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LA GIUNTA MILANESE: CHI HA TEMPO (POCO ORMAI) NON ASPETTI TEMPO

Condensare in un centinaio di righe di piombo, come dicevano i giornalisti di una volta, una mezza giornata di riunione allargata di Giunta – quella all’Acquario di sabato scorso – è un’impresa disperata. Leggendo i loro quotidiani i milanesi però hanno avuto l’impressione che la montagna abbia partorito il topolino: la pedonalizzazione di Piazza Castello e un referendum sulla spesa di un tesoretto di alcuni milioni di euro.

01editoriale02FBPrima di parlare di queste due cose fermiamoci un attimo. Mi sembra d’aver capito che questa eccezionale riunione preluda a quello che tutti ci aspettiamo da tempo: il rapporto di medio periodo sulla città. Sarà quella l’occasione per ragionare sul modello milanese di far politica e di quanto questo si distacchi dal passato e possa avere prospettive future; dalla sua nascita la Giunta milanese ha un carattere suo peculiare: una coalizione di sinistra con un sindaco non espressione del primo partito e già questo dice qualcosa.

Ma veniamo alla riunione dell’Acquario. Sulla pedonalizzazione di Piazza Castello nulla da dire, anzi, applausi. Sul referendum sull’uso del tesoretto invece vorrei dire la mia. Durante la discussione in questa Giunta allargata sono venute fuori ovviamente molte proposte al riguardo: sistemare le scuole, far case di demanio pubblico, sistemare quelle malandate, rassettare le periferie, e così via. Facciamo dunque un referendum, ma pensiamo bene a come farlo.

Ci sono molti modi che devono comunque rispondere a due requisiti: la chiarezza dei quesiti e la rapidità di svolgimento. La chiarezza dei quesiti è fondamentale com’è altrettanto fondamentale che chi si esprima abbia a disposizione tutte le informazioni necessarie per decidere il più possibile razionalmente. Tanto per essere chiari un quesito di tipo spontaneista con una sola domanda del tipo “indicate qui di seguito quel che vorreste … ….” e senza preventiva informazione sarebbe un’inutile cialtronata populista. Stesse in me, adotterei una formula alla svizzera, partendo da una considerazione strettamente istituzionale: abbiamo un Consiglio comunale, una Giunta, un sindaco e siano loro a fare le proposte; ovviamente in Consiglio vi è un’opposizione e anche questa deve fare le sue: inutile spiegarne il perché.

Ciò detto ci si metta d’accordo sul fatto che le proposte vanno fatte per iscritto, come nei referendum svizzeri: poche paginette ma tutte di egual lunghezza con un contenuto in parte obbligatorio: indicare la cifra stanziata, i tempi e il programma di realizzazione, quali saranno gli uffici competenti e l’indicazione di un responsabile del progetto. Detto per inciso, a condizione che non si scelgano gli investimenti a pioggia tanto per accontentare tutti, la proposta potrà contenere anche più di un progetto.

Qualcuno potrebbe obbiettare che il sindaco, padre della proposta di referendum, sembrava ipotizzare che le idee debbano venire dal basso, dal territorio (brutta sineddoche per chi non vuol usare “gente”, “popolo” o “cittadini” – troppo da rivoluzionario francese).

Qui non sono d’accordo. Chi governa ha, o meglio dovrebbe avere, la percezione precisa di che cosa desideri la gente e, se non ne sia certo, è compito suo informarsi, consultare le parti sociali, le associazioni, ogni referente possibile ma a formulare la proposta “deve” essere sia chi governa sia chi sta all’opposizione. Tanto per essere più chiari gli eletti propongano e se ne assumano la responsabilità. Vogliamo ridare spazio alla politica? Questo è uno dei modi istituzionalmente corretto di governare lasciando da parte i sondaggi di opinione, pascolo prediletto dei media. Le opposizioni, essendo più partiti e non una colazione, potranno esprimere proposte tra loro diverse, ma questo non vale per consiglieri di maggioranza, Giunta e sindaco. Le loro proposte dovranno essere unitarie: un accordo va raggiunto nelle apposite sedi prima della formulazione ufficiale delle stesse: nulla di peggio di trasformare un referendum in una vetrina/confronto tra assessori o tra autorevoli esponenti della maggioranza.

Ultima considerazione: bene i referendum ma solo su scelte impreviste e imprevedibili e con grande moderazione: il resto è nei programmi elettorali o nel solco di una tradizione di orientamento politico: non servono referendum. Ma anche sulla questione del solco della tradizione e del suo insostituibile valore bisognerà parlare oggi, in tempi di rottamazione. Lo faremo.

Luca Beltrami Gadola

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