UNA RIVOLUZIONE POLITICA PER IL DIRITTO ALL’INDIVIDUALITÀ

Il 13 maggio si è celebrato il quarantennale della legge 180/78, comunemente nota come Legge Basaglia. Giustamente le riflessioni, le analisi e i commenti si sono focalizzati sull’impatto clinico e sociale che ha avuto la soppressione dell’istituzione manicomiale, ma non ci si è soffermati sufficientemente, a mio avviso, sull’impatto politico di questa riforma normativa.

08cortiana22FBIn questi giorni di dibattito pubblico sulla formazione del governo e del suo gabinetto, delle sue politiche e di quale identità e sovranità nazionale dovrebbe darsi la Repubblica, dovremmo soffermarci a riflettere su quale sia l’identità del singolo, elemento costitutivo della società e quindi dello Stato.

La riforma legislativa portata avanti da Franco Basaglia e dai suoi collaboratori parte, oltre che dalla considerazione di natura clinica, dalla necessità di rispondere alla domanda su quale sia la definizione della persona e come lo Stato e le sue istituzioni di cura, dove per cura si intende la presa in carico sistemica dell’individuo (a livello sociale, lavorativo, relazionale, di tutela della salute …), debbano rapportarsi a questa. L’esperienza e la lotta basagliana sono una questione politica in quanto concerne i diritti e non solo l’approccio clinico: il tema centrale di quest’operazione di riforma è la questione dell’uguaglianza.

Uguaglianza che passa attraverso il riconoscimento della soggettività e dei diritti propri delle persone, anche di coloro che sono ai margini del contesto sociale, più ancora di coloro che sono escluse o espulse dal patto civile. La legge 180, come ribadito più volte da più parti, è servita a restituire pari dignità e diritti a coloro che erano e sono considerati dei drop out rispetto al patto sociale.

La riforma legislativa prodotta dal lavoro di Basaglia ha portato a riconoscere il disagio psicologico come possibilità comune, che può interessare tutti e, per questo, a considerare la devianza mentale come una questione che ci appartiene; si è trattato allora, così come permane la necessità oggi, di estendere diritti a coloro che neanche li rivendicano, che sono senza voce, senza una protesta attiva e senza una rappresentanza.

Partendo da questa considerazione dobbiamo interrogarci rispetto a quarant’anni fa dove siamo arrivati, qual è lo stato dell’arte dell’approccio alla marginalità sociale, al disagio sociale e psicologico e alla malattia mentale.

Quella di Basaglia resta una riforma mancata per diversi motivi: i servizi territoriali sono dislocati in modo disomogeneo e insufficiente nelle diverse aree del Paese; l’ospedale permane come centro erogatore e organizzativo degli interventi; lo psichiatra rimane il professionista di riferimento; vi è la mancanza o l’insufficienza di una pluralità di figure in grado di offrire adeguato supporto ai pazienti e ai loro familiari (psicologi, assistenti sociali, sociologi, educatori, animatori, infermieri); le diverse funzioni di prevenzione, di aiuto e di cura sono distribuite ad enti locali plurimi con conseguente confusione di attribuzioni.

Non esiste una rete articolata di servizi di facile accesso e fruizione per la prevenzione e la cura del disagio e sono carenti le iniziative di informazione alla popolazione e di educazione alla richiesta di supporto psicologico che è ancora considerato qualcosa di cui vergognarsi.

Per superare questo vulnus attuativo dobbiamo tornare a interrogarci su quale sia la definizione di persona che la società deve dare.

Essere umano, persona, cittadino, individuo sono sì termini utilizzati comunemente per indicare dei referenti, ma rimandano immediatamente ai concetti ed alle definizioni dei diritti e dei doveri che li significano. 

Si tratta di concetti piuttosto recenti, scaturiti dalla riflessione dei filosofi illuministi, a partire dal precursore Rousseau, che li enunciava già nel Contratto Sociale del 1762, e che hanno preso corpo, realizzandosi come veri e propri ideali, durante le Rivoluzioni Americana e Francese. 

