MILANO, CAPITALE MORALE?

Care lettrici e cari lettori, amiche e amici, vi avevo annunciato che avrei rinunciato ad inviarvi la Lettera ma quello che è successo nell’ultima settimana non può essere senza commenti, quindi faccio una eccezione.
VAS e urbanistica hanno occupato tutta la scena. Il traffico impazzito, la buche, l’inquinamento dell’aria, insomma tutti i temi che riempiono le lettere di protesta sui quotidiani scompaiono di fronte a quello che potremmo chiamare “lo scandalo dell’urbanistica”.
Cosa è successo alla nostra società? Non siamo più la capitale morale d’Italia?
Questa lusinghiera espressione non è nata ieri: la dobbiamo a Ruggero Bonghi uomo politico italiano ( 21 marzo 1826, 22 ottobre 1895), che la coniò per celebrare la Expò di Milano nel 1881, quando ancora si faceva sui faceva sui bastioni di Porta Venezia, in un articolo de La Perseveranza.
Questo ricordo lo dobbiamo ad un articolo di Paolo Papi che sulle pagine di Panorama del 25 ottobre del 2015 tra l’altro scrive : “Intraprendenza e solidarietà, tolleranza e orgoglio civico, buon senso e pragmatismo: il mito di Milano quale capitale morale d’Italia, che Raffaele Cantone ha voluto rispolverare nel corso di una cerimonia cui hanno partecipato anche Giuliano Pisapia ed Edmondo Bruti Liberati …”.
Nel 2016 ad affrontare il problema ci si misero Piero Bussolati e Nicolò Mardegan con un libro per i tipi di Guerini e Associati dal titolo Milano, capitale morale? La sfida del nuovo e l’eredità di Pisapia.
Nella prefazione Sapelli e Festa scrivono: “Milano, vetrina internazionale, regina dei commerci s’è fermata? No, la città presenta qualche segno di cedimento strutturale, ma ha ancora grandi potenzialità. Sul tema intervengono Bussolati, riformista di centrosinistra, e Mardegan, propugnatore dei valori della tradizione cattolico-liberale. Bussolati rivendica il ruolo svolto negli anni dal riformismo socialista e ne vede la continuità con l’amministrazione Pisapia, caratterizzata da trasparenza, legalità, partecipazione. Milano è tornata la capitale del fare, aperta alla sharing economy, al dinamismo imprenditoriale e alla solidarietà. Il suo futuro può essere solo nel segno della continuità, che vuol dire condivisione, innovazione, inclusione. Mardegan, invece, critica l’assenza di progetti strategici, causa di astensionismo. Occorre valorizzare la centralità della famiglia, la libera formazione, la meritocrazia, l’accesso al lavoro, la sicurezza. Il suo gruppo, Noi x Milano, propone perciò un welfare mirato alle famiglie in difficoltà, un’edilizia popolare per i giovani, un’accoglienza con regole certe, un incremento delle infrastrutture, un’alleanza fra ambiente e sviluppo”.
Bussolati e Mardegan guardando ad oggi direbbero le stesse cose? Credo di no e soprattutto la politica di Sala non può certo considerarsi in continuità con quella di Pisapia, nessuna continuità, anzi.
Come è Milano oggi? Come è il suo sviluppo dal punto di vista urbanistico?
INU (Istituto Nazionale di urbanistica) Lombardia ha pubblicato il 24 febbraio di quest’anno un documento (allegato 1) intitolato RIFLESSIONI SUL “CASO MILANO” IN VISTA DELLA VARIANTE AL PGT. Ne riproduco qui uno stralcio della Premessa, non avrei potuto scrivere niente di meglio: ” …L’eccezionalità di Milano è dovuta anzitutto alle particolarissime condizioni del suo mercato immobiliare ed alle conseguenti pressioni che vengono esercitate non solamente sulle scelte della pianificazione comunale ma anche sulla produzione legislativa regionale e nazionale (Tutto dalla parte degli operatori n.d.r). Un ruolo importante va poi riconosciuto alla particolarità del costume urbanistico milanese, connotato, fin dagli anni ’50 del secolo scorso, da un costante conflitto fra i programmi di sviluppo e le rigidità della strumentazione urbanistica e dalla conseguente ricerca di percorsi procedurali accelerati peraltro favorita, negli ultimi anni, da nuove norme statali e regionali che hanno introdotto misure di semplificazione e di flessibilità, quali, ad esempio, Piani Attuativi in variante, Permesso di Costruire Convenzionato, ecc.
