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LARGO CORSIA DEI SERVI. UN NON LUOGO

La chiusura, o meglio la ostruzione, del Largo Corsia dei Servi, prima di essere una vergogna architettonica è un sopruso amministrativo: è la sottrazione illegale all’uso dei cittadini di una proprietà pubblica. E’ un esproprio alla rovescia: non la sottrazione da parte dello Stato di un bene privato, per motivi di utilità pubblica; bensì esattamente il contrario: è la sottrazione da parte del Comune di un bene pubblico, un bene di tutti i cittadini, per favorire una attività privata. Il primo tipo di esproprio è ammesso e regolato dalla legge; il secondo va considerato un gesto di prepotenza comunale.

Il Largo Corsia dei Servi era una piazzetta in diretta comunicazione con la strada principale di Milano: Corso Vittorio Emanuele. Dai portici meridionali del Corso si accedeva, attraverso un ampio sottoportico, alla retrostante piazzetta. A metà del sottoportico, ben visibile sia da chi transitava lungo il Corso, sia da chi sostava nella piazzetta, si snodavano due rampe incrociate di scale leggermente in curva: una bella invenzione architettonica, una geniale composizione plastica che si notava per il suo slancio e la sua originalità. Ora le scale sono chiuse e nascoste entro un ambiente privato, e non vi è più possibilità di vederle dall’esterno.

Quale è il fatto gravissimo intervenuto con prepotenza in questa zona urbana, tale da sconvolgerla e snaturarla? E’ la quasi totale chiusura del sottoportico di collegamento fra i portici del Corso e la piazzetta coincidente con il Largo; è l’ostruzione del frequentatissimo passaggio coperto che univa i primi alla seconda. Il passaggio ora è ridotto a uno stretto cunicolo rilegato in un angolo di quello che prima era un ampio grandioso sottoportico. Un ingombrante volume vetrato, appartenente a un esercizio commerciale privato, ha invaso l’intero sottopasso; ha inglobato al suo interno la struttura delle due scale incrociate; ha otturato per sempre quella che era una ampia comunicazione pedonale tra Corso e piazzetta. Inutile dire che le pareti vetrate che delimitano l’ambiente privato, sono di qualità estetica più che scadente: banali lastre di cristallo, incorniciate da banali telai metallici, suddivise in banali specchiature trasparenti. L’accostamento fra questo volgare scatolone di vetro e la architettura del portico, e dell’edificio che si affaccia sul Corso e sulla piazzetta, è un accostamento che suscita non tanto disapprovazione quanto indignazione.

L’edificio è stato progettato dallo studio di architettura B.B.P.R., uno dei migliori di Milano, conosciuto in Italia e all’estero. Un minimo di rispetto per i progettisti; un minimo di decenza urbana; un minimo di sensibilità per le architetture a ridosso delle quali si interveniva, avrebbe dovuto suggerire uno studio accurato del delicato inserimento posto a ridosso della preesistente costruzione.

Ci si domanda perché non era intervenuta a suo tempo la Commissione Edilizia Comunale, alla quale spettava la tutela del decoro urbano. La Commissione Edilizia ha taciuto, di stretta intesa con gli altri uffici Comunali, perché tutta la operazione di chiusura del sottoportico era stata architettata per ottenere un surrettizio incremento delle casse comunali. Gli oneri di urbanizzazione, di costruzione, di affitto del suolo pubblico, rappresentavano un goloso introito per il bilancio in dissesto della precedente Amministrazione Comunale; la quale, come ha rivelato il nuovo Sindaco, ci ha lasciato in eredità un vergognoso conto in rosso.

Largo Corsia dei Servi, situato a cavallo di due importanti arterie del centro (Corso Vittorio Emanuele e Corso Europa); adiacente alla zona commerciale di Milano più ricca, più elegante e pregiata, avrebbe potuto essere un vivacissimo luogo di ritrovo, di incontro, di comunicazione. Con la recente chiusura del sottoportico lungo Corso Vittorio Emanuele, il Largo ha subito una condanna definitiva, una morte urbanistica irrimediabile. Si ridurrà ad essere un residuo di area emarginata, defilata, nascosta; e quindi deserta. Un esempio lampante di come non si sappiano progettare interventi nei punti cruciali della città.

Anche prima di ricevere il colpo di grazia della recente intrusione volumetrica, il Largo presentava alcune carenze urbane, alcuni errori di progettazione urbanistica. Ora ai vecchi errori se ne sono aggiunti di nuovi, e lo stato attuale del Largo è ormai privo di speranze. E’ utile esaminare quali erano gli errori di progettazione imputabili al Largo.

