UN CONCERTO INFELICE

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L’altra sera alla Scala si celebrava il 160° compleanno sia della Croce Rossa Italiana che della Società del Quartetto… uno strano accoppiamento, ma l’ottima presidente del Quartetto, Ilaria Borletti Buitoni, scrive nel programma di sala che era “una straordinaria opportunità per promuovere i valori della solidarietà, dell’impegno civile e della cultura”. Fatto sta che per celebrare il duplice compleanno, e come ormai è diventato quasi un obbligo, il concerto si è aperto non con l’Ouverture di Beethoven – la Leonora n. 3 – ma con un pistolotto di autoincensamento e di ringraziamento agli sponsor e alle “autorità” (fino all’immancabile ministro Sangiuliano) da parte del presidente della Croce Rossa, un messaggio letto (ahinoi) e durato ben 10 minuti.  

Il programma prevedeva, oltre alla Leonora, il Concerto per violino e orchestra di Mendelssohn e la Settima di Beethoven: l’orchestra era la Filarmonica della Scala, direttore l’ottantottenne indiano-fiorentino Zubin Metha, uno dei “grandi maestri” della musica sinfonica, e violinista il cinquantenne russo-israeliano-tedesco Maxim Vengerov che suonava uno Stradivari dei primi del ‘700).  

Dunque, finito il pistolotto, si comincia con l’Ouverture beethoveniana che, non so dirvi perché, sembrava una lettura a prima vista, scolastica e inespressiva. Sembrava che non vi fosse empatia fra orchestra e direttore, o forse che l’aspetto poco autorevole del buon Metha – che con grande lentezza e un apparentemente grande sforzo fisico raggiungeva il podio e, grazie all’aiuto delle prime parti e di un bastone, riusciva anche a superare i due gradini per andare a sedervisi – mettesse in imbarazzo l’orchestra. Fatto sta che il risultato è stato veramente assai modesto: una Leonora che non aveva nulla a che fare né con il temperamento beethoveniano né, tantomeno, con i contenuti eroici del Fidelio.

Non migliore sorte ha accompagnato il Concerto mendelssohniano per violino; una musica che dovrebbe sprizzare energia da ogni nota e che invece è apparsa esangue e sbiadita, senza nerbo e senza carattere. Forse anche a causa del modesto volume dello strumento d’epoca e della conseguente necessità di contenere il volume della grande orchestra moderna che l’accompagnava. Un gioco di prudenze, di garbo, di attenzioni che ha tolto energia e vitalità all’intera esecuzione.

Finalmente, con la Settima, il quadro è un po’ cambiato e il grande Zubin ha ritrovato un po’ della sua verve e l’energia necessaria a portarla a compimento. Una buona esecuzione, godibile, appena un poco molestata da un timpanista narciso che – chissà se la potenza del suo strumento arrivava alle orecchie del direttore – si riteneva il protagonista della sinfonia. 

La popolarità di Metha, e l’incanto “a prescindere” del capolavoro beethoveniano, hanno fatto sì che il concerto si sia concluso con un successo strepitoso, con tutto il pubblico in piedi a salutare il vecchio maestro (mi concedo questo “vecchio” solo perché è mio coetaneo!) e a ringraziarlo per la fatica cui si è sottoposto. In questo la Scala è sempre stata generosa e ha sempre premiato i suoi beniamini.

A me però resta il dubbio se sia giusto o meno chiedere ai grandi maestri di superare i propri limiti fisici per cercare conferma delle loro indiscusse capacità a beneficio della nostalgia degli spettatori, per lo più attempati, che sperano di rivivere le emozioni di tempi andati. C’è un mondo di musicofili che si compiace molto di questa nostalgia e che è più che disposto ad ascoltare esecuzioni anche modeste pur di acclamare gli eroi che li hanno accompagnati per tutta la vita. Questo è accaduto l’altra sera alla Scala, un gesto di rispetto del passato, certamente nobile, forse adeguato a celebrare compleanni più che centenari, ma non certo a rappresentare la vitalità e l’energia delle istituzioni festeggiate.  

Paolo Viola


 

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