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COMUNIONE E LIBERAZIONE, CARRON E LA PASTA CRUDA DI DACCÒ

Julian Carron, il sacerdote che don Giussani ha scelto per presiedere la confraternita di Comunione e Liberazione (di seguito CL) dopo di lui, defilato per lungo tempo dalla scena pubblica (salvo gli inevitabili interventi al meeting di Rimini), è venuto alla ribalta negli ultimi mesi.

Soprattutto una lettera autocritica pubblicata su Repubblica il 1 maggio e ora edita insieme agli interventi susseguitisi (per lo più di intellettuali, giornalisti e politici “di sinistra”) in un quaderno del quotidiano online di area ilsussidiario.net, ha colpito per il tono e il cambio di registro rispetto alla consueta sicurezza spavalda a cui CL ci ha abituato.

Sono invaso da un dolore indicibile nel vedere cosa abbiamo fatto della grazia che abbiamo ricevuto.- premette subito il sacerdote – Se il movimento di CL è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo aver dato.” (…) “Chiediamo perdono se abbiamo recato danno alla memoria di don Giussani con la nostra superficialità e mancanza di sequela” (…) “Questi fatti…sono un potente richiamo alla purificazione, alla conversione…“.

Gli interventi degli esponenti di sinistra che seguirono su Repubblica hanno tutti dato atto a Carron di coraggio e stile. In particolare gli esponenti di tradizione comunista (es. Violante e Barcellona) hanno evidenziato come il problema, per così dire, della “autonomia del potere” è proprio anche del loro campo dopo il crollo del partito come riferimento collettivo e morale dell’azione politica.

Ma a più di due mesi dalla pubblicazione della lettera essa sembra più aver chiuso la discussione invece di aprirla. Come se avendo chiesto scusa il leader non ci fosse più bisogno di capire dove e come si è sbagliato, che cosa si fa per cambiare.

Venti anni fa, in una situazione similare, ancora vivo Giussani, agli esordi di tangentopoli, quando diversi esponenti del movimento furono indagati, si sciolse Movimento Popolare (la corrente dei ciellini che facevano politica), si dichiarò che chi faceva politica lo faceva a titolo personale, chi era indagato fece un passo indietro dalle istituzioni, e molti si diedero “alle Opere”….

Ma se la testimonianza e la presenza cristiana in pubblico è “una bandiera” dei ciellini, che rifiutano un’dea privata/intimista della religiosità, dove è il dibattito pubblico su ciò che sta succedendo? È lasciato alla sola difesa “istituzionale” di Formigoni? Quale elaborazione, quale svolta, quale pratica nuova? Il dibattito è solo interno (se c’è…) come nei vecchi partiti comunisti o nelle sette?

Una sola voce è “uscita dal coro”… Guarda caso, la voce di una donna (per questo subito bollata: “non rispondo a una signora” ha detto Formigoni). Carla Vites, moglie di Antonio Simone, ciellino della prima ora oggi in carcere, ha scritto due lettere e lasciato un’intervista al Corriere della Sera. La sua più recente lettera (30 giugno), una specie di apologo, di metafora, non ha avuto molta eco.

Racconta Carla Vites che nelle cene a casa Daccò “c’erano TUTTI” (in maiuscolo nel testo originale) e lei veniva chiamata “zia” con riferimento al suo essere “antiquata” rispetto al contesto trendy (misoginia?).

L’ospite aveva lo sfizio di cucinare la pasta e decretava che dovesse essere al dente. TUTTI si adeguavano, compresa Carla impietrita, a “ingollare quella robaccia dura senza fiatare”, quando un bimbetto di sei anni esclamò esterrefatto: “Ma fa schifo, è cruda!”. Costringendo, ridendo, a riconoscere che la pasta era immangiabile. Insomma “il re era nudo”, molti lo sapevano ma nessuno aveva il coraggio di lasciare la corte.

Brava Carla hai tirato un sasso nello stagno! Ma possibile che solo tu parli con questo stile allusivo, metaforico, cifrato? La confessione secondo Michel Foucault è alla base del “discorso” moderno. Non parte da lì la conversione e la purificazione di cui ha parlato Carron?

 

Pier Vito Antoniazzi

 

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