MUSICA E FOOTBALL, UN CONFRONTO INUSUALE

Copia di copertina 6 (13)

È noto a tutti che l’Auditorium si è avviato sulla difficile strada della contaminazione della musica “colta” con generi diversi – talvolta con confronti molto arditi – registrando anche grandi successi di pubblico; probabilmente perché in largo Mahler il pubblico, notoriamente molto fidelizzato, lo conoscono assai bene. Che non è qualità da poco.

Qualche sera fa, complice anche l’incombente MITO partecipe dell’organizzazione, si è andati oltre l’immaginabile; e, a mio avviso, con ottimi risultati. Si sono celebrate le nozze fra musica di alta qualità, scritta per l’occasione, e lo sport più popolare di quest’epoca, con il racconto glorioso di una squadra di calcio che quest’anno compie 125 anni (ovviamente il Milan, ma pare che l’anno prossimo, sempre per MiTo, toccherà all’Inter). La musica era del nostro più amato compositore, vale a dire di Fabio Vacchi; il Milan era raccontato dalle immagini proiettate su un grande schermo, un’opera di video-art, del regista e filmmaker Lorenzo Letizia; l’esecuzione musicale era ovviamente affidata all’Orchestra Sinfonica di Milano – con l’eccellente tromba solista di Alessandro Rosi (curiosamente non citato nel programma di sala, né chiamato alla ribalta a fine concerto!) – e al Coro Sinfonico di Milano, rispettivamente e inappuntabilmente diretti da Diego Ceretta e Massimo Fiocchi Malaspina.  

Bene, è difficile credere che nonostante scorressero sullo schermo immagini piene di poesia e di fascino – grazie a un sapiente collage di video e foto d’archivio, quasi interamente in bianco e nero – sulla storia di Milano, della squadra, dello stadio, dei giocatori (raccontati come dei danzatori), dei dirigenti, dei tifosi di ogni tipo e generazione, nonostante questa potente distrazione, si riusciva a godere della bellezza (sì, della “bellezza”, un termine ahimè inopinatamente ostracizzato) della musica di Vacchi. Una musica che non voleva descrivere gli eventi e le immagini ma evocare i sentimenti identitari, di appartenenza, di forte comunità e soprattutto la forza delle emozioni e della passione che quelle immagini trasmettevano.

Nella presentazione iniziale dello spettacolo, con Angelo Foletto che intervistava gli autori e un rappresentante della squadra calcistica, è emerso il fil rouge che tiene insieme un’opera lirica o un concerto sinfonico con una partita di calcio; è quell’insieme di ritualità e teatralità che sono parte integrante di entrambi gli spettacoli, insieme alla preziosità del loro godimento “dal vivo”. Sia la musica registrata che la partita vista in televisione, sono una reductio della gioia e dell’emozione che i due eventi regalano quando sono goduti in presenza degli esecutori protagonisti, musicisti o giocatori.

Venendo alla musica di Fabio Vacchi, l’ho definita “bella”. È un termine che non si può più usare a proposito dell’arte e dunque neanche della musica colta (in particolare della musica contemporanea, che però spesso e volentieri viene legittimamente definita “brutta”!) e tuttavia in questo caso, e capita spesso con la musica di Vacchi, “bella” riemerge prepotentemente come unico modo per sintetizzare il nostro giudizio. Di Vacchi ho arbitrariamente costruito – nella mia testa di semplice ascoltatore – un “trittico” indelebile per l’emozione che ha provocato, costituito da tre sue opere: (1) il melologo con testo di Michele Serra, sulla città di Milano e sull’acqua che ne è pars constituens, diretto da Claire Gibault e recitato da Lella Costa, sempre in Auditorium, nel 2015; (2) la Madina, opera lirica e balletto (la strepitosa Antonella Albano con Roberto Bolle) sul tema delle donne martoriate, dato nel 2021 alla Scala con la direzione di Michele Gamba; e (3) questo “Diavolo a tutto campo” incredibilmente coraggioso per la novità del tema, dell’accostamento, della realizzazione. Un trittico che sicuramente trascura altre opere importanti di Vacchi ma dimostra la sua apertura mentale, la disponibilità all’innovazione, la capacità di sperimentare senza mai nulla togliere alla sapienza della composizione, alla poesia del tessuto musicale, in una parola alla “bellezza”.

È un vero peccato che – salvo la Madina – siano opere non destinate come meriterebbero a una adeguata quantità di repliche, proprio perché legate alla città e ai suoi riti, a un particolare pubblico e a momenti irripetibili. Peccato perché sono opere magnifiche e di valore universale come tutte le vere opere d’arte. 

Serata, dunque, di grande qualità alla quale – non essendo un tifoso! – mi ero avvicinato più prevenuto che curioso, e che si è invece rivelata molto godibile. Se posso permettermi un consiglio non richiesto: avrei diviso gli 80 minuti di spettacolo in due parti, con un breve intervallo perché – fra il guardare e l’ascoltare insieme – toglieva il fiato e richiedeva molta attenzione.  E aggiungo che la partitura di Vacchi può avere un’ottima vita propria, anche senza la visione del filmato, tanto da far sperare di ritrovarla presto in un CD che ne conservi la memoria e la diffonda.

E complimenti mi sembrano doverosi anche all’Auditorium, che propone e allestisce programmi così innovativi con l’obiettivo, dichiarato e riuscito, di avvicinare alla musica colta un pubblico che da sempre la ignora, in particolare i giovani lontani dai Conservatori, che per musica intendono solo quella dei cantautori e strimpellatori vari, pensando che sia la “musica moderna”, in successione temporale alla superata e polverosa “musica classica”! Ma non solo i giovani. Molti ritengono che la musica di oggi sia esclusivamente quella che, con svariate denominazioni, non è altro che “musica commerciale”, in altre parole quella richiesta dall’onnipotente “mercato”.

C’è solo da augurarsi che Fabio Vacchi e i coraggiosi suoi colleghi che faticano a cercare nuovi linguaggi e modi per esprimere il complesso sentire della contemporaneità, così piena di contraddizioni, tengano duro fintantoché si capisca che quella è la strada da percorrere se non si vuole cascare nella banalità dell’inconsistente e dell’insignificante.

Paolo Viola

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