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L’EXPO ANCHE A MONZA: PERCHÈ NO?

È della scorsa settimana la notizia che il budget per realizzare l’Expo sarà ridotto di altri 300 milioni. Il 9 settembre la Repubblica ha riferito che non ci sarà più la cosiddetta Via di Terra e della conoscenza (fig.01): un progetto riguardante dieci zone in sequenza, da corso Sempione a Porta Vittoria, che rappresentava l’unico concreto coinvolgimento della città e che avrebbe dovuto costituire l’elemento di raccordo tra questa e l’Expo. Il taglio consentirà un risparmio di 90 milioni.

È stato depennato anche il Villaggio Expo, una serie di edifici lungo i canali che costeggiano il sito espositivo, per una superficie abitabile di quasi 38.000 mq, che avrebbero dovuto essere costruiti dai proprietari delle aree, presumibilmente a loro spese. I 200 commissari dei paesi partecipanti saranno quindi mandati a soggiornare in alberghi convenzionati, consentendo di tagliare altri 70 milioni (fig.02 e 2b). Invece i 2000 e più addetti degli staff delle varie nazioni partecipanti andranno a Cascina Merlata: l’intervento edilizio da un miliardo di euro, di oltre 376.000 metri quadri su un’area originariamente agricola di 520.000, che la Moratti riuscì a far approvare in extremis prima del termine del suo mandato (fig.03 e 04).

Un altro consistente taglio di 115 milioni riguarda il progetto della Via d’Acqua e delle cascine, che sarà drasticamente ridimensionato, passando da 290 a 175 milioni. Tale progetto rappresentava, ancorché in forma limitata, la modalità di coinvolgimento del territorio attraverso un corridoio di collegamento tra l’Expo, la Darsena e il sistema dei Navigli, cercando di recuperare anche le numerose cascine di proprietà comunale condannate altrimenti al degrado.(fig.a) Altri 50 milioni si otterrebbero intervenendo sui parcheggi e con “affinamenti” del design degli edifici.

Per quanto l’AD di Expo SpA, Giuseppe Sala, sostenga che la proposta di riduzione del piano di investimenti comporterà un “efficientamento” ma che non si avrà uno stravolgimento del progetto, il continuo assottigliamento delle risorse disponibili finisce per porre con tutta evidenza una questione di qualità degli interventi e di conseguenza anche della formula della manifestazione. Come è possibile ragionevolmente immaginare che ciò che era stato concepito ipotizzando una disponibilità di risorse tanto ingente possa essere realizzato con le stesse modalità ma con un importo ridotto a poco più di un terzo di quello originario?

I 1500 cittadini che hanno aderito alla petizione che Paolo Deganello e io diffondemmo nel marzo del 2009 ricorderanno che era intitolata Milano città sostenibile dopo la crisi. Si proponeva infatti che a fronte della crisi economica planetaria fosse doveroso rinunciare all’Expo dei padiglioni e ai relativi sprechi per realizzarli e poi distruggerli a manifestazione ultimata. Che fosse invece opportuno utilizzare i molti contenitori e spazi già disponibili nei nostri territori – di cui come gruppo di lavoro Territorio e Sostenibilità facemmo un inventario – riservando le risorse per sviluppare e articolare nel migliore dei modi i contenuti coerenti con il tema dell’Expo. Una scelta, questa sì, che avrebbe consentito di rinnovare la formula ormai superata e obsoleta delle esposizioni universali.

Avevamo ipotizzato che, stante la crisi in atto, sarebbe stato possibile, con l’appoggio degli stati partecipanti, rinegoziare con il BIE la formula e proporre un’Expo diffusa a scala metropolitana e regionale. Ne avevamo discusso con Boeri e con Stanca ancora prima che il masterplan della Consulta architettonica venisse presentato, ma non c’è stata la volontà politica di riaprire la trattativa con il BIE.

Nel frattempo, gli studi e i progetti per la realizzazione del sito sono andati avanti, nel presupposto che l’Orto Planetario potesse essere effettivamente realizzato e rappresentare anche quel rinnovamento della formula di cui l’Expo di Shangai ha certamente costituito la più imponente e auspicabilmente ultima manifestazione della storia più che secolare delle esposizioni universali. Visto e considerato che la manifestazione nel sito si doveva comunque tenere, abbiamo ritenuto che fosse necessario affiancarla con un Fuoriexpo in analogia a quanto avviene ogni anno con il Fuorisalone in occasione del Salone del Mobile.

