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PERCHÉ LA DARSENA È L’UNICA COSA SERIA PROGETTATA A MILANO?

Qualche giorno fa sono andato a visitare la Darsena. Era un giorno prefestivo, tantissima gente e temperatura gradevole. Sono partito dai giardinetti di Piazza Cantore, ho percorso la lieve discesa che porta verso lo specchio d’acqua del porto: l’elemento che da ragione d’essere al luogo, l’elemento che celebra un’azione amministrativa lunga e tortuosa, dal concorso di progettazione sino ai finanziamenti sfilati dal portafoglio Expo e che oggi sembra, felicemente conclusa.

06spadaro20FBSulla sinistra, il nastro di mattoni che riordina le diverse quote di via D’Annunzio, mi accompagna sino all’invito predisposto per il futuro collegamento della Darsena con la Conca di Viarenna e da qui, forse, un giorno, con il sistema dei Navigli interni che andrà in qualche modo ri-scoperto.

La malta dei mattoni mi pare troppo chiara, contrasta troppo con il laterizio, forse una pigmentazione più scura sarebbe stata più adatta. Tutto sommato sono sicuro che il tempo, la patina del tempo, che invera le azioni dell’uomo, renderà giustizia a questo importante elemento della costruzione.  D’altronde cosa invecchia meglio di un mattone?

Appena superata la predisposizione per il futuro collegamento alla Conca, una sensazione mi è apparsa chiara e nitida: ero a Milano, mi sentivo a Milano, riconoscevo la mia città e probabilmente ero vicino a un sacco di gente che più o meno consapevolmente provava una sensazione simile. La nuova Darsena e la maniera gentile con cui è stato trattato il recupero, mi facevano sentire in un luogo adeguato, con un carattere urbano fortissimo in grado di ri-accogliere tutti gli episodi urbani che la costituiscono: la piazza e la porta Ticinese, i mercati, le sponde diversamente articolate, gli innesti delle aste dei navigli, i fronti urbani ai margini e molto altro ancora.

Piegando a sinistra, dopo lo sperone che poggia sulle vecchie mura, mi appare il nuovo mercato: la prospettiva che si percepisce mostra uno scorcio di Piazza XXIV Maggio; il ritmo delle cesure tra via D’Annunzio e le costruzioni di servizio degli spazi delle botteghe, regalano alla città spazi ombrosi da consumare avidamente: così come si è in effetti verificato in questi giorni. Qualcuno ha detto che l’uso del mattone e del lamierino verde ricordano architetture e linguaggi degli anni ’80. Io credo che questa osservazione sia, oggi, un grande complimento.

Rinunciare al contemporaneo, c’è chi lo chiama opportunismo della contemporaneità, evitare la tentazione di facili meraviglie, fuggire linguaggi che si nutrono solo della loro reiterazione mediatica del nuovo a tutti i costi, porsi in maniera critica rispetto alla riduzione del progetto architettonico a disciplina di servizio al mercato, mi fanno scrivere che il Recupero della Darsena, la sua restituzione alla città, ai milanesi e ai suoi sempre più numerosi visitatori sia l’unica cosa seria successa in città negli ultimi anni.

“Ma come!?”, direbbero alcuni: Porta Nuova con le sue meraviglie? I premiati grattaceli (una boiata pazzesca?), la piazza Gae Aulenti? Ma quale Porta Nuova! L’intervento, pur con alcuni elementi senz’altro pregevoli, è tenuto in piedi (anzi in quota, la piazza è oltre cinque metri il piano medio della città) da una promozione mediatica senza precedenti, condita da insediamenti commerciali dei soliti brand già presenti nelle vie di tutte le città del mondo.

Poi c’è l’Expo e quella specie di “corrida di architettura” senza futuro dove si può affermare, senza indugi, di essere nel Luna Park più tamarro d’Europa. Sì un Luna Park, le cui attrazioni hanno anticipato di qualche giorno la Delirious Milano installata in zona Ripamonti. Quella Fondazione Prada che ci ripropone l’astuzia talentuosa dell’architetto-giornalista olandese, in grado di manipolare, con straordinaria efficacia, imprenditori di casa nostra per costruire oggetti da dare in pasto ai giornalisti di tutto il mondo.

Ci è andata bene con via Ripamonti. La crisi infatti ci ha salvato da un’altra (questa inutile) opera di Koolhaas, l’olandese volante: il quartiere EuroMilano alla “goccia” della Bovisa. Attendo con ansia la realizzazione della Fondazione Feltrinelli, in via Pasubio, dove spero sia reinventata “una parte di città” le cui qualità vadano oltre all’omaggio un po’ furbetto ad Aldo Rossi.

Naturalmente non posso ricordare tutto quanto di buono ognuno di noi può trovare nella nostra Milano. L’altro giorno in via Valsugana (proprio vicino alla scoppiettante Fondazione Prada) ho intravisto un elegante e semplice realizzazione residenziale. Sicuramente c’è ne sono altre e, a una scala più minuta, ognuno di noi può riconoscersi in diversi interventi. Ma alla scala più grande la situazione è desolante.

Per il momento felicitiamoci della Darsena e della sua straordinaria misura civile; e speriamo che da questo recupero possa partire l’unica cosa di cui Milano ha veramente bisogno: La riscoperta dell’acqua, del suo valore e il recupero delle periferie, dell’invenduto, dello sfitto e del sottoutilizzato che sta soffocando senza ragione l’area metropolitana.

Basta musei o museini con le loro improbabili mostre blockbuster, basta stadi inevitabilmente vuoti, basta vie d’acqua farlocche. Milano ha bisogno di ripartire dalle periferie con investimenti importanti, Milano ha bisogno di un’offerta di abitazioni a costi ragionevoli che, probabilmente, sono già state costruite ma che nessuno sembra poter abitare. Farle diventare un pezzo della nostra città sarà il dovere del prossimo Sindaco.

 

Francesco Spadaro

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