UNO SGUARDO IN PERIFERIA DAL CENTRO DI AGGREGAZIONE GIOVANILE

Lavoro come operatrice all’interno di un Centro di Aggregazione Giovanile, un servizio del Comune di Milano che ha come obiettivo quello di essere uno spazio di incontro, crescita e confronto per i ragazzi del quartiere. L’accesso è libero ed il centro è frequentato da pre-adolescenti e adolescenti italiani e stranieri; proponiamo laboratori, esperienze, assistenza post-scolastica, ma soprattutto siamo lì per instaurare una relazione con i ragazzi, offrire uno spazio in cui porgere delle domande e parlare della propria vita con adulti diversi da insegnanti o genitori.

06Deluca_25Nell’anno appena trascorso ho lavorato con gli adolescenti di Cimiano, quartiere in periferia di Milano. A una prima analisi, molti dei ragazzi che frequentano il C.A.G. potrebbero essere definiti “ben integrati”: si sentono legati al territorio, vanno a scuola, parlano bene la nostra lingua, hanno amici italiani e almeno uno dei loro genitori ha un lavoro. Ma, trascorrendo del tempo con loro quotidianamente, sorgono delle domande: questi criteri bastano per definire i ragazzi integrati in modo soddisfacente? La risposta affermativa o negativa dipende da cosa intendiamo parlando di integrazione: integrato è chi riesce a vivere in una società senza recare ad essa disturbo o piuttosto è colui che riesce a comprendere il sistema in cui è inserito diventando un cittadino attivo e consapevole?

L’esperienza migratoria comporta spesso un certo disorientamento culturale e relazionale: genitori e figli si trovano a dover costruire un’identità che tenga insieme i modelli culturali del Paese di origine e stili di vita e relazioni del nuovo contesto. Il compito di sviluppo principale dell’adolescente – la ricerca di un’identità personale – è reso ancor più complicato dalle sfide dell’integrazione, dovendo anche ricostruire una parte di identità civica (che è il significato attribuito all’appartenere a una certa comunità) senza avere dei riferimenti chiari a cui attingere, dal momento che i genitori portano con sé un bagaglio di esperienze e conoscenze relative a sistemi culturali e sociali differenti.

Solitamente, un approccio all’integrazione basato sull’ottemperanza dei doveri è quello a cui aspirano governi e istituzioni, un concetto in cui ciò che conta è che tutti conoscano e rispettino le regole di un Paese, ma a noi, non solo come operatori sociali ma anche come cittadini, non può bastare un approccio del genere. È necessario un concetto di integrazione basato sulla consapevolezza e sui diritti, che si occupi di generare quella fiducia verso le istituzioni necessaria per collaborare, da cittadini, al benessere sociale.

Tale riflessione apre a un concetto di cittadinanza più complesso e a delle proposte di intervento che non siano limitate unicamente ai cittadini stranieri: l’emarginazione non è legata solo alla povertà economica o a questioni sociali, esiste un aspetto politico di distribuzione del potere che è spesso trascurato, un potere che passa dalla conoscenza delle alternative, dalla consapevolezza del funzionamento del sistema, un potere di autodeterminazione, di libertà di scegliere.

Se l’integrazione che vogliamo è più simile a quella appena descritta, bisogna ammettere che il lavoro per la promozione di una cittadinanza consapevole è ancora scarso. È in famiglia, nel gruppo dei pari e nella comunità di appartenenza che si tramandano i modelli culturali e le conoscenze circa il mondo, per questo sarebbero opportuni degli interventi che sfruttino le risorse familiari e gruppali per sostenere un certo modo di essere membri di una comunità attraverso metodologie partecipative e democratiche. Il rischio concreto è quello di avere una parte di popolazione con idee piuttosto confuse sulla realtà, sulla politica, sull’economia, sul funzionamento statale e delle istituzioni in generale: essere cittadini confusi significa essere anche delle persone a cui è possibile fare promesse irrealizzabili e a cui imporre narrazioni del mondo che convengono al politico di turno.

Quello che più mi colpisce è il determinismo e la rassegnazione evidenti nelle parole e nei comportamenti dei ragazzi che ho incontrato, ragazze e ragazzi scoraggiati e convinti che il loro impegno non valga nulla e che la loro vita non potrà che andare in una sola direzione: quella dell’emarginazione e della sottomissione. Per avere anche solo la possibilità di rivendicare un diritto all’autorealizzazione è necessario prima di tutto legittimarsi a vedere delle alternative. Tale difficoltà non può essere imputata unicamente a caratteristiche di personalità individuali, ma piuttosto a caratteristiche del contesto in cui questi ragazzi e le loro famiglie vivono quotidianamente, contesto su cui è possibile intervenire.

Concludendo tale riflessione, ritengo che fare integrazione in maniera utile voglia dire accompagnare i cittadini ad accrescere le conoscenze sui loro diritti e i loro doveri, riempire di senso tali parole, renderli consapevoli di cosa la comunità possa offrire e di cosa loro possano fare per la comunità, aprendo la possibilità a scenari alternativi che non siano imposti dall’esterno, ma emergano in maniera originale dal loro modo creativo di compiere una “integrazione” tra le culture in cui si muovono.

Monica De Luca

Psicologa di Comunità. Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha frequentato un Master in Interventi psicologici di Comunità presso l’Università Cattolica e lavora come educatrice presso il Centro di Aggregazione Giovanile Piamarta. È membro dell’Associazione Saveria Antiochia – Osservatorio Antimafia ed è impegnata nello studio, nella ricerca e nella progettazione di interventi nel sociale.

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