URBANISTICA, TRIBUNALE E LE FAMIGLIE SOSPESE
Quando il riesame diventa un dejà vu e il Comune scopre l’innocenza perduta
Cari naufraghi dell’arcipelago meneghino, bentornati nella soap opera più longeva del mattone nazionale. Una vera e propria Beautiful dei Palazzi. Cambiano i dirigenti, ruotano i magistrati, si attuano i piani, ma il copione resta lo stesso: Procura che indaga, Tribunale del Riesame di Milano che nega, Comune che rivendica. E in mezzo, gru ferme e famiglie sospese.
A Milano l’urbanistica è diventata una disciplina olimpica: salto triplo carpiato tra Procura, Riesame e memorie difensive di Palazzo Marino. E mentre nei palazzi di giustizia si discute di presunti abusi, conflitti e piani attuativi evaporati, in mezzo restano i cantieri, i professionisti e soprattutto le famiglie che aspettano di entrare in case comprate sulla carta e oggi sospese come panni stesi in un giorno senza vento.
Negli ultimi mesi e soprattutto negli ultimi giorni, il Tribunale del Riesame di Milano ha progressivamente ridimensionato diverse misure cautelari richieste dalla Procura nell’ambito delle inchieste sull’urbanistica. Alcuni arresti domiciliari sono stati annullati, diverse contestazioni sono state ritenute non sufficientemente sorrette da elementi tali da giustificare misure restrittive. Il messaggio, almeno sul piano cautelare, è stato chiaro: le ipotesi accusatorie devono dimostrare non solo l’irregolarità, ma anche il presupposto del reato, in particolare quando si parla di presunti patti corruttivi o forzature interpretative delle norme edilizie.
Con la consueta suspense da thriller legale, i giudici hanno dovuto pronunciarsi su quella sottile linea grigia (grigio cemento, ovviamente) che separa l’urbanistica creativa dalla creatività un po’ troppo spinta in materia di accusa.
La Procura sostiene che in molti se non tutti i casi si sia fatto passare per “ristrutturazione” ciò che aveva l’impatto di una nuova edificazione, aggirando così la necessità di piani attuativi e standard urbanistici. Una tesi che, letta in controluce, mette in discussione un intero metodo amministrativo consolidato negli anni.
Va detto che la linea di confine è sottile come un giunto di dilatazione: quando una “ristrutturazione” diventa, per impatto e volumetria, una nuova edificazione? Quando la lettura evolutiva delle norme si trasforma in acrobazia? Domande tecniche, certo. Ma con effetti molto concreti. Ma ne abbiamo già parlato fino alla noia in precedenti articoli.
E qui entra in scena il Comune di Milano, che non si è limitato a una difesa tecnica, ma ha depositato, in un sorprendente moto di orgoglio, una memoria robusta e politicamente significativa. Nella memoria, Palazzo Marino rivendica la piena legittimità dei propri atti amministrativi, sottolineando che le interpretazioni adottate dagli uffici sono coerenti con la normativa regionale e con una prassi applicativa mai censurata in precedenza. Non solo: il Comune evidenzia come le qualificazioni giuridiche contestate dalla Procura siano state condivise per anni da tecnici, dirigenti e commissioni, senza che emergessero rilievi formali da parte degli organi di controllo.
Il punto centrale della memoria è quasi un atto d’accusa rovesciato: secondo l’amministrazione, la Procura starebbe trasformando in ipotesi penali questioni che appartengono semmai al piano amministrativo o interpretativo, sovrapponendo il giudizio penale alla discrezionalità tecnica. In sostanza, Palazzo Marino sostiene che non si può criminalizzare una linea interpretativa solo perché non piace ex post, e che l’effetto di questa impostazione è paralizzante per la macchina comunale. Tradotto dal burocratese: non potete trattare ogni scelta urbanistica come fosse una scena del crimine.
Infatti il Comune ricorda che ha scelto di adeguarsi alle indicazioni della Procura e ai provvedimenti del Gip sull’urbanistica, non per ammissione di colpa, ma in un’ottica di “bilanciamento degli interessi e di prudente amministrazione”.
Il problema, però, è che mentre giuristi e magistrati si sfidano a colpi di commi e definizioni, ci sono le famiglie sospese. Coppie che hanno versato anticipi per appartamenti in edifici finiti sotto sequestro o rallentati dalle indagini. Mutui che partono ma chiavi che non arrivano. Bambini iscritti a scuole di quartiere dove la casa promessa esiste solo nei rendering. È qui che la contesa fra Procura e Comune smette di essere una disputa dottrinale e diventa un fatto sociale. E non venitemi a dire che sono tutti ricchi o acquisti fatti come investimento e quindi ben gli sta.
In parallelo, il Tar Lombardia ha ricordato in alcune pronunce che il piano attuativo non è un orpello decorativo ma uno strumento sostanziale quando l’intervento incide sull’assetto del territorio. Un richiamo che, se non coincide con le tesi penali, quantomeno riporta la discussione su un terreno meno ideologico e più urbanistico.
Siamo comunque al paradosso tutto meneghino: una città rigidissima con il cittadino che chiude un balcone e sorprendentemente elastica quando si tratta di reinterpretare indici, altezze, destinazioni d’uso. Il PGT come testo sacro e insieme cabala iniziatica. Ogni virgola un’opportunità, ogni deroga una promessa.