Nella fase attuale di ripensamento dei compiti, degli strumenti, delle regole e più in generale dei principi dell’urbanistica, il “caso Milano” rappresenta un importante banco di prova per la necessaria riforma tanto della prassi della pianificazione locale che dell’apparato legislativo che le governa.”.
Stiamo a vedere quale sarà il banco di prova e, se ci sarà, sarà una lunga fatica ma soprattutto sarà faticoso arginare le influenze che arriveranno dai promotori immobiliari. Gianni Barbacetto nel suo articolo su Il Fatto quotidiano del 22 gennaio scorso titola: Toh, chi si rivede nei cantieri di Milano: il Rito Ambrosiano. Possiamo dire una volta di più che la Storia si ripete ma cambiano solo i nomi.
Ma quali sono i due nomi più importanti della scena attuale? Il sindaco Beppe Sala e l’assessore Giancarlo Tancredi.
Di Beppe Sala sappiamo tutti chi è, da dove viene ma, che a me non piace e aspettiamo solo di vedere come se la caverà con questa storia delle SCIA. Dopo questa vicenda dovrà ricostruire una rapporto con i dipendenti, in primis quelli che hanno a che fare con l’urbanistica.
Di Giancarlo Tancredi ecco il suo profilo dal sito del Comune: “Giancarlo Tancredi, nato a Milano il 16.09.1961 è laureato in architettura. Da sempre si è occupato, all’interno del Comune di Milano, di progettazione e pianificazione urbana, con particolare competenza sui progetti urbanistici complessi più importanti della nostra città, tra i quali l’area “Porta Nuova”, il Portello, City Life. Expo 2015 e MIND, la Darsena, gli scali ferroviari dismessi, Santa Giulia e l’area dello Stadio. L’esperienza professionale sviluppata abbraccia le diverse tematiche che sono alla base della rigenerazione urbana e dell’attuazione del Piano di Governo del Territorio.”
Un uomo autorevole che sapeva tutto, probabilmente anche l’interpretazione che gli uffici davano a quell’insieme di leggi e regolamenti che hanno dato il via alle SCIA, un furbesco combinato disposto ben accolto dagli operatori.
Tancredi pochi giorni dallo scoppio della questione, interpellato da la Repubblica il 20 gennaio scorso alla domanda del giornalista che gli chiedeva se la situazione gli fosse sfuggita di mano con progetti un po’ azzardati, rispondeva: «Una premessa. Una cosa è mostrare perplessità rispetto ad alcuni progetti, come se ne sono visti negli ultimi anni, tra cui ad esempio torri molto alte edificate in contesti urbani che richiedevano soluzioni più rispettose del quartiere. Una cosa, dunque, è dire che si poteva costruire in modo diverso, altra cosa è dire che si è operato in modo non legittimo. Su questo secondo punto, con tutto il rispetto e la massima stima sempre dovuti nei confronti del lavoro della magistratura, come amministrazione siamo disorientati».
Va detto, e potrò anche essere smentito, che quello che mi appare certo è che in questo”scandalo urbanistico” non ci sono mazzette che girano né altre forme di gratificazione anche se , mutuando dal famoso detto di Di Pietro “dazione ambientale”, anche qui c’è qualcosa di “ambientale”: l’equivoco che lo sviluppo edilizio si comunque un bene della città.
Chi di dovere, il Sindaco in primis, avrebbe dovuto sapere che in questo sviluppo avrebbe avuto dei danni collaterali sicuri in termini di aumento della disparità economica dei cittadini, di danni ambientali, di impazzimento degli affitti, di gentrification e di aumento dell’impronta ecologica, tanto per citarne alcuni.
Altre cose Tancredi dice, tutte interessanti, nella sua intervista ma lo spazio non ci consente altri commenti.
A questo punto non si può eludere una domanda: perché il Sindaco lo ha nominato assessore malgrado il parere contrario dell’ANAC che definiva questa nomina illegittima?
Sala dichiara di averlo voluto al suo fianco dopo averlo conosciuto “da quando [Sala] facevo il city manager” con Letizia Moratti; lo ha detto presentando la “squadra” alla stampa il 9 ottobre del 2021.
