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CITTÀ BENE COMUNE: QUATTRO LIBRI PER DISCUTERE

Alla Casa della Cultura di Milano si è recentemente concluso un breve ciclo di incontri sul tema Città Bene Comune organizzato da chi scrive e prodotto in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Ospiti di questa prima tornata sono stati quattro protagonisti dell’urbanistica milanese e italiana: Bernardo Secchi, Giancarlo Consonni, Marco Romano e Luigi Mazza che, a partire dai temi affrontati in altrettante pubblicazioni, hanno animato un interessante confronto pubblico sull’idea di città come patrimonio collettivo e sul ruolo dell’urbanistica nella società contemporanea, che ha avuto eco anche su queste colonne.

Nell’incontro con Bernardo Secchi si è discusso – con il contributo di Alessandro Balducci, Vittorio Gregotti e Francesco Infussi – del suo La città dei ricchi e la città dei poveri (Laterza, 80 pag., 14 Euro). Un libro che, oltre a proseguire il pluriennale sforzo dell’autore di delineare «le ragioni e l’identità dell’urbanistica», accende i riflettori su quella che viene definita la «nuova questione urbana», ovvero la tendenza delle città d’Europa e del mondo a rispecchiare ed esaltare nello spazio urbano le disuguaglianze sociali. Per Secchi è chiaro che la distribuzione della ricchezza, l’accesso all’istruzione o alle cure mediche sono prima di tutto un problema politico ed economico. Così come è chiaro che la tendenza all’esclusione delle minoranze più disagiate è connaturata a dinamiche sociali difficilmente controllabili con gli strumenti classici del progetto urbano. Tuttavia, partendo dalla descrizione della situazione di diverse città europee e americane e sulla scorta di una riflessione critica sui paradigmi della modernità, Secchi attribuisce all’urbanistica «forti e precise responsabilità nell’aggravarsi [di tali] disuguaglianze».

Per esempio, la realizzazione nel secolo scorso di grandi quartieri popolari autosufficienti come «monumenti di una società democratica» ha rappresentato indubbiamente una risposta alla “questione della casa” ma – osserva Secchi – ha finito spesso col dar luogo a enclave a ridotta complessità sociale, funzionale e formale che ancor oggi appaiono come elementi estranei nel corpo delle città. E con essi, purtroppo, i cittadini che le abitano. Lo stesso può dirsi delle gated communities: recinti isolati dal resto dei tessuti urbani dove, soprattutto in Sud America, i più abbienti scelgono deliberatamente di vivere in cambio di sicurezza, talvolta perfino in uno «stato di sospensione dell’assetto giuridico istituzionale dello Stato» cui appartengono.

La lucida e a tratti sofferta riflessione sulla condizione urbana e paesistica contemporanea che Giancarlo Consonni conduce nel suo La bellezza civile. Splendore e crisi della città (Maggioli, 180 pag., 13 Euro) è stata al centro del secondo incontro alla Casa della Cultura al quale – oltre all’autore – sono intervenuti Enrico Bordogna, Massimo Fortis e Daniele Vitale. Nel libro Consonni muove dalla feconda nozione di «bellezza civile» (Giambattista Vico) che, a nostro avviso, può essere intesa almeno in due modi: come “bellezza di ciò che è civile” – cioè una bellezza che scaturisce dall’agire in modo civile – e come “civiltà di ciò che è bello” – ovvero come necessità del singolo cittadino e della comunità di produrre bellezza: un’urgenza che tutte le grandi civiltà del passato hanno avuto e che la nostra, almeno per quanto attiene la produzione urbanistica dell’ultimo secolo, sembra aver sentito meno.

La riflessione di Consonni non riguarda solo ciò che è stato realizzato nella sua fisicità ma investe la cultura sottesa alle trasformazioni urbanistiche. In primo luogo la cultura del progetto urbano moderna che paradossalmente è andata spesso contro l’idea stessa di città per come ci è stata tramandata dalla tradizione europea. Poi la cultura architettonica che Consonni critica per l’incapacità di farsi elemento di costruzione e qualificazione estetica e relazionale dello spazio urbano: «lo stravagante, il vacuo e il mostruoso – scrive – tengono banco» e «il brutto – prosegue – si è esteso a tal punto da apparire come condizione ordinaria dei contesti in cui si svolgono le nostre vite». Infine la cultura collettiva da cui sembra essere evaporato quell’insieme di saperi condivisi in virtù dei quali per secoli si sono costruite nel vecchio continente città belle e ospitali, in cui le comunità si sono riconosciute e in cui ancor oggi tutti noi più facilmente ci identifichiamo.