E mentre la città attende di capire se il modello Milano fosse davvero un modello o solo un rendering ben illuminato, l’amministrazione lavora da mesi a una variante parziale del PGT. Variante che nasce in un clima surreale: settore immobiliare guardingo, professionisti prudenti, cittadini poco coinvolti e – dettaglio non proprio trascurabile – senza un vero assessore all’Urbanistica pienamente operativo e politicamente investito.
Si sta ridiscutendo un pezzo delle regole del gioco mentre la partita è ancora sotto esame e i giocatori nella migliore delle ipotesi sono in panchina. Un azzardo. Perché riscrivere le regole mentre le vecchie sono sotto esame giudiziario richiede coraggio, visione e trasparenza. Doti che senza dubbio contraddistinguono il nostro nuovo assessore all’Urbanistica… Oops!
La sensazione è che Milano stia provando a spegnere un incendio con un manuale di diritto amministrativo in una mano e un estintore scarico nell’altra. La Procura insiste sul principio di legalità, il Riesame chiede rigore probatorio, il Comune difende la propria autonomia tecnica. Tutti hanno una parte di ragione, e tutti rischiano di avere una parte di torto.
Nel frattempo, i cantieri sono fermi (o sequestrati) e le famiglie sospese guardano quei cantieri come si guarda un treno che doveva partire ieri o come umarell preoccupati. E forse il vero nodo politico non è chi vincerà il duello fra Procura e Palazzo Marino, ma chi avrà il coraggio di riaprire un confronto pubblico serio sull’urbanistica milanese, coinvolgendo tutti gli attori del settore e restituendo alla città una guida chiara.
Perché una variante parziale senza partecipazione e senza un assessore vero non è una riforma: è un aggiornamento software fatto di notte, sperando che al mattino il sistema riparta da solo. A Milano, purtroppo, il riavvio non è garantito. Forse un riesame ogni tanto…
Pietro Cafiero

Il Comune difende sé stesso, ovvio. Ma è un ragionamento che si morde la coda: nessun organo di controllo (quali?) ha detto niente, quindi il problema non c’è. Il problema è che gli organi di controllo (tipo Regione e Coreco) sono stati tolti dai piedi, le delibera non vanno più in Consiglio (dove magari qualcuno dell’ opposizione avrebbe qualcosa da dire…), i dirigenti non vengono più scelti per merito, ma cooptati, chi critica viene escluso… è la coalizione di interessi bellezza (un tempo si chiamava consociativismo), professori, costruttori e politici tutti allo stesso tavolo a dire tutti le stesse cose. Poi un giorno si scopre che quelle cose sono delle scemenze, e che il re è nudo. Spiace per chi è rimasto con il cerino in mano, ma questo sistema sbagliato andava avanti da troppo tempo. Dibattito urbanistico? Giusto, ma chi lo fa? Il comune? (viene da ridere). Questi sono arroccati da troppo tempo nelle loro posizioni di potere, non perdono tempo a discutere con gli altri. Stanno solo aspettando che passi ‘a nuttata per riprendere come prima, questo è il punto
Quello in carica a Milano viene definito in politologia un “Regime urbano” con una peculiare caratteristica evenemenziale. Milano è un regime urbano basato su eventi: Expo, olimpiadi, fiere, concerti. Una città che vive di pareri di studi legali e corsi di formazione per parruchieri, estetisti, influencer, chef. Si è trasformata in uno dei nodi mondiali del lavoro “fittizio”, bullshit job per usare la definizion Graeber. Un gigantesco digestore finanziario di capitali provenienti dai sottonodi produttivi (ma anche criminali sa va sans dire) e li trasforma, non per scadenza ma per “alchimia finanziaria” in speculazione, mediante formule esoteriche: pareri, memorie, interpretazioni, prodotte da moderni sacerdoti nei nuovi templi iniziatici, studi legali, think tank, centri di ricerca. Una città in cui si parla un patetico grammelot fatto di italiano sgrammaticato e inglese approssimativo, sullo sfondo delle macerie “dismesse” di quella che fu la capitale produttiva del paese.
Corre voce che quei somari giganti dell’ufficio tecnico comunale si siano resi conto di non essere capaci di fare neanche la variante normativa e quindi meditino di gettare la spugna (o magari di ridurre al minimo sindacale il lavoro). Ovviamente la consapevolezza (seppur molto tardiva) dei propri limiti è sempre un fatto positivo perché (in teoria almeno) apre la strada al cambiamento. E il fatto che finalmente ammettano di non capire nulla di urbanistica è un passo avanti verso il realismo. Il problema però è che così rischiamo di tenerci quella schifezza chissà quanto. Ma davvero non riescono a chiedere un secondo parere e chiamare al capezzale del moribondo qualcuno che ne capisca qualcosa? Non servono mica dei geni, basta qualcuno che abbia letto le leggi (e le abbia capite, cosa non così scontata…), che sappia le tabelline e la grammatica, sarebbe già un grande passo avanti. E magari fare anche qualche concorso, aperto ai migliori mi raccomando, in modo da sostituire tutti quelli che sciaguratamente negli ultimi anni si sono occupati della pianificazione urbanistica generale di Milano. Forse così c’è qualche speranza. Saluti