AMNESTY INTERNATIONAL: AVERE A CUORE LE PERSONE
Un abbraccio commosso tra “accoglienti” e “migranti”: così si è conclusa I Welcome, la giornata che Amnesty International ha organizzato il 13 maggio a Como nell’ambito della campagna globale I Welcome sui diritti dei rifugiati e dei migranti.
Abbiamo scelto Como perché la città lo scorso settembre si è trovata ad affrontare la presenza di seicento migranti bloccati per settimane alla stazione a causa del veto di transito deciso dalla Svizzera, uno dei tanti “muri” che i Paesi europei erigono per abbattere le aspettative, i desideri e le speranze di migliaia di persone in fuga dalla disperazione. E la città ha saputo rispondere mettendo in campo solidarietà in vari modi, anche transfrontalieri, con un’associazione svizzera che faceva arrivare pasti caldi quotidiani.
Siamo stati a Como per ascoltare chi gestisce l’accoglienza, per approfondire al nostro interno gli obiettivi della campagna I Welcome e per sensibilizzare pubblicamente la cittadinanza con un flash mob che dalla centrale piazza Alessandro Volta ci ha portati fino ai giardini della stazione di San Giovanni. Perché parlare di migrazione è parlare di leggi e statistiche, ma è soprattutto avere a cuore le persone, ognuna con la sua storia, con l’unicità dei suoi sogni e dei suoi desideri.
È la prospettiva da cui guardiamo noi, da cui guardano i volontari e le associazioni che assistono i migranti a Como, da cui guarda Emilia Kamvisi, signora di 84 anni che abita sull’isola di Lesbo, diventata famosa nell’ottobre 2015 in tutto il mondo grazie a una foto che la ritrae mentre culla il figlio di uno dei migranti approdati a migliaia sull’isola.
“Ho visto molte situazioni brutte”, dice Emilia. “Le persone che non ce l’hanno fatta mi ritornano spesso in mente. Soprattutto i bambini. La cosa peggiore è pensare ai bambini. Anche quelli che sopravvivono al mare, perché piangono spesso, non hanno nessuna idea di dove sono. Spesso mi assale la tristezza per loro, non dormo la notte. È vero, c’è gente che non vuole che queste persone arrivino in Europa. Ma dovrebbero venire qui, per capire. Quando vedi e tocchi con mano tutto questo, la tua mente cambia. La paura e la diffidenza si trasformano in amore, è un processo liberatorio”.
Lesbo è uno storico punto di transito per le persone in fuga dalla Turchia, come era capitato ai genitori della stessa Emilia, greci espulsi dalla Turchia nel 1922. Le parole di Emilia sono state citate da Daniele Biella, giornalista, autore di L’isola dei giusti (Edizioni Paoline 2017) a chiusura del suo intervento nell’incontro che Amnesty ha organizzato con le realtà dell’associazionismo comasco.
In apertura della mattinata Simone Rizza, responsabile di Amnesty International per la Lombardia, richiama che i diritti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tutelati dalle leggi internazionali in base alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (art. 14) e alla Convenzione ONU su rifugiati e continua presentando la ricerca pubblicata a novembre 2016 che denuncia casi di violazione dei diritti umani, conseguenza dell’approccio securitario voluto dall’Unione Europea.
Dalle interviste condotte dai nostri ricercatori a 170 tra rifugiati e migranti, provenienti soprattutto da Sudan, Eritrea e Etiopia e incontrati negli hotspot di Lampedusa e Taranto e in altri centri gestiti dalle autorità italiane o ONG in Sicilia, Puglia e anche in città di transito, come Roma, Genova, Ventimiglia e Como sono emersi casi di maltrattamenti, intimidazioni e percosse: tutte misure coercitive adottate per prendere le impronte digitali ai nuovi arrivati. In merito a tali evidenze, abbiamo anche avuto un’audizione al Senato.
Anche a Como abbiamo voluto sottolineare che tutti noi europei abbiamo in mente il 1989 come data storica dell’abbattimento del muro di Berlino, ignobile e dolente ferita nel cuore dell’Europa. Ebbene, dal 1989 in poi sono in giro per il mondo stati costruiti 14.000 chilometri di muri (il diametro della Terra è lungo 12.000); per costruire 235 chilometri di muri in Europa sono stati spesi 175 milioni di euro. Dal 1988 ad oggi si calcola che siano morti in mare più di 30.000 persone, 5.000 solo l’anno scorso. Nel 2016 sono approdate in Italia e in Grecia via mare più di 350.000 persone.