L’estetica urbana è stata anche al centro dell’incontro con Marco Romano che ha tenuto una lectio magistralis su La città come opera d’arte. Come in alcune sue note pubblicazioni (in particolare quella che porta lo stesso titolo edita da Einaudi nel 2008), Romano ha messo a fuoco quelle che lui stesso definisce “le regole consolidate della bellezza” della città europea dell’ultimo millennio con l’obiettivo non secondario di comprendere perché nella seconda metà del secolo scorso – ovvero quando si è costruita la gran parte dei tessuti urbani in cui viviamo e quando l’urbanistica moderna è stata maggiormente formalizzata nei suoi strumenti, nelle sue procedure, nelle sue norme – la nostra società ha smesso di produrre città e luoghi urbani dotati di quella bellezza che più frequentemente ritroviamo nei secoli che precedono il Novecento. Il problema – secondo Romano – non è meramente formale. Uno dei nodi cruciali – osserva – sta nel rapporto tra cittadino e casa, tra civitas e urbs. L’errore dell’urbanistica moderna – sostiene nel suo ultimo Liberi di costruire (Bollati Boringhieri, 172 pag., 15 Euro) – è stato quello di «ridurre i desideri degli uomini a diritti codificati nella dottrina della pianificazione» imponendoli dall’alto.

Romano, in sostanza, ritiene che tra gli elementi che hanno garantito la secolare bellezza della città europea ci sia il processo democratico sotteso alla sua costruzione che – afferma – ha avuto e dovrebbe avere ancor oggi «come posta il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza materializzato nel possesso della casa e il pieno riconoscimento della dignità del cittadino alla protezione simbolica dei temi collettivi», quelli in cui la civitas si identifica e si misura con le altre comunità. Meno convincente la tesi squisitamente politica secondo cui per garantire questi diritti – e dunque per tornare a produrre luoghi urbani dotati di una riconosciuta qualità estetica – la strada da imboccare sia quella di “liberarsi” di norme, commissioni edilizie e perfino dello Stato.

Con Luigi Mazza, infine, si è discusso – con il contributo di Marco Bianconi e Stefano Moroni – del libro di cui è coautore con Umberto Janin Rivolin e Luca Gaeta: Governo del territorio e pianificazione spaziale (CittàStudi, 550 pagine, a breve nelle librerie). Mazza – che potremmo annoverare tra quanti hanno compreso i limiti dell’urbanistica moderna e cercato costantemente di rinnovarla – contrariamente a Romano ritiene che «un qualche tipo di pianificazione spaziale [sia] indispensabile perché l’organizzazione e il controllo sociale ed economico si realizzano nello spazio e sono effettuati soprattutto attraverso l’organizzazione e il controllo spaziale». Gli aspetti interessanti della sua pubblicazione – a cui sono stati chiamati a contribuire diversi autori su temi specifici del progetto urbano e territoriale – sono più d’uno.

Tra questi possiamo considerare il rapporto tra governo del territorio e cittadinanza – ovvero, in estrema sintesi, Stato, mercato, diritti dei cittadini e regole: un tema più che mai attuale su cui si gioca la credibilità della disciplina – nonché quello tra teorie e modelli della pianificazione con tutto ciò che ne consegue in termini di ricerca di eguaglianza, sviluppo, equilibrio. Quello che – rispetto al filo conduttore del ciclo di incontri – se ne può trarre da questo ampio lavoro di ricognizione e riflessione critica su una disciplina che sta attraversando un serio periodo di crisi, è che non solo la città, il territorio e il paesaggio possono essere considerati beni comuni, ma potrebbe esserlo l’Urbanistica stessa (nelle sue varie accezioni) e il patrimonio di saperi in essa accumulati: un bene non necessariamente da tutelare e difendere nella sua integrità ma neppure da distruggere senza discernimento. Qualcosa semmai da rinnovare e reinventare riscoprendone l’utilità, il senso e il portato civile.

 

Renzo Riboldazzi

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