L’idea è stata ripresa un po’ da tutti i protagonisti, a partire da Lucio Stanca, prima di essere messo alla porta da Berlusconi stesso, in occasione degli Stati Generali dell’Expo organizzati da Formigoni nel luglio del 2009, il quale, intervenendo in collegamento, aveva raccomandato di non fare una super fiera campionaria ma di coinvolgere i territori favorendo l’incontro delle differenti “tribù” (sic!). Ma anche Giuseppe Sala in una intervista appena insediato aveva espressamente fatto riferimento al Fuorisalone e perfino Letizia Moratti, al termine della sua disastrosa campagna elettorale, si era lasciata sfuggire un “Expo Diffusa” per tentare di coinvolgere gli imprenditori.

Giuliano Pisapia poi, sia nella campagna delle primarie sia in quella vittoriosa che lo ha portato a diventare il nuovo sindaco di Milano, aveva fatto proprio e inserito nel programma elettorale il progetto di Expo Diffusa e Sostenibile, arrivando addirittura a proporlo in occasione dell’incontro, a pochi giorni dalle votazioni, con la Giunta di Assolombarda e ricevendone, a quanto pare, l’apprezzamento del presidente Meomartini. Si era ipotizzato che potesse essere proprio Pisapia a praticare questo terreno, ma ora con la sua nomina a Commissario per la realizzazione delle opere del sito, sarà totalmente assorbito da procedure e scadenze. Pisapia ha comunque espresso pubblicamente molti dubbi circa la possibilità che il governo, stante l’acutizzarsi della crisi economica, possa far fronte ai propri impegni.

Infine, il Corriere del 9 agosto ha riportato che Roberto Formigoni, nuovo Commissario straordinario dell’Expo, ha preso atto della necessità di affiancare l’Expo ufficiale con un Fuoriexpo affermando: “Siamo alla volata finale e dobbiamo cogliere questa occasione. Magari coinvolgendo i privati. Escludo che possano avere un ruolo nella società, ma potrebbero partecipare a iniziative collaterali con il nostro logo”. Come per il Fuorisalone. Ormai, sull’opportunità di realizzare una Expo a scala territoriale si sono espressi proprio tutti senza che ci sia stata, a parte il progetto Expo Diffusa e Sostenibile (EDS) del Politecnico, alcuna concreta iniziativa per realizzarla.

Che ci sia il pericolo che il BIE possa contestare il drastico ridimensionamento del progetto originario e accusarci di cambiare le carte in tavola non è una preoccupazione peregrina, visto che il dossier di candidatura in base al quale la manifestazione fu assegnata al nostro Paese prevedeva un budget per la realizzazione del sito di 3,5 miliardi. Più realisticamente il masterplan concettuale della Consulta architettonica capitanata da Stefano Boeri si era ridimensionato a poco più della metà, su un importo di 1,8 miliardi, successivamente ridotti a 1 miliardo e 746 milioni lo scorso maggio e attestatosi, non si sa se definitivamente o meno, sul miliardo e 450 milioni con gli ultimi tagli (fig.05).

Ma l’acutizzarsi della crisi economica planetaria ripropone a pieno titolo le condizioni per rinegoziare la formula con il BIE e, invece di subire le sue probabili contestazioni per i ripetuti tagli al budget, sarebbe opportuno andare al contrattacco proponendo di fare un uso più appropriato delle poche risorse disponibili sia da parte nostra che di tutti i paesi partecipanti ai quali non è infatti ragionevole, in questa situazione di vacche magre, chiedere di spendere milioni di euro per realizzare i propri padiglioni. Perché, visto che, come ha affermato Sala, gli orti non si riescono a vendere e lo stesso Vicente Loscertales, segretario generale del BIE che sembrava aver abbracciato l’idea dell’orto planetario, ha ironizzato affermando che le melanzane si coltivano in tutto il mondo allo stesso modo, ci ritroviamo proprio di nuovo con un’Expo dei padiglioni e con le prevedibili disastrose conseguenze del dopo manifestazione, come si sono già avute ad Hannover, Siviglia e, in minor misura, a Lisbona?