Una vecchia amicizia ma soprattutto un uomo che lo avrebbe aiutato nel perseguire il suo disegno di favorire l’attività degli operatori immobiliari, ma anche la parte non detta del suo programma legato all’ambizione di raggiungere una popolazione di 1.80.000 abitanti.
Se avesse avuto l’intelligenza di calarsi efficientemente nel suo ruolo di Sindaco della Città Metropolitana di Milano, carica che gli compete sino ad ora per legge invece di scansarla nominando un vice, avrebbe potuto vantare di governare su 3.250.000 cittadini, ponendosi tra le grandi città europee.
Si prevede invece che la popolazione milanese passerà da 1.396.673 residenti (popolazione registrata in anagrafe al 31.12.2022) a 1.439.993 nel 2030 e a 1.462.503 nel 2035. Nel 2039 è prevista una popolazione pari a 1.483.374, dunque un incremento di 64.289 unità rispetto al 2022 e 1.483.374 nel 2039, con un incremento di 86 961.

Visti i numeri vale la pena di devastare la città con interventi edilizi come gli ultimi venuti all’onore delle cronache giudiziarie e il tutto in 29 anni? Alla faccia del consumo di suolo, della rigenerazione urbana, tutti criteri ambigui,
A monte di questi numeri abbiamo fatto i conti sulla qualità dei nuovi cittadini?
C’è un piano dei servizi che lo preveda? Un piano della mobilità?
Saranno più felici – o infelici – i milanesi del 2039?
Aspettiamo il nuovo PGT e quanto prima anche un nuovo sindaco, col timore di cadere dalla padella nella brace, viste le previsioni dell’orientamento di voto dei milanesi delusi da una sinistra litigiosa e senza pensiero.
Luca Beltrami Gadola

Mi ha stupito nel documento INU (peraltro molto timido nelle sue considerazioni sull’urbanistica milanese) la frase sul riuso di “fabbricati minori, quali depositi, garage, officine, laboratori poco o per nulla utilizzati dei quali sono pieni gli isolati milanesi” In che senso “poco utilizzati”? Chi ha scritto una cosa del genere si vede che conosce poco Milano. Quei garage, officine e laboratori erano frementi di attività e di vita (anzi sotto certi punti di vista erano veramente il “cuore di Milano”). Sono stati chiusi perché certo trasformarli in negozi o abitazioni e uffici da un punto di vista immobiliare rende di più. Ma non erano affatto “inutilizzati”.
Sempre nel documento INU, si propone che nel nuovo PGT si proceda alla “restituzione alla collettività di parte dei proventi della rendita fondiaria”. Ma oramai è troppo tardi. Nel momento che entrano nel circuito delle compravendite, i proventi della rendita fondiaria generati dalle possibilità di trasformazione urbanistica vengono già introiettati. Se si vuole che parte di questi proventi vengano destinati a opere di interesse sociale (case popolari, verde, servizi ecc) questo andava definito al momento dell’approvazione del piano (ovvero più di dieci anni fa, ai tempi della sora cecioni all’urbanistica e del suo comitato tecnico-scientifico ora passato allo sviluppo immobiliare). Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati… Sempre nel documento, si dice che il Comune di Milano “ruba” ai comuni contermini i bravi dirigenti. Che siano davvero “bravi” è tutto da dimostrare, personalmente ho qualche dubbio. Ma essendo stati scelti per cooptazione, inevitabilmente andranno a rinforzare il sistema esistente di alleanze e di controllo della macchina burocratica. Come mai invece il Comune di Milano non fa mai i concorsi aperti a tutti? E’ chiaro, è più difficile controllarli, e c’è il rischio che li vinca qualcuno bravo davvero, e non il solito zerbino. E che la macchina burocratica voglia rafforzare sé stessa, be’ questo è comprensibile. Ma che il sistema politico (che addirittura è arrivato a candidare sindaco l’ex direttore generale della parte avversa e assessore un dirigente…) glielo permetta, questo è davvero incomprensibile. E poi si lamentano dell’autoreferenzialità delle procedura e del rito ambrosiano, ma per forza, se la macchina parla solo a sé stessa non si accorgerà mai di sbagliare.