CASE POPOLARI: L’ETERNA ALLUSIONE

L’effervescente Milano non manca mai di stupire un vecchio spettatore: sarei io. Facebook ci ha portato le immagini che l’assessore Maran ha postato mentre mette a dimora un acero nella “nuova” Piazza Sant’Agostino. Mossa incauta perché sono piovuti commenti da levare il pelo. Ma negli ultimi tempi non è il primo post di illustri cittadini, benefattori, volonterosi che fanno la stessa cosa: piantare un albero è diventato una sorta di rito pagano propiziatorio per placare il dio ambiente che ci sta punendo con durezza. Quando avranno finito di piantare alberi, faremo i conti di quel che costerà mantenere questo verde e ci dovranno pure dire quanto intendono accantonare annualmente per la sua manutenzione.

Editoriale
Foto di Federico Bruno

Non sono un nemico del verde, quanto mai, ma mi piace fare i conti: la promessa del verde va “mantenuta” in tutti i sensi e ben collocata nell’elenco dei “bisogni” della città. Rincorrere Green City fa notizia e da visibilità. Ecco quello che conta.

Ma lasciamo da parte il verde e non parliamo nemmeno del Circo a tre piste “Milano Partecipa” organizzato dall’assessore Lipparini. Aspettiamo gli echi e le ricadute per parlarne e veniamo invece a un contemporaneo ma meno noto convegno alla Casa della Cultura di venerdì scorso 22 novembre dal titolo “MILANO CITTÀ ESCLUSIVA – MILANO CITTÀ CHE ESCLUDE”, tutto incentrato sul problema dell’edilizia sociale, quella che una volta con più affetto chiamavamo edilizia popolare, oggi declinata in tanti modi e in tante fattispecie che frammentano il problema ma non lo risolvono.

Il sottotitolo del convegno, organizzato da SICeT – Sindacato Inquilini Casa e Territorio – chiarisce bene i contenuti: “Emergenza abitativa a Milano: analisi e proposte per un welfare abitativo”, il che vuol dire non solo case ma anche società, perché la crisi non concerne solo la disponibilità di alloggi ma anche la crisi sociale, in tutte le forme di disagio, che investe i quartieri popolari.

I quotidiani milanesi hanno ripreso del convegno sostanzialmente solo i dati “quantitativi” emersi in particolare dalla relazione di Mattia Gatti che sottolinea l’assoluta inadeguatezza (il 3,4%, ossia il nulla) della risposta alla domanda di alloggi ma hanno trascurato il contenuto di altre due relazioni, quella introduttiva di Ermanno Ronda e quella di Gregorio Praderio che allarga l’orizzonte agli aspetti urbanistici del problema.

Per non dilungarmi in un puntuale report sugli argomenti trattati nel convegno, allego le tre relazioni più significative – Ronda, Gatti e Praderio – e arrivo subito all’estrema sintesi. (Relazione Ronda  |  Relazione Gatti  |  Relazione Praderio)

La politica della casa è un rosario di fallimenti a partire almeno dal 1980 e da allora si è addirittura svenduto una parte importante del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, chiedendo ai Comuni e alle ALER – aziende locali per l’edilizia residenziale – di mantenere il proprio patrimonio in pessime condizioni facendo cassa con le vendite di parte dello stesso, quando anche i sassi sapevano che il problema era invece di dedicare nuovi fondi pubblici per questa manutenzione per non corrodere così lo stock di edilizia pubblica.

Da allora si è parlato di edilizia pubblica solo per allusioni, inserendola in tutti gli strumenti urbanistici come obiettivo mai nemmeno lontanamente raggiunto ma solo evocato, vedi il recente PGT milanese, col pensiero che gli operatori immobiliari provvedessero alla bisogna piegati dall’obbligo di destinare una parte delle cubature concesse a questo tipo di edilizia. Da anni si inventano questi strumenti con risultati irrilevanti rispetto alle reali necessità.

Forse è arrivato il momento di affrontare il problema con un’ottica totalmente diversa.

L’edilizia sociale va considerata come una infrastruttura abilitante al pari delle strade, degli ospedali, delle ferrovie o degli aeroporti. Oggi si parla giustamente d’infrastruttura abilitante come la banda larga, le reti cablate, le piattaforme digitali con un’ottica tutta volta a dotare il Paese degli strumenti che favoriscano la crescita ma mai si parla dell’edilizia sociale in questi termini.

A cosa “abilita” l’edilizia sociale? Alla decrescita delle disuguaglianze che oggi invece crescono, all’integrazione, alla soluzione del problema delle periferie: insomma a far crescere la civiltà urbana e con essa la prosperità delle comunità locali.

Un effetto non trascurabile sarebbe, tra l’altro, quello di calmierare la rendita immobiliare che oggi con canoni di locazione e prezzi di vendita fuori portata drena risorse economiche alle famiglie sottraendole ai consumi dei quali si lamenta il calo. Lontani e irraggiungibili i traguardi di un tempo, quando si diceva che il costo della casa non dovesse superare il 20% del reddito. Oggi si è aperta la forbice: i redditi da lavoro sono diminuiti i prezzi delle case sono aumentati.

