Diva….
Brutti scherzi di un orecchio viziato da YouTube !
Andrea Silipo