Con l’Illuminismo l’Occidente ha sviluppato le idee moderne di Cittadino e di Persona con tutte le implicazioni connesse, congiuntamente a quelle che riguardano il rapporto tra i diritti e i doveri e la connessione tra questo rapporto e lo status stesso di cittadino e di persona.

La domanda volta ad identificare chi sia una persona ha già avuto una risposta convincente verso la metà del Settecento, sempre grazie ai filosofi illuministi. Si è persona e quindi cittadino perché si appartiene ad uno Stato; si hanno dei diritti che lo Stato deve tutelare e dei doveri nei suoi confronti, al fine di garantirne l’esistenza e la funzionalità; è la società civile, attraverso lo Stato, a riconoscere l’appartenenza del singolo alla comunità ed i diritti di cittadinanza.

Tuttavia è nell’istinto del branco tenere al di fuori chi è diverso, l’emarginazione della diversità attiene alle dinamiche dell’appartenenza ad un gruppo, così come descritte dall’antropologia e dalla sociologia. Nel contesto della comunità degli appartenenti ad uno Stato la discriminante consiste nell’essere persona, riconosciuta dallo Stato stesso come cittadino della nazione. Come definiamo chi è diverso in base a questo paradigma selettivo? Diverso è il disabile, l’ammalato, lo straniero, tutti coloro che consideriamo “altro” da noi, “diversi” da noi, quindi emarginabili?

In realtà: sono altro da noi?

La categoria degli “ammalati” contiene anche quella specifica dei disabili cognitivi e dei malati mentali, che risulta particolarmente esposta all’azione di emarginazione sociale.

In generale, la società considera chi è affetto da patologie una persona che sta aspettando pazientemente il superamento dell’affezione a seguito delle cure somministrate dalle istituzioni preposte; tuttavia questa considerazione non vale per chi è affetto da disagi e disturbi mentali indipendentemente dalle dichiarazioni d’intenti enunciate, ma non fatte proprie come consapevolezza diffusa. Dobbiamo chiederci perché i malati mentali, nella percezione sociale, non sono considerati pazienti nell’accezione che abbiamo descritto, il che significa affermare che non sono considerati persone.

Questa discriminazione, che storicamente si è realizzata attraverso i manicomi, non è stata ancora risolta. Anche se non releghiamo (o meglio, recludiamo) più i malati in ospedali loro dedicati, continuiamo ad emarginarli e fatichiamo a percepirli come persone e cittadini con bisogni, ma anche con attitudini, capacità, competenze, che devono trovare il modo di essere espresse. Nel senso comune questi disabili sono percepiti con diffidenza e talvolta con timore, considerati sub-persone, anormali, perciò vengono lasciati in un limbo e abbandonati in balìa di se stessi, delle famiglie, oppure in carico a servizi non organizzati, palliativi del vuoto creatosi con la chiusura delle istituzioni manicomiali.

Laddove Kant sosteneva che la dignità è parte costitutiva della persona e non può essere attribuita o tolta, Basaglia -coerentemente con la definizione Kantiana- ha proposto di riconoscere la dignità propria dei disabili e degli emarginati.1 Il riconoscimento dell’identità e della dignità di persona e di cittadino a questi malati è un tema culturale, oltre che civile e politico, più che mai attuale.

In tal senso Basaglia parla di accettazione della follia da parte della società, poiché questa è parte integrante dell’uomo e quindi della società. Se la società riconosce ed accetta la follia come parte di se stessa, non la negherà, respingendola e combattendola.

L’accettazione della follia comporta la rivalutazione del concetto di devianza e conseguentemente porta al superamento del bisogno di allontanamento ed esclusione del deviante, riconosciuto parte della società portatore di diritti.

È questo il concetto centrale della proposta basagliana che rimane attuale e che chiede alla politica di realizzare appieno la riforma rimasta incompiuta. 

 

Alessio Cortiana

1 – F. Basaglia, L’Istituzione Negata, 1968, Einaudi

 

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