MILANO, I SUOI DISASTRI E LE DECISIONI COLLETTIVE
Il maltempo ci sta dando una tregua, giusto per riprendere fiato ma anche il tempo per le prime inevitabili riflessioni non solo sulle esondazioni ma anche sulle occupazioni abusive e sugli scontri di piazza. Nelle interviste alla televisione, in quelle sui giornali e nei commenti di opinionisti e gente comune, sul banco degli imputati ci sono āi politiciā, passati e presenti, per la loro incapacitĆ a prendere i provvedimenti a suo tempo necessari, per la loro inerzia di fronte alla burocrazia lenta nellāavviare i lavori giĆ deliberati e a sua volta pessima nel monitorarne la qualitĆ , spesso corrotta che consente a molti di rubare a man salva su appalti e forniture.
āI politiciā. Sono quelli che abbiamo eletto e quelli che a loro volta nominano assessori e amministratori nelle societĆ partecipate o possedute, quelli che abbiamo anche lasciato eleggere con unāastensione dal voto che ha raggiunto livelli pericolosi per la tenuta politica e sociale del nostro Paese: una sorta di decisione collettiva al suicidio. Questa ĆØ la responsabilitĆ di una parte consistente della societĆ civile: voltare la testa dallāaltra parte. Una societĆ sfiduciata e rassegnata, specchio di una politica chiusa in sĆ©? Forse. Ć quello che in ogni caso dicono sociologi e antropologi il cui āilluminatoā parere non ci risparmiano mai.
Altrettanto generosi nellāindicare le cause dei mali e le responsabilitĆ della politica siamo noi, quelli che comunicano il proprio pensiero ad altri pubblicandolo, a platee più o meno grandi o piccolissime come lo sono la maggior parte dei blog. Noi e loro, i sociologi e gli antropologi, ci guardiamo bene, però, dal suggerire seriamente i rimedi ai mali che puntigliosamente descriviamo o, quando lo facciamo, ci dimentichiamo che molti dei suggerimenti offerti comportano investimenti e che nel nostro paese la ricchezza ĆØ un vaso chiuso, non cresce e non possiamo indebitarci ulteriormente: insomma si ĆØ sempre di fronte alla scelta tra dare a qualcuno e togliere a qualcun altro. Ogni volta che si propone un investimento, bisogna avere il coraggio di dire, anche e soprattutto, a chi si toglie. Se non lo si può o non lo si sa fare, meglio tacere in ossequio al vecchio detto milanese āmeta denee metĆ pareeā.
Ma in concreto lo si potrebbe fare? Pochissimi ci riuscirebbero, raramente e con grande difficoltĆ . Si tratta di un compito difficile nel Bel Paese dove i conti pubblici sono un labirinto inestricabile, dove compaiono insperati ātesorettiā, dove i residui accantonati per opere non eseguite non si sa bene dove siano; dove i Comuni fanno i bilanci sulla presunzione di oneri di urbanizzazione collegati ai Piani di Governo del Territorio e il cui gettito ĆØ legato allāandamento incerto dellāattivitĆ edilizia e alle sue ricorrenti crisi; dove le multe per infrazioni al codice della strada sono una fonte variabilissima ma importante per le casse comunali (far cassa sullāindisciplina!); dove persino i ministeri operano sul mercato dei derivati con esiti incerti e spesso con aggravio per gli enti interessati. Un labirinto contabile forse voluto perchĆ© nei meandri cāĆØ chi comunque si sa muovere lontano da occhi indiscreti. Degli āopen dataā inutile parlare: a quelli veri non ci siamo ancora arrivati e spesso sono un ipocrita paravento alla trasparenza per scoraggiare i volonterosi.
Bloccati dunque, non ci restano che due soluzioni: dare suggerimenti e consigli āfuori contestoā, sapendo di correre il rischio di sentirsi accusare di superficialitĆ o, peggio, sparare a caso nel mucchio: qualcuno lo becchi e raramente sbagli. Ma questa non ĆØ civiltĆ . Non ĆØ informazione.
Luca Beltrami Gadola
