VERSO UN NUOVO PARADIGMA DEL PAESAGGIO

Fine febbraio: fiera Myplant, con Arup si parla di Skyfarm, di nuove architetture per la città, di esigenze da affrontare e risolvere, del futuro; penso ai progetti di ricerca illuminanti che ho conosciuto, grazie a Fondazione Cariplo, all’interno di Metropoli Agricole, dibattito lanciato anni fa; penso a quanto detto da Laura Gatti sul tema del verde che va nella direzione funzionale, pensato per collaborare alle esigenze delle metropoli; penso ai mille incontri organizzati da Elena Grandi sul tema per raccogliere tutti i contributi metropolitani in modo sistematico e innovativo … .

08wallnofer09FBMi chiedo come mai, di recente, mi interessi così tanto il verde, visto che non mi ha mai interessato prima!  Forse perché il verde è diventato un materiale da costruzione: costruzione di città nuove! Ripenso a tutto il trambusto recente sulla questione “Palme e Banani” e mi sembra di essere lontana anni luce. Non ho commentato la cosa perché non la ritenevo una questione rilevante sulla valutazione del verde, e ancora sono di questo parere. Credo sia importante, però, ora che si è ritrovata la calma, fare dei ragionamenti a freddo.

Riprendo quindi il filo dal “gossip” per dire che, da un punto di vista estetico, le Palme in piazza Duomo alla gente comune non piacciono, gli addetti ai lavori invece difendono il progetto del paesaggista e la decisione della sovrintendenza. A questo proposito penso che sia stato sviscerato il tema da molti, anche su questa testata! Non credo sia rilevante cosa penso io sulla bellezza della specie arborea contestata o sull’adeguatezza di ubicarla nella piazza maggiore della nostra amata città. Ciò che conta, a mio avviso, è ben altro.

Il fatto che le decisioni prese dall’organo preposto siano legate a episodi già verificatisi in passato, le palme c’erano già nel 1870, ci porta a pensare che una vera innovazione e una vera creatività in questi luoghi siano e saranno difficili da attuare. Come a dire: “qui la creatività e l’innovazione si è già espressa secoli fa, ora a noi spetta conservarla”. Che può essere vero, in certi luoghi, e in effetti, se è nata un’istituzione come Unesco e si è consolidato il vincolo a tutela che oggi in certi casi è addirittura paralizzante, è perché il buon senso e il buon gusto in passato non hanno prevalso sull’indifferenza e sulla speculazione o semplicemente sull’ignoranza. Qui però non parliamo di edifici ma di piante e il discorso a mio avviso è fondamentalmente differente.

Pensando al verde, più che agli edifici, colgo l’occasione di questo acceso dibattito per fare una riflessione più generale e mi chiedo se il suo senso e la sua ragion d’essere, in una città metropolitana che ambisce a essere d’esempio in Europa e nel mondo per innovazione, paesaggio e sostenibilità, non debbano essere ripensati completamente.

Le valutazioni autorizzative e il dibattito popolare oggi mi sembra basato su criteri legati a essenze arboree autoctone o precedentemente già insediate nel nostro territorio, benché ci sia con le prime un nesso di necessità che manca con le seconde. Tuttavia, se è vero che ci troviamo in un periodo dove è necessario un cambiamento radicale di stile di vita, allora credo sia necessaria anche una visione del paesaggio innovativa!

Ho sentito dire, da un paesaggista o da un agronomo, in uno di questi tanti incontri sul verde a cui sto partecipando, che il paesaggio è l’espressione della cultura del proprio tempo. Interessante e condivisibile! Allora, mi chiedo, quale dovrebbe essere l’espressione di questa cultura? Io non ho dubbi: un “verde” e un paesaggio che affrontino i temi fondamentali della vivibilità delle metropoli urbane che nel 2050, pare ospiteranno il 70% della popolazione mondiale!

Una cultura che elabori un approccio a lungo respiro su questioni di mitigazione e sequestro degli inquinanti; una cultura che affronti l’emergenza alimentare delle metropoli; una cultura che impari a far manutenzione del proprio verde e lo mantenga in salute a lungo; una cultura insomma che ripensi al paradigma del paesaggio. Un nuovo paradigma che ponga al centro dello studio non più il rapporto tra gli edifici e il verde ma il rapporto tra uomini e metropoli.

Più m’interesso di questo tema e più scopro che le competenze ci sono, in Italia, e spesso addirittura in città. Mi sembra serva solo lo sprone, il legante. Saremo capaci di mettere a sistema tutti gli studi, le ricerche, le menti che esistono per partorire qualcosa di tanto difficile e importante da richiedere il contributo di tutti, o continueremo a star qui a sfogliar banani?

 

Donatella Wallnöfer

 

 

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