L’UNHCR stima che nel mondo ci siano 65 milioni di migranti forzati, di cui 21 milioni rifugiati (la metà dei quali minorenni). I dieci Paesi al mondo che ospitano il maggior numero di migranti sono in Asia (Turchia, Libano, Giordania, Iran, Pakistan) e in Africa (Ciad, Etiopia, Kenya, Uganda, Congo). Vale a dire che mentre l’Occidente si chiude nel suo razzismo xenofobo, un Paese piccolo come il Libano accoglie migranti in misura pari al 33% della sua popolazione.
Finché è stata attuata, l’operazione Mare nostrum ha permesso di salvare 180.000 persone con una spesa di 100 milioni di euro all’anno, pari a due centesimi per ognuno dei 500 milioni di abitanti di quell’Unione Europea che sembra ormai del tutto dimentica del Premio Nobel per la pace ricevuto solo cinque anni fa.
“Di fronte alla peggiore crisi dei rifugiati da 70 anni a questa parte, i leader mondiali stanno mostrando uno sconvolgente disprezzo per i diritti umani di persone costrette a lasciare le loro case a causa dei conflitti o della persecuzione. L’Unione Europea, la Russia e la Cina sono tra coloro che hanno svuotato l’ambizioso piano delle Nazioni Unite, sacrificando i diritti dei rifugiati in nome di interessi nazionali ed egoisti. I leader mondiali hanno completamente fallito nell’accettare una proposta destinata a proteggere 21 milioni di rifugiati, tra i quali si trovano le persone in peggiori condizioni di vulnerabilità del mondo intero. Ma quando i leader mondiali vengono meno alle loro responsabilità, le persone di buona coscienza passano all’azione. Il cambiamento parte da tre parole: accogliamo i rifugiati”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International in occasione del lancio della campagna I Welcome nel settembre 2016.
Ancora una volta tutti noi abbiamo ribadito che il fenomeno della migrazione non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale con cui la politica mondiale e le istituzioni dei singoli paesi devono fare seriamente i conti. E perché il problema è la mancanza di risorse? I soldi si trovano sempre quando si tratta di costruire muri o finanziare politiche securitarie, perché non ci sono risorse per tutelare i diritti umani?
Don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio (Como), ci ha raccontato alcune storie di migranti le cui vite sono rimaste tragicamente impigliate nelle maglie di un sistema assurdo e iniquo: un pakistano arrivato dalla Sicilia a Como, dove ha imparato l’italiano e ha costruito delle relazioni, viene a Caltanissetta dove una burocrazia distratta e inefficiente scopre che tra l’Italia e il Pakistan non esistono accordi per i rimpatri forzati, così lui torna a Como.
Una ragazza nigeriana arrivata qui minorenne con una maman (così si chiamano le donne che arrivano assieme alle minorenni per avviarle alla prostituzione) da cui è riuscita a scappare, ma non tutte riescono a sottrarsi alle maman. Ogni anno arrivano in Italia dalla Nigeria circa 6-7.000 ragazze destinate alla prostituzione in Europa: è necessario separare all’arrivo le minorenni dalle donne adulte e inserirle in centri appositi per proteggerle, ma il sistema non prevede niente di tutto questo.
Ibrahim è stato per tre anni in prigione in un campo a Tripoli perché la sua famiglia non aveva i soldi per pagare il riscatto ai carcerieri. Il suo compito era seppellire i morti, due o tre cadaveri al giorno da sotterrare nel deserto. Grazie all’aiuto di alcuni nigeriani arrivati da poco e quindi non ancora stremati dalle privazioni del campo, è riuscito a scappare e ad arrivare a Como, trovando accoglienza nella parrocchia di don Giusto.
Como conta 84.000 abitanti, 12.000 dei quali emigranti residenti in modo stabile, il 13% della popolazione. Don Giusto descrive una città multietnica e multireligiosa, una città in fermento, vitalizzata dall’arrivo degli stranieri. L’estate scorsa la città si è mobilitata spontaneamente per gestire l’accoglienza di circa 600 migranti, bloccati in stazione dal veto della Svizzera (ecco il comunicato stampa di Amnesty International di settembre 2016 sulla situazione a Como).
Ogni gruppo ha dimostrato di sapersi organizzare, individuando un leader al suo interno. Don Giusto fa notare che spesso si pensa ai migranti come persone prive di risorse e destinatarie solo di “aiuto”, sottolinea le capacità auto-organizzativa che questi leader somali, eritrei, etiopi hanno messo in campo, ottenendo per ben due volte un colloquio con il prefetto.
Como ospita attualmente un migliaio di richiedenti asilo, metà di loro sono sistemati in appartamenti, altri in strutture, 190 sono in un campo della Croce Rossa e di questi 70 sono minori. Don Giusto denuncia in particolare il problema dell’accoglienza ai minori non accompagnati che sta diventando sempre più serio: i centri temporanei rischiano di diventare definitivi, manca un progetto educativo per i ragazzi, il comune di Como funge solo da ufficio di smistamento verso le comunità del nord Italia.
