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PIAZZA GAE AULENTI: GLI ARABI SI COMPRANO IL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Gli arabi del Qatar che si sono comprati un pezzo, l’ultimo realizzato e forse il più bello della nostra città, hanno sollevato un polverone e qualche interrogativo. Manfredi Catella, l’amministratore delegato di Hines Italia, interrogato da un giornalista, non ha svelato il prezzo della cessione, forse l’aspetto più interessante visti i tempi di liquidazione immobiliare. Certamente l’operazione ha avuto l’ok della casa madre Hines che possedeva la partecipazione. Allora la domanda banale è: perché ci preoccupiamo che gli americani abbiano venduto agli arabi? Erano stranieri e stranieri restano. Se l’orgoglio immobiliare fosse stato così forte, avremmo dovuto dire qualcosa anche all’arrivo di Hines.

01editoriale09FBD’altro canto gli arabi, siano essi sauditi, kuwaitiani, bahreniti, degli Emirati o appunto i qatarioti, sono abituati a comprare grattacieli vuoti. Basta andare nei loro Paesi, ci vado spesso per ragioni famigliari e nessuno ha mai saputo rispondere alla mia domanda: perché nei loro Paesi si contano tanti grattacieli più o meno alti, disabitati e continuano a costruirne? Avranno le loro buone ragioni che a noi sfuggono. Stando così le cose non credo che quest’acquisto sia un gran segnale da leggere come una ritrovata attrattività internazionale della nostra città: il fondo sovrano del Qatar compra di tutto e dappertutto, banche – Credit Suisse e Barclays – i magazzini Harrods a Londra, il Paris Saint Germain calcio, la catena alberghiera Banyan Tree, acquisti per 650 miliardi in Costa Smeralda, il Four Season a Firenze e il Gallia a Milano. Sono gli arabi nel Paese delle meraviglie.

Per finire, la nostra Cassa Depositi e Prestiti attraverso il Fondo strategico italiano (Fsi), da lei controllato, partecipa pariteticamente con il Qatar al IQ Made in Italy Venture, capitale 300 milioni, per rilanciare il Made in Italy nel mondo, in particolare l’alimentare, la moda e il lusso, l’arredamento e il design, il turismo, lo stile di vita, il tempo libero. E noi milanesi dovremmo farcene un cruccio di avere qui un investimento del Qatar solo perché pare che finanzi alternativamente Hamas, alQaeda, gli jihadisti o l’Isis, quando questi scrupoli non li ha il nostro governo con la Cassa Depositi e Prestiti, pronubo l’ineffabile presidente Franco Bassanini, un evergreen sempre in piedi e grande riformatore delle leggi comunali i cui danni sopportiamo ancora?

Forse qualche scrupolo potrebbero averlo i qatarioti che fanno investimenti nel settore del lusso, dalle case di moda, dal turismo a sei stelle al divertimento, che non mi sembrano proprio il meglio per chi guarda con simpatia all’integralismo islamico. Che ci capiamo? Nulla, salvo ripetere quello che ha ripetuto Papa Francesco venerdì scorso “Il denaro è lo sterco del diavolo”. Mi permetto di aggiungere: per qualunque fede o religione.

Capire il mondo islamico e convivervi è una scommessa del presente e pochi sembrano muoversi proficuamente: dalla disgregazione del plurisecolare califfato abbaside, nel secolo XIII abbiamo smesso di capirli e di convivere pacificamente.
Stefano Boeri, l’architetto dei boschi verticali mondialmente premiati e che passano di mano ai qatarioti, dice che noi, quantomeno, dovremmo farla finita con questa melina sulle moschee. Non sono d’accordo sul perché lo dica: la realizzazione delle moschee non può e non deve essere un gesto di gratitudine verso qualcuno. Noi le moschee dobbiamo farle comunque, senza se e senza ma, lo indica persino la Costituzione. Possono essere un covo di terroristi? Ormai lo è anche Internet. È tardi.

L’integralismo non si combatte relegando da noi i musulmani ai margini della società. Riconosciamo invece una cosa: capirli, conviverci può essere difficile, il mussulmano della porta accanto potrebbe essere vissuto come un problema. La domanda che bisognerebbe porre loro forse è questa: immigrate nei nostri Paesi in cerca di lavoro e benessere, che è il risultato del nostro tipo di civiltà, del nostro progresso tecnologico e per finire della nostra cultura e perché allora volete distruggere tutto? Per noi il problema è di rendere compatibile questo modello con la sopravvivenza del pianeta. Avete un modello alternativo da proporci? Un modello che abbia dato buona prova di sé? Discutiamone, ammesso che vogliano parlare con noi.

Luca Beltrami Gadola


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