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MOSCHEA A MILANO. RELIGIONE POLITICA E COSTITUZIONE

Per tanti, troppi anni il tema di luoghi di culto islamici veri e propri (ufficialmente riconosciuti e autorizzati come tali e almeno dignitosi) è stato in Italia una specie di tabù. Una destra già poco incline a guardare con favore i ‘nuovi italiani’ e i loro diritti, sotto il ricatto della Lega e complice il carattere a lungo omogeneo del panorama religioso nazionale, ha preferito dire sempre e solo ‘no’.

07branca14FBUn ‘no’ inutile e controproducente: sono infatti sorti circa 800 luoghi che per forza di cose si son dovuti chiamare centri culturali o sedi di svariati tipi di associazioni dove tenere anche incontri di preghiera ha fatto spesso scattare la trappola del ‘cambio di destinazione d’uso’ dei locali, con conseguenze gravi. Anche quando non si è giunti alla chiusura forzata di questi luoghi, chiudendo un occhio si è comunque trasmessa un’immagine ambigua di un diritto sancito sì dalla Costituzione, ma concesso quasi come un favore.

L’approssimarsi dell’Expo 2015 a Milano ha improvvisamente cambiato la prospettiva, ma solo in apparenza, in quanto un’altra abitudine nostrana si sta pericolosamente evidenziando: dopo lunga trascuratezza si rischia di obbedire alla logica dell’emergenza. Il primo luogo di culto islamico nella storia di Milano, per di più sotto i riflettori di un evento internazionale di simile portata, richiede qualcosa di più di un atto di semplice amministrazione, peraltro tardivo e affrettato.

Va tenuta in debito conto, oltre all’inerzia ricordata, anche la storia delle associazioni musulmane che da decenni operano sul terreno. Sono numerose, diverse per composizione e orientamento, talvolta persino in competizione tra loro. Fino a ora a Milano ha prevalso una leadership formata prevalentemente da italiani convertiti o da medici siriani (pochi, ma di formazione culturale superiore agli altri, di carattere però tecnico-scientifico o professionale) cui si sono affiancati soprattutto egiziani (l’etnia prevalente in città, mentre a livello nazionale prevalgono di gran lunga i marocchini, pur presenti ma poco influenti a Milano) concentrati in sedi come viale Jenner e via Quaranta, per vari aspetti problematiche.

La proposta di edificare una moschea dove ora sorge il Palasharp va valutata anche in funzione di questo contesto. Ammesso che il palazzetto sia davvero pericolante (ma non mi risulta che esista alcuna perizia tecnica in tal senso e mi auguro d’esser smentito) si tratterebbe di abbatterlo (con la forte spesa di 600mila euro) e il nuovo luogo di culto si troverebbe così a coincidere con quello in cui ormai da anni si svolge la preghiera del venerdì proprio dell’Istituto Culturale Islamico di viale Jenner. Contiguità bizzarra, a dir poco, visto che non si tratta di un centro che si sia proprio distinto per l’integrazione e l’apertura dialogica nei confronti della città e delle altre religioni e che ha visto condannato a oltre tre anni di carcere uno dei suoi ultimi imam, di recente scarcerato ed espulso dall’Italia … .

La sigla ombrello Caim (Coordinamento Associazioni Islamiche Milanesi) alla quale anche viale Jenner appartiene, ha dimostrato inoltre un forte legame coi Fratelli Musulmani, specie con numerose manifestazioni a favore del deposto presidente egiziano Morsi, dopo che negli stessi luoghi di culto durante lo scorso ramadan si erano verificate forti tensioni soprattutto fra fedeli egiziani di opposta tendenza politica e proprio durante i riti comunitari.

Un ‘caso’ dunque che va ben oltre il semplice godimento del diritto di culto e che solleva il problema cruciale della strumentalizzazione dell’appartenenza religiosa a per altri fini, la cui mancata soluzione sta alla base di devastanti situazioni che si perpetuano nei Paesi d’origine di molti musulmani milanesi ai quali ora e qui abbiamo il dovere, prima ancora che l’interesse, di offrire e garantire qualcosa di più.

 

Paolo Branca

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