Per le associazioni che vogliono entrare nel campo della Croce Rossa a proporre attività educative il percorso burocratico è tortuoso e scoraggiante, mentre non c’è nessun controllo sul fatto che i minori escano dal campo per trovare svaghi di qualsiasi tipo in città. La Prefettura richiede alle cooperative che partecipano ai bandi per la gestione dei minori di assicurare attività di mediazione linguistico-culturale e sostegno psicologico, ma non precisa i requisiti dei professionisti da impegnare in queste attività, né il numero di ore, mentre l’accompagnamento al lavoro non è nemmeno contemplato.
Don Giusto pensa a un’accoglienza che è incontro all’interno di spazi liberi, luoghi in cui le persone possano frequentarsi e socializzare, come è avvenuto, pur nella drammaticità della situazione, durante la permanenza dei migranti in stazione lo scorso settembre grazie alla disponibilità tante organizzazioni del volontariato cittadino. E dobbiamo ricordare tutti coloro che non ce la fanno ad arrivare che per don Giusto “sono morti ammazzati, vittime di un sistema ingiusto che non consente corridoi legali. La verità è che queste persone non ci stanno a cuore, quello che serve è fare un grandissimo lavoro di civiltà”. Per il parroco di Rebbio il permesso umanitario dovrebbe essere la misura minima per chiunque arrivi in Europa.
Noi di Amnesty International sappiamo che ci vuole una riforma sostanziale del sistema di responsabilità condivisa degli Stati e riteniamo necessarie una serie di misure: un nuovo meccanismo per reinsediare i rifugiati che rientrano nei criteri di vulnerabilità individuati dall’UNHCR, un nuovo meccanismo di trasferimento globale finalizzato a trasferire i rifugiati da paesi in cui la popolazione di migranti forzati ha raggiunto una certa soglia, risorse destinate in modo certo per la protezione dei rifugiati, il rafforzamento del sistema di determinazione dello status di rifugiato, l’attivazione di politiche e di sistemi che garantiscano ai rifugiati ed ai richiedenti asilo una protezione efficace e coerente con i diritti umani e la dignità della persona.
Teniamo conto che, attualmente, circa 100.000 rifugiati sono reinsediati ogni anno e il 90% di essi in soli cinque Paesi: Usa, Canada, Australia, Norvegia e Regno Unito. La campagna globale I Welcome si prefigge come obiettivo prioritario quello di promuovere da qui al 2018 il reinsediamento di 2,1 milioni di rifugiati.
Daniele Biella in quanto giornalista sottolinea l’importanza di una corretta informazione per contrastare la percezione diffusa quanto infondata “dell’invasione” dei migranti: solo il 6% ha come meta l’Europa, la stragrande maggioranza si dirige altrove. L’accusa che i migranti “rubino il lavoro agli italiani” è il frutto di un sistema sregolato e perverso: in un sistema sano, i migranti sarebbero invece pensati come risorse, non come minacce.
Anche il problema “sicurezza” è trattato dai leader politici in termini di percezione, più che sulla base dei dati di realtà (i migranti sono pari al 3 per mille della popolazione italiana). L’unica strada seria per affrontare il fenomeno è promuovere la legalità e un’informazione corretta, capace di andare oltre le narrazioni superficiali e viziate dall’ideologia.
Dopo una sessione di formazione interna sulla campagna I Welcome, il centinaio di attivisti presenti si è mosso dal centro di Como verso la stazione dando vita a un toccante flash mob che ha coinvolto anche alcuni dei ragazzi migranti presenti in città.
Samuel del Mali è in Italia da otto mesi, il suo amico Zouma viene dalla Costa d’Avorio, strada facendo incontrano altri amici e li invitano a unirsi a noi: fanno la parte degli “accoglienti” con attivisti che, avvolti in coperte termiche, vestono i panni dei “migranti”. Ci stringiamo in un lungo abbraccio sulle note dell’Inno alla gioia, appello all’Europa in cui ci piacerebbe vivere.
Dietro lo striscione “Prima le persone, poi le frontiere” abbiamo espresso ancora una volta che i diritti umani sono universali, interdipendenti e indivisibili: non si assicura l’assistenza medica senza insegnare una lingua, non si dà da mangiare senza garantire assistenza legale.
Per i migranti, per i rifugiati, per chiunque Amnesty International ripete che o tutti i diritti sono per tutti oppure, semplicemente, non sono per nessuno. Con questo spirito di siamo salutati a Como dandoci appuntamento alla manifestazione di Milano il 20 maggio.
Alba Bonetti
Vicepresidente Amnesty International Italia