Una situazione insostenibile che fa’ a pugni con le dichiarazioni di attenzione agli strati meno fortunati della popolazione, con l’attenzione ai giovani che devono vivere di un lavoro sottopagato ma anche all’impoverimento dei ceti medi.

Luca Beltrami Gadola

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Alessandro Gargnani
Alessandro Gargnani
6 anni fa

Impeccabile.

marta gerli
marta gerli
6 anni fa

Leggo con interesse questo articolo sulle case popolari e mi piacerebbe capire in concreto come la correlazione tra edilizia sociale intesa come infrastruttura abilitante produca l’effetto di calmierare la rendita immobiliare.
Vi ringrazio per il vostro impegno e per questo spazio.

Giuseppe Maria Greco
Giuseppe Maria Greco
6 anni fa

Non capisco perché Beltrami Gadola lanci giudizi così sprezzanti (così sembra dalla lettura del suo testo) nei confronti delle piante messe a dimora (visto che sono un tema significativo ad esempio per il nuovo campus del Politecnico ecc.) e di Milano Partecipa, visto che si tratta di esperienze coerenti con lo sviluppo della democrazia oggi in crisi. Mi piacerebbe quindi che trovasse il tempo di chiarire le sue idee al riguardo, tenuto conto che, uscendo dal recinto di Milano e dell’Italia, si tratta di temi che sono dibattuti in tutto l’occidente e oltre esso. Grazie

Edvige Cambiaghi
Edvige Cambiaghi
6 anni fa

Come dice bene Luca Beltrami Gadola, tutta questa ansia di piantumazione fa a pugni con la realtà che prevede la cementificazione della maggior parte delle aree degli ex scali ferroviari, di piazza d’Armi, di piazza Baiamonte e altro, nonché l’abbattimento di circa 160 grandi alberi del Campus Bassini. Questa mancanza di coerenza è la dimostrazione che i 3 mln di alberi per Milano vantati da Maran e Sala sono pura propaganda, senza alcuna volontà di fermare il consumo di suolo.

Valerio Tradardi
Valerio Tradardi
6 anni fa

Bravo, condivido il tuo intervento, pultroppo anche il comune vende appena puo le case popolari come l’aler che continua a vendere e che fra l’altro non va avanti nel progetto di riqualificazione del quadrilatero del giambellino/lorenteggio con finanziamenti europei e in parte di comune e regione. Non procedere nei lavori vuol dire perdere man mano i finanziamenti, questo dimostra il disprezzo per chi vive nei quartieri più degradati della città.

francesco de agostini
francesco de agostini
6 anni fa

caro Luca Beltrami Gadola, sono lusingato della citazione ma più che piazza de Agostini -dedicata per altro al grande geografo di cui malgrado la mia nota propensione agli Atlanti non sono in alcun modo postero- si trattava direi di piazza Sant’Agostino.
Trovo invece molto interessante considerare l’abitazione popolare pubblica come Infrastruttura abilitante. Del resto l’eccezione nei confronti dell’abitazione tout court è già la Costituzione Italiana a sancirla, spostando l’accento della tutela sulla proprietà (art.47) più che sulla dignità dell’uomo.
Le infrastrutture dovrebbero essere identificate in forme di bene comune -di cui tutti ne beneficiano- e purtroppo l’abitazione e il suo selvaggio mercato non ne sono di certo parte. Ma del resto recenti sentenze dicono che nemmeno le aree ferroviarie a quanto pare lo sono, per cui… c’è qualcosa che mi sfugge.

Francesco Mambretti
Francesco Mambretti
6 anni fa

Piantano piante dappertutto a casaccio. A casa mia, in una viuzza, le hanno piantate fitte fitte e alte, che non si riesce più a guardar fuori dalla finestra. Adesso è tutto impastato di foglie per terra, per non parlare delle grondaie. Sulla cima della montagnetta c’è il belvedere più importante di Milano, ma non si vede più niente perché ci sono tutte le piante davanti. Piantano piante senza criterio e senza utilità. Per farsi belli di averle piantate? Forse…. forse non solo per quello. Di certo i giardinieri, incompetenti ma prontissimi a piantare sono i più contenti di tutti. Beltrami Gadola ha ragione da vendere. Sulle case popolari, non c’è dubbio. Ma sulle piante ancor di più, anche se si è contenuto.
Edvige Cambiaghi, poi, ha super ragione da vendere.
E’ ridicolo come qualcuno si accontenti di un po’ di piante piantate male.
Dovrebbero proprio piantarla.

