INSIEME A QUESTO POSTO IL COMUNE VENDE ANCHE GLI ABITANTI?

Dal Volantino di invito all’Assemblea Pubblica: “In questi mesi, il Comune di Milano ha messo a bando gli ex bagni pubblici di Via Esterle per destinarli a luogo di culto. Questo edificio è la nostra casa da cinque anni. Siamo una comunità di migranti provenienti dal Brasile, dalla Bulgaria, dalla Costa D’Avorio, dal Gambia, dalla Guinea Conakry, dal Mali, dal Marocco, dal Perù. Siamo rider, agricoltori, operai edili, badanti, ambulanti, addetti alle pulizie. … Esterle non è solo la nostra casa. E’ il luogo dove ci incontriamo, dove discutiamo, dove parliamo dei nostri Paesi di origine, segnati da guerre, carestie, e crisi economiche, che ci hanno spinto a partire“.
Ho partecipato il giorno 22 maggio in Via Esterle n 15 ad una assemblea pubblica indetta dagli abitanti dello spazio Ex bagni pubblici sulla questione della messa a bando dello spazio da parte del Comune di Milano per interessati a trasformarlo in luogo di culto.
Per la loro tranquillità mi colpiscono subito gli abitanti e le diverse persone lì convenute, di cui non conosco nulla. Non conosco nessuno, ma non mi sento a disagio, sento accoglienza. Penso: la dicitura, “luogo di culto“. Che cosa vuol dire, luogo di culto? È una dizione astratta, offensiva del significato, del senso, della storia, della scelta di un luogo destinato alla preghiera e alla rappresentanza di una comunità di credenti.
Una Chiesa è una chiesa, non è un luogo di culto. E’ un luogo sacro, scelto con criteri religiosi, da una popolazione, da una comunità. Una Moschea non è un luogo di culto, come non lo è una Sinagoga, o un bosco sacro, un tempio Indù. Siti dove una Comunità si raccoglie perché luogo riconosciuto idoneo ad aprire una porta tra la trascendenza e la storia di quella specifica comunità. Quindi, da parte di un Comune laico, come quello di Milano, parlare di luogo di culto è già una violazione della reale richiesta di comunità, a cui è negata la storia religiosa e la scelta di un sito significativo. E così andiamo avanti nel degrado culturale della questione degli Spazi pubblici scelti nella logica della provvisorietà, della concessione, dell’ignoranza.
Appena parlano gli abitanti, circa quaranta persone, capisco il vero senso, importantissimo, di quello spazio. E’ un posto dove vivono persone immigrate, persone che hanno necessità di un tetto, di una comunità “nuova”, dopo aver perso la propria, quella di origine, e dopo aver costruito un’identità di gruppo, intessendo relazioni nuove, sollevando i problemi della sopravvivenza ad un livello di senso e di giustizia del proprio percorso.
Un rappresentante di un comitato per la Palestina ha ricordato come anche all’epoca della concessione della Palestina ai Sionisti si cercava di dire che quel territorio era praticamente disabitato. I Palestinesi non erano un Popolo, ma tribù, nomadi e trasferibili. Così, in piccolo, il Comune di Milano propone lo spazio di Via Esterle come vuoto, libero, inutilizzato.
Le quaranta persone che lo abitano non esistono, sono provvisorie, invisibili, non un problema. Non sono famiglie, quindi nessuno se ne occupa, nessuno ne ha la competenza. Occorre avere dei requisiti (permesso di soggiorno, essere minori, profughi di guerra come solo gli Ucraini sono in questo momento) per esistere come soggetti di competenza dell’Ente Pubblico. Questa è la seconda nota stonata, stonatissima, del concertino sugli ex bagni pubblici di via Esterle. E’ uno spazio libero, si dichiara. Non è vero, è una menzogna.
Hanno iniziato a parlare gli abitanti, prima i Magrebini, poi gli Africani ed infine i latino americani. Dicono tutti la stessa cosa, ma con linguaggi culturali differenti. Gli arabi parlano dimessi, a bassa voce. Il loro ragionare comunica un silenzio, accennano a complessità, non svelano fino in fondo cosa pensino veramente del “luogo di culto “. Tutti sanno che si tratta di “luogo per la preghiera mussulmana”, non proprio di una Moschea, che è un’altra storia, appunto. Hanno un atteggiamento di grande dignità.
Poi parlano gli Africani. Sono giovani, belli, potenti. Ecco, non è giusto, dicono. Sotto la pelle nera, siamo come voi, sapete? Abbiamo le stesse necessità per la sopravvivenza. Abbiamo subito relazioni non paritarie, siamo stati schiavi e non è giusto. Siamo fuggiti verso l’Europa per una prospettiva di vita, non per delinquere. Non si fanno miglia e miglia e poi leghe e leghe per delinquere, si fanno per essere liberi. Noi vogliamo lavorare, voi siete interessati al nostro lavoro, alla nostra forza, alla nostra costanza, ma non possiamo lavorare se non abbiamo un posto dove dormire. Accennano alla loro storia migratoria. Io non vedo il loro percorso, deserto, mare, solitudine.
Mi fanno sentire più oltre, in modo più radicale la loro differenza, che è la pelle nera. Elencano i problemi, con lucidità, senza fronzoli. La catena chiusa: permesso di soggiorno, lavoro per avere il permesso, permesso per avere il lavoro. Lavorano tutti, per la verità, ma in nero, poiché le loro potenzialità fisiche a basso costo si possono accettare e vengono richieste. Tutto il resto no. Possono dormire per strada, non essere curati, non sognarsi un alloggio in affitto o di portare in Italia la propria famiglia. La pelle nera diversifica più di qualunque altra diversità. Poi parlano i Latino-Americani, e le donne Americane del Sud. La loro voce è tonante con il loro splendido accento Ispanico. Unità, uniti si vince.
Questa è la nostra casa, il comitato “ci siamo “ ci ha accolto. Viva la lotta, viva la nostra comunità. Accendono subito un fuoco che conosciamo. Tutto è possibile e poetico; la cultura della Comunità aperta, unita, rivoluzionaria, vincente. Poi parlano gli Italiani dei Comitati, delle Organizzazioni, del territorio. Parlano esperti di lotta e di relazione con l’Ente Locale e i tribunali e la Polizia di Stato. Non evidenziano molta speranza, ma neppure senso di sconfitta. “Ci cacciano, ebbene, organizzeremo una nuova occupazione”. Mi colpisce ancora la lucidità con cui ognuno, a modo suo chiede unità. “E’ necessaria, non ci ricordiamo neppure perché litigavamo!”. Ancora, ognuno con chiarezza dichiara che non si può, non si può più ricercare un compromesso fondato sulla precarietà, sulla legalità senza giustizia.
Ed è questa diversità, sono queste vite sospese, questo saper mettere a confronto sensibilità e storie diverse che rendono questo spazio, questo “abitare “, un esperimento interessante, che il Comune dovrebbe rispettare e incentivare, poiché esempio utile alle riflessioni sull’abitare nella città di Milano. Utile, interessante, innovativo. Un valore insomma, enorme, questo sì, un luogo di culto laico, dove per culto si intende la sperimentazione di una trasformazione in atto: dall’accontentarsi della sopravvivenza, allo sperimentare la bellezza dell’articolazione delle proprie esperienze con un tessuto sociale.
Loris Panzeri