L’alternativa a questa infausta prospettiva esiste e faccio solo un esempio per mostrare quanto essa sia concreta.

Il Parco e la Villa Reale di Monza, rappresentano una realtà per la quale è stato costituito uno dei Tavoli promossi dal progetto Expo Diffusa e Sostenibile (EDS), già operante da mesi, che raccoglie tutti i soggetti interessati dal Consorzio di cui fanno parte la Regione Lombardia, i comuni di Milano e Monza, il Ministero dei Beni Culturali, alla stessa Società Expo SpA, la CCIAA, la Provincia di Monza-Brianza, la Scuola di Agraria alcune e associazioni politico culturali. Il Tavolo si propone di gestire, rispetto alla scadenza del 2015, un patrimonio di enorme valore storico monumentale, che integra alcune produzioni agroalimentari di grande qualità (fig.06) oltre a un repertorio di essenze arboree provenienti da tutto il mondo, messe a dimora nei decenni, perfettamente sviluppate in grado di competere con le programmate costosissime serre per produrre alcuni dei climi caratteristici del pianeta e per realizzare le quali non c’è ormai più il tempo necessario.

Non varrebbe la pena di utilizzare l’Expo per recuperare e valorizzare questa enorme risorsa pubblica, nota a livello internazionale, purtroppo soprattutto per l’autodromo, invece di creare ex novo un sito utilizzando, per la prima volta nella storia delle esposizioni universali, aree private e distruggendo, con annessi e connessi, oltre due milioni di metri quadri di suolo agricolo? Il parco si trova inoltre sulla direttrice Milano – Monza – Lecco – Sondrio, uno degli undici assi della mobilità su ferro a scala territoriale, dotata di altre straordinarie eccellenze ambientali, paesaggistiche e agroalimentari che sarebbe opportuno valorizzare e mettere a confronto diretto con altre culture dei paesi partecipanti, ospitandole all’interno dei medesimi contesti. (fig.b)

Altre situazioni non meno significative riguardano i territori del tortonese e del piacentino, entrambi in regioni limitrofe, che hanno già avviato specifici progetti per coordinarsi con Expo, mettendo a disposizione contenuti e offrendo ospitalità a moduli della manifestazione che possano far interagire tematiche di loro stretto interesse con il tema generale e con le culture e le colture di altri paesi.

Non c’è bisogno di essere dei grandi strateghi o fini analisti per comprendere che la situazione, rispetto al momento storico in cui si ottenne la nomination da parte del BIE battendo Smirne, è completamente mutata, e ostinarsi a portare avanti lo stesso programma mutilandolo e smembrandolo non può che portare all’insuccesso. Va fatta una netta conversione di rotta utilizzando le poche risorse per adeguare e valorizzare il molto di cui già si dispone, piuttosto che creare da zero qualcosa che finirà per risultare inutilizzabile e quindi produrre un enorme spreco.

Sono sicuro che l’Orto Planetario, che rappresenta certamente una concezione fondamentale per rinnovare i contenuti dell’Expo, ha più opportunità di essere realizzato nel modo migliore se diffuso nei territori piuttosto che affastellato entro il sito in prossimità della Fiera di Rho – Pero. Lì, nel sito, ci si potrebbe impegnare a organizzare la porta di ingresso all’Expo Diffusa e Sostenibile accogliendo e selezionando i visitatori in funzione dei loro prevalenti interessi, organizzando un efficiente servizio di accompagnamento per quelli meno informati, per aiutarli a comprendere veramente i contenuti della manifestazione, favorendo la loro permanenza, evitando una visita “mordi e fuggi”, in modo da consentire una vera esperienza di vita nel segno della conoscenza e della sostenibilità.

Ecco come Milano e il nostro Paese potranno diventare gli artefici del vero rinnovamento della formula delle future esposizioni universali, troncando la sequenza di manifestazioni obsolete che non hanno storicamente più alcun senso.

 

Emilio Battisti

 

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