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È ANCORA POSSIBILE SALVARE EXPO 2015?

Ha ragione Luca Beltrami Gadola, il VII Incontro Mondiale delle Famiglie non è confrontabile in alcun modo con l’Expo e pertanto non vale come test (vedi n. 21 di ArcipelagoMilano). Diversa la quantità di risorse umane in campo per un evento eccezionale, ma comunque limitato a soli tre giorni, mentre Expo ne durerà 183. Ma soprattutto, come ricorda Beltrami Gadola, diversa l’attitudine dei fedeli, disponibili a muoversi all’alba, a fare come minimo un paio di chilometri a piedi e stare in attesa per ore per partecipare alla messa con il Papa. Diversa la rete di sostegno offerta dalle parrocchie, dal volontariato cattolico e dalle numerose famiglie ospitanti.

Anche io, come Beltrami Gadola, pensavo che attorno al problema della fame nel mondo – ma anche a quello dell’obesità, del diabete e delle patologie indotte da una cattiva alimentazione – avremmo potuto far rinascere l’atmosfera di attesa caratteristica delle prime esposizioni universali. Ma non eravamo soli, le premesse c’erano tutte. Ricordo il successo degli Stati Generali dell’Expo del 16 e 17 luglio 2009 che avevano lo scopo di coinvolgere i cittadini lombardi nella preparazione di un evento, fortemente voluto dalle istituzioni locali e nazionali e sostenuto dal mondo accademico, imprenditoriale e associativo milanese e lombardo, ma che costituisce una sfida di portata storica per tutto il Paese. Ricordo le aspettative che quell’evento aveva suscitato in molti di noi, ma anche la disponibilità a dare un contributo del tutto gratuito e disinteressato.

In questa prospettiva il 23 gennaio 2010 la rivista “I Quaderni del Ticino”, che ho l’onore di dirigere, ha organizzato a Morimondo gli “Stati Generali Est Ticino Expo 2015”. L’Est Ticino, infatti, per i suoi ambienti naturali e la forte presenza di un’agricoltura con grandi tradizioni, per le sue capacità imprenditoriali e professionali, ma anche per il rapporto che lo lega alla grande città, potrebbe costituire uno dei banchi di prova della capacità o meno dell’Expo di rendere concreto e credibile il proprio messaggio. Ma questo potrà accadere, nell’Est Ticino così come in altre realtà agricole della nostra regione, soltanto se sapremo mobilitare le nostre intelligenze, le nostre energie, le nostre comunità, fornendo esperienze concrete a quanti sceglieranno di vivere l’Expo assieme a noi.

Di quel clima non è rimasto nulla. “Ma, come afferma Beltrami Gadola, non basta: la mancanza di un’idea forte è ormai calata come nebbia sulla città, sulla sua classe dirigente, sui giovani. Buio in fondo al tunnel? Pessimismo assoluto? Per venirne fuori la ricetta sembra essere la stessa di tutti i problemi del Paese: facce nuove, coraggio di cambiare, onestà e dignità. E intelligenza. Ma questa per fortuna non ci è mai mancata. Almeno si dice“.

Non so se a poco più di 1.000 giorni dall’evento abbia ancora un senso la riapertura del dibattito sui contenuti dell’Expo. Io ci ho provato più volte nel passato guardandomi bene dall’entrare nel merito delle questioni relative all’area espositiva, ai finanziamenti o la guida della macchina organizzativa. L’intervento di Beltrami Gadola mi induce a intervenire ancora una volta sulle questioni riguardanti gli obiettivi strategici del progetto.

Come è noto, Expo 2015 doveva avere come principale motivo di attrazione la messa in vetrina – in un unico spazio espositivo – dei diversi ambienti e delle diverse pratiche agricole del pianeta. Questo avrebbe consentito al mondo agricolo di accendere su di sé i riflettori dei media e dell’opinione pubblica mondiale. Si tratta di un obiettivo irrinunciabile, anche perché, come giustamente afferma Carlo Petrini, agricoltura oggi non vuol dire soltanto tradizione, ma soprattutto professionalità e innovazione. Tuttavia Expo 2015, anche alla luce delle variazioni intervenute nel progetto degli spazi espositivi, non può enfatizzare questa sola parte della filiera alimentare. Soprattutto ora che già più del 50% della popolazione mondiale vive in conglomerati urbani e che una percentuale non irrilevante vive in zone nelle quali l’agricoltura è preclusa o fortemente limitata.

Il successo di Expo 2015, ho avuto modo di osservare, si misurerà sulla capacità o meno dell’esposizione di far vivere un’esperienza diretta, a quanti la visiteranno personalmente o attraverso i media, del percorso che gli alimenti compiono “dal campo alla tavola”. Questo al fine di far comprendere quale ruolo assolvono (o dovrebbero assolvere) ciascuno dei diversi protagonisti della filiera alimentare, quale sia (o debba essere) il loro impegno per sviluppare alimenti sempre più idonei per il benessere e la salute dei consumatori e quale quello delle istituzioni nazionali e internazionali per garantire la sicurezza alimentare e promuovere una corretta alimentazione e un corretto stile di vita.

La pubblica opinione, infatti, non ha sufficiente consapevolezza su quanto insieme agricoltura, industria, logistica, distribuzione e ricerca fanno per garantire la sicurezza e la qualità degli alimenti, offrire prodotti di qualità, provvedere alla loro distribuzione, favorirne la conservazione, migliorarne i valori nutrizionali, offrire alternative a chi soffre di allergie e intolleranze, sviluppare nuovi prodotti per il benessere e la salute dei consumatori, promuovere una corretta alimentazione, ridurre l’impatto ambientale attraverso il packaging e i processi produttivi, ecc.

Ebbene, pur tenendo presente che i protagonisti dell’esposizione devono essere principalmente gli Stati, su questi temi non si percepisce ancora quale possa essere il ruolo della filiera agroalimentare, a partire da quella maggiormente impegnata sul fronte della ricerca e dell’innovazione.

Teniamo presente che i visitatori di Expo 2015 verranno prevalentemente dai Paesi industrializzati, in primis dall’Europa. Pertanto, mentre dobbiamo ribadire il nostro impegno a dare risposte, attraverso l’Expo, a come favorire l’accesso dei Paesi poveri alle risorse alimentari, cercando di segnare un punto di svolta nella soluzione di questo dramma umano, non dobbiamo venire meno all’impegno di suscitare interesse verso l’esposizione da parte di quanti si confrontano quotidianamente con problemi di sovrappeso e obesità e con le patologie che derivano da errati comportamenti alimentari e da stili di vita non salutari.

Tra gli spunti di riflessione per la definizione delle strategie per l’Expo, ne riprendo una che mi sta particolarmente a cuore e che si ricollega all’iniziativa di Morimondo, sopra ricordata. Marco Vitale, sul Corriere della Sera del 30 marzo 2011, nell’articolo dal titolo “Nell’Orto Lombardo”, affermava che “Si possono facilmente immaginare almeno una decina di luoghi (agricoli della nostra regione) di grande interesse che possono diventare un “fuori salone” capace di dare all’Expo una caratteristica unica e irripetibile” in grado di “conciliare un Expo rispettoso dei canoni tradizionali e delle esigenze dei Paesi espositori con le mirabili testimonianze di sapienza agricola depositate in Lombardia“. “Ma i gruppi interessati realmente – ammonisce Vitale – devono assumere un atteggiamento da imprenditori e non da prenditori“.

 

Massimo Gargiulo

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