I LUOGHI SIMBOLICI. PILASTRO DEL CIYTBRAND

I “luoghi simbolici”, come dice la parola stessa, possono anche vivere di immaterialità. Nel senso che comunque nella mente e nei sentimenti umani si smaterializzano se sono all’origine materiali. E mantengono, anzi rafforzano, la loro natura eterea se appartengono ad una allusione, una congettura, un sogno, un’ipotesi. Ma non necessariamente a una costruzione in pietra o in mattoni.
Dunque, sul piano delle componenti immateriali del brand urbano (o comunque connesso a porzioni di territori) la materialità conta come fondamento originario dell’esperienza, della fruizione. Ma poi dissolve senza danno la sua concretezza fisica e, contaminata magari dalle scoloriture o dalle scomposizioni della rielaborazione onirica, si deposita nel luogo della pensosità creativa e ci accompagna per tutta la vita.

In più, è soprattutto questa immaterialità che domina la rielaborazione artistica.
La pittura, la scultura, la musica, la grafica, persino il disegno apparentemente calligrafico e in realtà “interpretativo”, avvolgono quelle pietre e quei mattoni, quel cemento e quei pinnacoli, quell’asfalto affaticato dal traffico, con una coltre immaginifica.
Esattamente quella che trasforma un patrimonio comune in un patrimonio personale.
È questa la dinamica che porta i “luoghi” fisici che contano nella nostra vita a diventare parti simboliche della nostra dimensione identitaria.
Quella in cui le appartenenze non riferiscono solo alla corposità dei territori che ci riguardano, ma soprattutto alla valorialità mescolata alla memoria. Sono queste due onde sfuggenti, mobili, che hanno durata limitata e poi vengono macinate dalla più straordinaria macchina trasformativa che conosciamo che è la percezione.
John Ruskin, che era nato a Londra nel febbraio del 1819 e che riuscì a spingere la sua vita fino a scrutare il primo lembo del nuovo secolo, cioè fino al 20 gennaio del 1900, pur essendo stato un poliedrico e creativo scrittore, pittore, poeta, restauratore e critico d’arte britannico, viene ricordato – soprattutto in Italia – per il suo meraviglioso libro The Stones of Venice (Le pietre di Venezia, tre volumi editi dal 1851 al 1853, in Italia più volte editate fino alla fine del secolo scorso) che, al di là della sua passione scientifica per le questioni di restauro (“Il cosiddetto restauro è la peggiore delle distruzioni”),dimostra che l’indagine “oltre le pietre” scopre di tutto: storia, valori, culture, creatività, oscurità.
Mappe simboliche
C’è molta letteratura sulle nostre città. E anche se di qualità scientifica difforme, questo tema ritorna per ogni luogo, per ogni storia di comunità, per ogni patrimonio urbano che da materia si fa simbolo e bandiera.
Dunque, i luoghi non sono solo i palazzi e i monumenti, ma anche la dinamica della morfologia e della mobilità di un luogo, l’architettura civile e religiosa, le scuole e le università, l’infrastruttura dello spettacolo, il sistema venoso del commercio, le oasi verdi, i luoghi sociali e – per dirla con l’antropologo Marc Augè – anche i “non luoghi” ovvero quelli in cui l’eccesso di offerta tende a cancellare il protagonismo umano della “domanda”. Ma si può andare più nel dettaglio. Una lapide collocata al posto giusto, un contenitore di mondi che la scatola non rivela, una sopravvivenza del passato, il profumo di storie ormai semplicemente evocate.
La mappa simbolica delle nostre città – qualche guida turistica meno banale ha anche imparato a fare questa rappresentazione – inevitabilmente deve suturare storia e presente e quindi confeziona un ritratto incomparabile. Lo stile qui e là allude, le funzioni più o meno si riscontrano ovunque. Ma poi il colore dei sentimenti, il fragore della memoria, la dolcezza o il carattere ruvido dell’evocazione, rendono ogni mappa una storia a sé stante.
Da qui il compito delle generazioni di recuperare e rielaborare questa mappe.
Da qui il compito della cultura di esercitare il suo diritto di accompagnamento critico e di contestualizzazione.
Va naturalmente aggiunto il complemento essenziale dell’evoluzione del rapporto tra infrastrutture e memorie. Che è rappresentato dalla formidabile trasformazione della tecnologie narrative. Dall’arte alla fotografia, dalla stampa alla potenza dell’età radiotelevisiva, dallo spartiacque dell’avvento di internet alle transizioni digitali in corso (comprese le riproduzioni verosimili il cui protagonismo si affaccia attraverso l’intelligenza artificiale).