Fabio Bertrand Elsa
Fabio Bertrand Elsa
6 anni fa

Finché le case popolari verranno assegnate senza termine agli inquilini, cioè vita natural durante, il numero di alloggi disponibili sarà sempre largamente inferiore alla domanda. Non esistono criteri che pongono un limite alla durata dei canoni di locazione popolare, l’alloggio diventa un diritto acquisito che si tramanda spesso anche alle generazioni successive (ai figli per esempio).
Ma toccare i “diritti acquisiti” anche se presunti in Italia è una condanna a morte.

antonia
antonia
6 anni fa

come inquilina di casa popolare un commento non basta, dovrei scrivere un romanzo

Danilo Pasquini
Danilo Pasquini
6 anni fa

Le case popolari! ! leggo la postilla di Luca B.G. all’articolo generale nella quale ripropone la questione annosa della casa popolare. La casa popolare è sempre stata per la classe lavoratrice un traguardo da raggiungere fin da prima della II° guerra mondiale per non parlare del poi. .
La storia di questo trascurato – e non dico altro – ABILITATORE della città è sotto gli occhi di tutti, di tutte le città italiane. La estensione dei quartieri popolari ha sempre disegnato la “pianta ” della città sorgendo da sempre al di là della città storica / borghese.
Qui si entra nella strategia urbanistica dei grandi agglomerati urbani e della loro espansione fin dalla legge Luzzatti per restare in un ambito storico tuttora vicino a noi. Un tempo s’era il Castello chiuso nelle sue mura dentro le quali solo pochi e per lo più servitori del Duca/Conte potevano abitare o esercitare alcuni commerci; gli altri i più erano fuori dalla cinta così come oggi vediamo o abbiamo visto il loro collocamento.
Strategia urbanistica che voleva dire anche difesa militare da eventuali invasori .
Qui si è voluto cambiare nome alla edilizia popolare chiamandola con diversi termini quasi a nascondere stati e stratri sociali comunque facenti parte di quella comunità.
Ma quel che è peggio se dalle grandi casermone dove venivano a dormire i braccianti e gli operai “da fuori ” si è passati a una edilizia più sana che ha caratterizzato fin dai primi del ‘900 la residenza operaia.
Di questa evoluzione si è parlato a lungo elogiando la qualità delle nuove abitazioni almeno fino all’inizio degli anni ’80 vedendo la presenza di teorie non solo dell’abitare ma del costruire possiamo dire da tipologia attuali e sempre comunque adattate al loro circoscritto – ma non troppo – mercato –
dettato dalle forti migrazioni interne soprattutto nell’era industriale e poi nel secondo dopo guerra, migrazioni che hanno costretto i vari Istituti preposti a tali opere ed il legislatore ad adeguare le tipologie abitative alle bisogna.
I disastri avvengono dopo, da una parte dea una gestione sui generis fatta dagli Istituti case Popolari divenuti sempre più (ma lo sono sempre stati!) macchine di potere politico.
Ma dobbiamo Purtroppo far rilevare che anche questo patrimonio pubblico ha subito nel tempo una sempre maggiore trascuratezza e non attenzione al suo stato così come è accaduto in tutto il paese Italia i cui risultati vediamo ogni giorno.
La cura sembra una chimera o più ancora un incomodo una noia un distrarre l’attenzione da opere ormai consolidate – MA NON ETERNE – alle quali in via conservativa e di aggiornamento a norme di sicurezza a strutture etc. occorre (!) una serie di interventi di seria manutenzione continua se possibile con meno atteggiamenti da “padrone” coinvolgendo (l’arte del dialogo è molto difficile da parte di chi veste quei panni del potere) i locatari di questo patrimonio ad una collaborazione.
Se guardiamo quartieri come i Lorenteggio o il san Siro ed altri della nostra città ce ne rendiamo conto.
E voglio ricordare il, ruolo delle Amministrazioni Comunali Regionali responsabili della estensione a macchia d’olio delle città erodendo il suolo circostante senza tentare in alcuni casi di riempire alcuni “vuoti” nel tessuto urbano che si è andato a consolidare ad un uso popolare.

Danilo Pasquini
Danilo Pasquini
6 anni fa

Un pensiero autocritico forse non solo mio: sono anni. decenni, forse un secolo abbondante che su queste riflessioni ci adagiamo pensando di combattere il MERCATO.
Costruire per poi distruggere sembra un componente del DNA dell’uomo – temo anche degli altri essere viventi presenti sulla palla-mondo – salvo poi fare della autocritica o pentimenti o chissà cosa ancora.
Lamenti e dissertazioni più o meno sociologici economici etici vengono fuori dalle nostre esperienze e dalla nostre teste che li hanno introitati, digeriti, elaborati peri sbandieriarli con toni a volte simili alle arringhe di molti capipopolo.
Sull’uso della terra poi ne diciamo ogni giorno almeno mille. Troviamo consensi non tanto nella gente o popolo comune a anche se alfabetizzato lettore assiduo di cronache e pamphetti volumi di storie guerre dai toni buonisti o egoisti.
Pensiamo anche a questo per trovare una via di uscita:

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