GLI SPAZI INDECISI

Passeggiando nelle nostre periferie si incontrano numerosi edifici abbandonati, alcuni dei quali rappresentano una vera e propria ferita per il decoro del quartiere in cui si trovano. Per i proprietari si tratta spesso di situazioni non facili da sanare per il costo degli interventi di ripristino dell’uso originale dell’immobile o di demolizione e bonifica del terreno. Il loro numero è poi ormai tale da rendere praticamente impossibile per le amministrazioni locali intervenire in tutte queste situazioni di degrado.
Ma si tratta sempre di vero degrado? Purché non diventi un alibi per lasciare tanti manufatti e luoghi abbandonati a loro stessi, non sarebbe sbagliato iniziare a ragionare seriamente su approcci un po’ diversi al problema. Mi riferisco in particolare alle idee contenute nel Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément e ad una loro declinazione pratica che includa anche l’estetica dei luoghi.
Il noto paesaggista francese definisce il terzo paesaggio come “tutti i luoghi abbandonati dall’uomo”, compresi anche gli “spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico, ecc. Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica”. Possono essere “aree connotate dalla convivenza di elementi fortemente antropici (di tipi e periodi molto differenti) ed elementi nascosti di biodiversità”, come pure “quelle aree verdi ai margini dell’abitato, sotto gli occhi di tutti ma non considerate, o ritenute inutili perché non produttive”. Si tratta cioè di “capovolgere lo sguardo e di guardare con rispetto ciò che una volta si rifiutava di osservare”. In altri termini, Clément ci invita a vedere il bello anche in ciò che ci appariva brutto. Quando la vegetazione spontanea si riappropria di uno spazio, questa commistione tra i due aspetti (antropico e naturale) può sortire un risultato allo stesso tempo ambientalmente utile e bello.

Tra situazioni estreme, per le quali risulta evidente cosa apporti bellezza (pur nel suo stato di abbandono) e cosa debba invece essere necessariamente oggetto di riqualificazione, esistono un’infinità di sfumature intermedie. Al netto di altre importanti considerazioni (sicurezza statica, igiene, depollution…), il punto è proprio stabilire la linea di confine tra le due situazioni. Fissare cioè procedure che aiutino gli amministratori pubblici a decidere se un edificio o un altro manufatto abbandonato si possa considerare – se non proprio un landmark – almeno una presenza “tollerabile” per l’immagine e la dignità del quartiere, della frazione, del paesino o dell’area rurale. E se non, addirittura, in casi speciali, sottrarre questi spazi dal territorio, renderli cioè indisponibili a qualsiasi logica sia di trasformazione o patrimonializzazione per lasciarli così come sono, per impedire che si interrompa il processo di rinaturalizzazione spontanea che li ha trasformati in spazi gradevoli e riserve di biodiversità.
Un problema per nulla semplice quello di codificare dei metodi di selezione idonei a tale scopo, persino impossibile a giudizio di alcuni grandi pensatori del passato. Per Baumgarten, ad esempio, la bellezza si poteva cogliere solo intuitivamente: dandola in pasto alla logica, cercando cioè di definirla in modo esatto, si perde.

Come fare dunque? Almeno inizialmente, un approccio potrebbe essere quello di creare delle piccole commissioni di cittadini dalla spiccata e riconosciuta sensibilità estetica, delle piccole consulte di quartiere a cui delegare un parere motivato (consultivo o, addirittura, vincolante). Ovverosia attivare su questo argomento ciò che in alcune realtà sono stati definiti “laboratori di cittadinanza”. E da queste esperienze diffuse sul territorio, tentare poi di arrivare alla formulazione di linee guida di validità generale per i luoghi abbandonati della città e del suo hinterland.
Italo Garavaldi
NOTA: nelle immagini: un vecchio laboratorio artigianale a Mancasale (frazione di Reggio Emilia, nei pressi della Stazione AV Mediopadana).
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Mi domando se l’amorevole rispetto per ogni rifiuto edilizio basta che sia maggiorenne in una città costretta ad espandersi perché non può utilizzare migliaia di ettari occupati al suo interno da ruderi. non sia un lusso che non possiamo permetterci.
Certo Giorgio, sono d’accordo con lei che nel 99% dei casi le aree abbandonate della città andrebbero riutilizzate prima di cementificare nuovi spazi. Ovviamente le mie considerazioni si rivolgono ad un numero molto modesto di situazioni. Non a caso ho specificato nel testo “Purché non diventi un alibi per…”.
Grazie per il suo opportunissimo commento, che aiuta a chiarire meglio i confini delle considerazioni riportate nell’articolo.