L’immaginario (perché finora non c’è) Museo della memoria di Milano (che era uno dei progetti più ardimentosi dell’assurdamente disciolto Comitato poi diventato Associazione Brand Milano), avrebbe la spazialità storica e narrativa di seguire tutti questi cicli del racconto e riconsegnare – dalle pietre del primo villaggio celtico alle torri innalzate impudicamente al di sopra della Madonnina – una storia simbolica della città che è la descrizione più affasciante dell’anima collettiva di una comunità.
A proposito degli anni in cui si sono intensificate le attenzioni e mirati gli studi attorno all’evoluzione identitaria di Milano – anche grazie a ciò che Expo aiutava a svelare – merita il pur fugace ricordo di una piccola ma bella mostra dedicata ad “Identità Milano” (realizzata in Triennale) che ricostruì le parole chiave, i volti chiave (degli ultimi due secoli) e naturalmente i luoghi chiave. Mostra che andò anche a Palazzo Marino producendo code (a ingresso gratuito) ma la maggiore passione si riscontrò nelle periferie, perché tutti i milanesi, a maggior ragione gli “adottivi” volevano essere partecipi e in un certo senso protagonisti di quel “patrimonio”.
Il museo in senso proprio non c’è. Ma ci sono tanti spazi che raccontano segmenti separati di quella storia di un patrimonio simbolico. Sicché basta sfogliare anche le più semplici ed elementari sintesi digitali di quella storia per comprendere la varietà tipologica di ciò che chiamiamo “luoghi” (per esempio Museo Milano, https://museomilano.org/la-storia-di-milano-1700-1800/, in realtà dalla prima cinta muraria del 42 a.C. alla chiusura di Expo).
Tutte le città, anche quelle minori, possono parimenti vivere l’ebbrezza di una monumentalità immateriale eterna che riassuma e connetta tutta la monumentalità materiale deperibile della storia dei nostri perimetri di appartenenza. E ci sono città nel mondo (per esempio Amsterdam) che hanno – variante interessante – raccontato il loro nucleo identitario forte pur inventariando immagini e creatività variegate ma sempre riferite al tema prescelto.
È doveroso dire come la “pietra” tenda a caratterizzare il fondamento materiale di città estese nelle pianure, intensivamente costruite; mentre mare, montagne, laghi, boschi avranno certamente la loro importanza contestuale in tante altre città – italiane e non – che hanno la fortuna di essere incastonate in forme più struggenti della natura rispetto alla nostra landa.
Un piccolo scopo recondito
Questa breve nota ha lo scopo anche di incorniciare un piccolo divertimento tra autori e lettori di questo giornale. Che è stato all’origine della proposta di Luca Beltrami Gadola di rivelare lo spunto accompagnandolo da qualche pensiero.
Lo spunto è stato occasionato da una risposta “al volo” di tipo giornalistico che ho fornito al momento in cui mi è stato domandato quali sono per me i luoghi simbolici della mia città, ovvero Milano.
Le risposte sono state all’impronta, senza avere troppo tempo per meditare. Per cui rivelarle qui mi produrrà rimorsi. Ma tant’è. Il gioco è iniziato. Erano dieci le possibilità, ma avevo anche una risposta in più di riserva (per ricacciare almeno uno dei rimorsi emergenti).
Mi espongo a sicure critiche e comunque ad evidenti omissioni, rivelando le mie risposte occasionali. E proponendo a chi lo vorrà di mandare le sue dieci+una risposte dedicate a Milano così da confezionare, almeno a costo zero, l’indice del nostro piccolo museo della materialità simbolica ambrosiana.
Stefano Rolando
Ecco le mie dieci+una risposte
| Elementi simbolici della città di Milano
Stefano Rolando, classe 1948, professore universitario, già manager in istituzioni e aziende, già presidente del Comitato Brand Milano, presidente di Fondazioni (a Milano, a Roma, nel Mezzogiorno). 1. Le vetrate dell’Arcimboldo in Duomo (il chiaroscuro della fede) 2. La casa di riposo per musicisti “Verdi” di piazza Buonarroti (la dignità della vecchiaia) 3. La Pietà Rondanini (l’estetica dell’incompiuto) 4. L’accesso a Sant’Ambrogio (il sublime semplificato) 5. Piazza Cinque Giornate (il fuoco della libertà) 6. Il Milan degli anni ’50 e ’60 (le passioni radicate) 7. I filobus 90 e 91 (circolare&popolare) 8. Via Bagutta (l’understatement milanese) 9. La Sormani (più in alto, per tutti) 10. Il Corriere (diario della borghesia) Riserva: La ciminiera di viale Ortles 36 trasformata in torre del vento (memoria dell’industria al servizio dell’ambiente) |
