RIPRENDIAMOCI LO SPAZIO PUBBLICO, IN BICI

La Milano raccontata dal signor Gennai, nella sua cordiale replica al mio articolo sulle “domeniche a piedi”, sembra lontana da quella che quasi ogni giorno si vuole presentare come una città “smart”, “europea”, “internazionale”. Copenaghen è un’altra cosa? Certo. Altrove esistono condizioni strutturali più favorevoli, ma questo non vuol dire che dobbiamo rassegnarci a una città con servizi poco efficienti, oppure alle nostre italiche abitudini di spostamento con l’auto privata e a tutto quello che ne consegue in termini di inquinamento, invasione da parte delle vetture in sosta, rumore e aggressività. In definitiva: non dobbiamo per forza rassegnarci a condizioni di vivibilità modesta. Anche perché i trasporti pubblici di Milano (e di buona parte della sua area metropolitana) così male non sono. Esiste la possibilità di misurarsi con le città europee più “virtuose”, sul piano dei servizi. Quello che invece rimane lontano dall’Europa è la qualità dello spazio pubblico al di fuori delle aree centrali e la possibilità di muoversi in sicurezza in bici.

07costa38FBCopenaghen dovrebbe essere un obiettivo, forse utopico, ma comunque un punto di riferimento verso politiche migliori e anche verso una cultura civica diversa. Il mio articolo intendeva chiamare in causa soprattutto le responsabilità individuali, dei singoli cittadini, uscendo dalla logica della lamentazione, per cui è sempre tutta colpa del sindaco o dell’assessore di turno. La città è l’uso che se ne fa; è l’esito delle modalità plurali attraverso cui è vissuta quotidianamente, prima ancora che essere un insieme di progetti, piani, politiche. La proposta di una domenica a piedi (al mese, non tutte le settimane) puntava proprio a questo, a svolgere un’azione “formativa” sui milanesi restii a muoversi con le proprie gambe; mirava a dimostrare che vivere lasciando ferma l’auto è possibile e perfino divertente; voleva suggerire che la bicicletta è davvero un mezzo capace di coniugare in maniera radicale la mobilità individuale, la flessibilità degli spostamenti e la sostenibilità ambientale. In una città piccola (10-12 km di diametro), piatta, e con un clima temperato come Milano, non esiste mezzo che sia altrettanto efficiente ed efficace.

Mi spiace essere stato definito “classista” per aver formulato una proposta così ragionevole. Non lo sono mai stato. Abito in un quartiere periferico e uso la bicicletta ogni giorno, con qualsiasi condizione di tempo, per andare al lavoro e accompagnare i figli a scuola. Anche loro pedalano, il più delle volte sui marciapiedi perché purtroppo è molto pericoloso mettere su strada un bambino. E questo non è forse un limite alla nostra libertà, ben maggiore della rinuncia all’auto una volta al mese? So bene cosa vuol dire muoversi con le borse della spesa in bicicletta. Non ho la pretesa che tutti facciano lo stesso (ci mancherebbe), né in questo mi sento migliore dei miei concittadini. Anzi, mi sento fortunato a poter avere ogni giorno per almeno 10 km “il vento in faccia”, mentre molti purtroppo non possono sperimentarlo: penso a tutti quelli che non possono davvero fare a meno dell’auto per ragioni di lavoro. Vedo però anche molti che compiono con l’auto tragitti modesti, che potrebbero essere tranquillamente fatti in bici, a piedi o sui mezzi.

Al di là del dato personale, la bicicletta è un mezzo infinitamente più democratico dell’auto e, quindi, tutt’altro che “classista”: nel corso del Novecento ha contribuito in modo rilevante anche alla mobilità sociale delle persone, come detto da Paolo Bozzuto nel citato saggio “Luigi Ganna e il concetto di mobilità [ciclistica]”, pubblicato nel volume Atlante storico del ciclismo in Lombardia

Nel centro-nord Europa ogni strada è al tempo stesso carrabile, ciclabile e pedonale, con regole di utilizzo e un disegno chiarissimi: quello che un grande urbanista milanese come Bernardo Secchi (poco ascoltato in patria) chiamava “progetto di suolo”. Questo è ciò che spesso manca a Milano e in Italia: da noi una strada non è uno spazio “abitabile” perché è quasi esclusivamente uno spazio carrabile, un marciapiede è spesso un parcheggio e poi, solo in parte, anche un percorso pedonale. A Milano, nel corso del tempo, molti marciapiedi sono stati infatti ridotti o modificati per fare spazio alle auto in sosta: è un dato di fatto. Poi, in tempi più recenti, si è iniziato a pensare alle ciclabili, ritagliate qua e là, senza un disegno organico, senza continuità, senza la giusta attenzione al loro funzionamento.

Su un punto mi pare però di poter concordare con il sig. Gennai: serve maggiore “educazione”.

Allora perché continuare a dare tutto questo spazio all’auto, come fosse un diritto assoluto? Perché non possiamo riprenderci la città con altri mezzi? Davvero la propria libertà si misura sulla possibilità di andare a fare la spesa in auto la domenica? La Milano di oggi ci offre ormai moltissime alternative: dalla spesa online ai supermercati aperti 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Forse sono perfino troppe, forse mettono in discussione altri tipi di diritti, ma questa è un’altra storia.

Andrea Costa

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