* Un primo errore è la sbagliata proporzione fra area di calpestio e altezze delle pareti: il largo, più che una piccola e raccolta piazza, ha le sembianze di una cavità di poco respiro ed eccessiva profondità. Se l’altezza dei fabbricati che la delimitano fosse stata dimezzata si sarebbe ottenuto un ambiente urbano di dimensioni giuste, proporzionate, gradevoli. Così invece chi si trova al suo interno sente incombere e premere su di sé le vertiginose facciate degli edifici circostanti. La colpa ovviamente non va attribuita ai progettisti, ma alla politica di pianificazione urbana, che permette di realizzare nel centro-città cubature eccessive: fuori scala, opprimenti, contrarie ad ogni decoro urbano.

* Un secondo errore di progettazione è la concentrazione di più strutture eterogenee, affastellate all’interno della già molto ridotta area libera. Sarebbe stata una felice idea lasciare intatta la piccola e preesistente chiesa seicentesca (San Vito in Pasquirolo), e conservarla al centro della piazzetta; ma avrebbe dovuto essere l’unica costruzione ammessa, in modo da risultare ben visibile ed isolata, come lo sarebbe un monumento celebrativo od una opera d’arte posta espressamente ad abbellire il luogo. Purtroppo a ridosso della chiesetta è stato elevato un ingombrante padiglione, rivestito di pannelli metallici, simile ad un capannone commerciale: non solo esso soffoca il delicato volume storico, contro il quale si addossa e preme, ma stona anche con lo stile seicentesco – severo, composto e garbato – del piccolo edificio religioso. Su questo indiscreto padiglione resta il dubbio se la colpa sia dei progettisti, troppo indulgenti nel consentire l’inserimento di una così stridente stonatura a ridosso della chiesetta: o sia piuttosto del committente, ansioso di sfruttare la massimo la cubatura consentita.

* Infine un terzo errore, se non di progettazione certamente di sfruttamento esasperato del suolo, anzi del sottosuolo, è rappresentato dalla doppia rampa di discesa all’autorimessa sotterranea; una larga strada in pendenza, che occupa tutto lo spazio libero, ed impedisce un utilizzo pedonale della piazzetta.

Tirando le somme, e volendo dare una classificazione tipologica al Largo, si è costretti ad ammettere che esso ha le sembianti non tanto di una piazzetta pubblica, quanto di un cortile affastellato e ingombro di eterogenee strutture edilizie. In questa piazzetta, l’unico gradevole spazio, rimasto disponibile per i pedoni, sarebbe stato il perimetro continuo dei porticati perimetrali, che si sviluppano lungo i quattro lati, e che avrebbero potuto diventare luogo di sosta, di ristoro, di conversazione come lo sono i portici di tante antiche piazze italiane. Anche questa possibilità, tuttavia, è ormai tristemente preclusa dalla recente chiusura del sottoportico, e dal conseguente isolamento del Largo dal flusso continuo di passanti che si muove lungo Corso Vittorio Emanuele.

La vicenda di Largo Corsia dei Servi invita ad alcune riflessioni di carattere urbanistico.

* Una prima riflessione riguarda la incompatibilità fra un elevato indice di edificazione (ossia di cubatura edificabile) e una accettabile proporzione degli spazi pubblici posti all’interno degli antichi centri urbani. Le dimensioni e le configurazioni storiche di strade, piazze, slarghi, così come ci sono state consegnate dalla tradizione, non tollerano edifici di altezza accentuata, non sopportano volumi eccessivamente elevati, non consentono grattacieli incombenti. Le costruzioni alte vanno mantenute al di fuori dei centri storici, lontane dal tessuto antico. La stessa Torre Velasca, progettata dai medesimi autori di Largo Corsia dei Servi, e considerata uno straordinario esempio di architettura post-modern, non è un felice esempio di inserimento urbanistico. Troppo vicina al Duomo, o viene da questo nascosta, oppure nasconde quello; in ogni caso i due monumenti si nuociono a vicenda; come è già stato coraggiosamente denunciato dall’architetto Giancarlo Consonni, docente alla Facoltà di Architettura.

* Una seconda riflessione suggerita dalla vicenda di Largo Corsia dei Servi riguarda il cattivo uso delle aree urbane e la negligenza con cui vengono inseriti, con irresponsabile disinvoltura, oggetti di arredo urbano, strutture di servizio pubblico, costruzioni impiantistiche, senza nessun riguardo per la forma degli spazi aperti, per l’aspetto visibile dei luoghi pubblici. Le rampe che sconvolgono l’area calpestabile di Largo Corsia dei Servi; che occupano una zona riservata ai soli pedoni; che squarciano con violenza la superficie calpestabile e la fagocitano tutta; non solo sono un atto di prepotenza civica; ma sono anche un gesto di insensibilità estetica, una offesa al volto della città. Ciò non stupisce giacché il volto della città, la “bellezza urbana”, come sostiene l’urbanista Marco Romano, è ormai ignorato dagli amministratori e sconosciuto dal pubblico. Come confermano i tristi esempi di tanta urbanistica attuale; e non solo in Italia.

 

Jacopo Gardella

 

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