IL DECRETO SALVA MILANO: PROGRESSISTI E SOVRANISTI UNITI NEGLI AFFARI

A volte viene da chiedersi in cosa differiscano, sulle questioni dirimenti, l’agire politico del sindaco “progressista” di Milano e quello del ministro dei trasporti leghista. Ultimamente, tolte le schermaglie di facciata su diritti civili e sicurezza, sulle scelte che determinano le reali condizioni esistenziali dei cittadini, si riscontra tra i due una sintonia sconfinante nella complicità. Ci si riferisce al cosiddetto decreto salva Milano, prezioso salvagente lanciato dal ministro a Sala, per trarlo dalle pastoie in cui si è infilato con il suo scellerato laissez faire edilizio.
Una prassi utilizzata per dare una parvenza di vivacità economica alle magnifiche sorti e del progresso della città, al prezzo della delega in bianco ai privati della governance dello sviluppo urbano da parte di chi dovrebbe esserne, al contrario, l’ispiratore e il decisore politico.
Milano, a place to be!, scandiva uno slogan dell’epoca di expo, sull’onda della frenesia costruttrice che ha costellato di torracchioni l’orlato metropolitano. Un’immensa mole di volumetrie appannaggio di fondi e di investitori stranieri che, naturalmente, di abitare e vivere la città non hanno il benché minimo interesse. La corsa alla estrazione di valore dal suolo, ovviamente avallata dall’ Amministrazione Comunale con il minimo tariffario sugli oneri di urbanizzazione ha portato grandi profitti alla filiera investitori/costruttori generando una corsa al rialzo dei prezzi degli immobili – classico caso di sviluppo economico basato sulla rendita e per ciò stesso a distribuzione “ombelicale” della ricchezza generata – fino a procurare un inesorabile e neanche troppo lento allontanamento delle fasce di reddito medio-basse dall’abitare l’area urbana.
Città cambiata. Certamente non più l’accogliente città europea ma luogo di trasformazioni o meglio, come si dice oggi di rigenerazioni.
Questo termine ormai onnipresente come l’altro termine che presagisce ad altri affari “resilienza” ci ha trasformato. Ha cambiato radicalmente il tessuto sociale della città. L’ha modificata nell’orlato urbano fatto di grattacieli svettanti, fuori tempo, ma sempre in tempo per gli affari.
Ma cos’è cambiato davvero negli ultimi dieci, quindici anni ?
Milano si è reinventata metropoli da turismo che ha espulso gli abitanti plebei, che servono soltanto per far funzionare la città dei patrizi. I patrizi sono coloro che hanno la casa di proprietà o che fanno parte di una elite borghese oppure anche più con nobili natali.
Il sindaco di questa città deve tenere insieme gli affari fatti di turisti da mangiodromo, studenti da spennare e patrizi esigenti.
I plebei, espulsi per i costi esorbitanti di questa città vivono nel suburbio, quando se lo possono permettere, oppure anche più lontano.
Però questi plebei sono utili e servono alla città vorticosa degli apericena, delle cene sfighettanti e del turismo mordi e fuggi. Turismo che non viene in città per le bellezze artistiche ma solo per il “sapore” a la page di questa città della moda, del quadrilatero (purtroppo non quello asburgico in cui incarcerare gli autori di questo disastro) oppure per mostre, come una delle ultime proposte a Palazzo Reale che scopiazza una ben più interessante ed inedita tenuta a Novara, lo scorso inverno, su De Nittis.
Le mostre sono sempre così: due, tre quadri importanti e molto contorno. Oppure un Museo delle Arti primitive privo di raccolte significative. E poi perché ostinarsi su un museo del genere quando le raccolte non le possiedi! Infatti li dentro si espone tutt’altro.
I plebei servono per far funzionare “questa meravigliosa macchina da guerra” che è la nuova Milano. La politica deve far conciliare almeno due cose: convincere i plebei a venire tutti i giorni a lavorare per i patrizi e soprattutto lavorare con stipendi da fame. Non a caso la pubblica amministrazione non trova dipendenti con questi lauti stipendi e l’azienda dei trasporti sospende corse per mancanza di autisti.
La politica come Menenio Agrippa cerca di convincere i plebei a ritornare in città ad occuparsi dei servizi: altrimenti la città parassitaria dei patrizi come sopravvive. I turisti servono, il mangiodromo deve vivere di camerieri sfruttati, i B&B, affitti brevi, gli alberghi di ogni genere hanno bisogno di un corredo di poveri che lavori per loro.
I retri di questa cinecittà, dietro i palazzi del centro vedono fervere furgoni di plebei che lavano lenzuola, riforniscono di bibite e di alimenti, il tran tran cittadino.
Oggi Milano è una città involucro, una città contenitore, i contenuti non servono a questa tipologia di città che racconta di essere attrattiva; città piena di opportunità con stipendi da 1300 euro e affitti da 1000… se tutto va bene e in periferia. I giovani giustamente emigrano, questa attrattività Milano, per loro, se la può tenere, preferiscono le vere città accoglienti, come Vienna che offre case agli studenti a prezzi calmierati anche all’interno di Karl Marx hof.
La vera tragedia è che non c’è un disegno politico per questa tragedia urbana è solo insipienza e politica prestata agli affari per i quali si gode di rendite politiche di sponda. Il crack urbano è già avvenuto, si fa solo finta di niente. Tanto chi può vivere qui va avanti farlo. E si vede chi può vivere in questa città: lo si vede dalle auto, bmw, audi e tesla che sfrecciano infischiandosene di tutti e di tutto.
Se la missione di un buon amministratore di una comunità cittadina dovrebbe essere il perseguimento del benessere collettivo attraverso scelte e provvedimenti tesi a lenire le diseguaglianze, a migliorare la vivibilità dello spazio urbano e ad allargare l’accessibilità di opportunità e servizi alle componenti più svantaggiate – se escludiamo alcuni interventi episodici, prevalentemente legati alla bulimia di eventi di cui la città ormai si nutre – si rileva ben poco di quanto servirebbe per migliorare realmente le cose.
Chi mantiene tutta la baracca, come in tutta Italia sono dipendenti e pensionati, gli unici che pagano le imposte. Imposte che servono per gli asfalti, le scuole i servizi pubblici di cui i plebei beneficiano solo in parte…per lavorare.
In cosa si potrebbe sperare per il futuro? Il campo progressista si è dimostrato sinora in linea con gli interessi del più forte, drenando risorse minime per il miglioramento delle condizioni dei più svantaggiati, senza marcare in ciò differenze sostanziali con gli amministratori di destra.
Forse una possibilità potrebbe risiedere nelle forze presenti nella società civile, che da anni denunciano questa situazione in continuo peggioramento che sta rendendo Milano abitata sempre meno da cittadini e sempre più solo attraversata da utilizzatori temporanei.
Il sindaco attuale, bravo davvero, ha nuove grandi ambizioni. Abbiamo due anni per trovarne uno bravissimo.
Mario Allodi Andrea Marziani


Comunque con l’ autonomia differenziata approvata ieri (fra le materie delegate c’è il governo del territorio) è facile che la regione Lombardia provveda ad eliminare ogni riferimento al dm 1444/68 e ad altre leggi che ostacolano il cammino dei costruttori edili. Quindi, altro che Salva Milano… Qui tra poco non si parlerà più di servizi, di edilizia popolare, di indici o di altezze. Qui tra poco è il Far West, rendiamocene conto. E Sala e i suoi festeggeranno