IL VOLTO AFFABILE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Dal ruolo organico all’uso epidermico degli intellettuali

Che sia un’altra storia? Ascoltare le voci del Paese per cambiarlo! Sono ottime le intenzioni enunciate, all’incontro milanese del 31 gennaio, da PD e fondazione Demo di Gianni Cuperlo che ammette: “fare un atto di umiltà, saper ascoltare perché siamo consapevoli che non bastiamo a noi stessi”.

Mah? Intanto si è cominciato con la passerella di più o meno illustri intellettuali che rievoca i raduni veltroniani nel castello di Gargonza ed altri simili tenutisi in isolate badie toscane, caduti nell’oblio senza alcuna conseguenza sull’azione politica del Partito.  Qui invece ci si presenta nel cuore della “città modello”, sede delle cocenti contraddizioni della gentrificazione urbana: attrattiva per ospiti facoltosi e capitali voraci, espulsiva per ceti popolari e alloggi accessibili.

Da qui in poi il PD dovrebbe ‘”ascoltare le voci del Paese per cambiarlo”.  Sinora si è verificato il contrario.  Facciamo un esempio che ci riguarda da vicino: per oltre tre lustri la tenace e costante pubblicazione di Arcipelago ha offerto gratuitamente alla città ed alla sua classe politica alcune migliaia di segnalazioni, critiche, proposte, idee e progetti, sia puntuali su problemi specifici, sia generali su impostazioni e prospettive politiche e amministrative.

A memoria non ricordo – ma vorrei essere smentito – di aver mai visto pubblicata una replica motivata e argomentata da parte di alcuno dei responsabili politici in carica, a cominciare dal Partito più rappresentativo del centrosinistra. Sbatti in un muro di gomma, di silente indifferenza con cui viene trattato il dissenso disarmato. “Quante divisioni ha il Papa?” Quanto peso mediatico, quale percentuale nei sondaggi, quali supporti d’influenza dei poteri economici e relazionali?

Invece l’ascolto è stato orientato in tutt’altra direzione. Vedi la legge-ruspa sulla legislazione urbanistica, votata alla Camera ad occhi chiusi ma orecchie aperte all’ascolto acritico di chi ha voce in capitolo, salvo dover rimediare a posteriori la scontata bocciatura da parte di voci competenti e qualificate.  Ma come ha potuto un partito radicato e strutturato come il PD, proprio nella più alta sede politica nazionale, prendere un abbaglio simile?  

Ma l’introduzione di Cuperlo vuole avere una valenza teorica: anteporre il “dover essere” all’essere per prefigurare il cambiamento. La sequenza dialettica “prassi-teoria-prassi” viene pertanto rovesciata; si ascoltano le illuminate parole di Zagrebelsky e Cacciari ma poi le scelte che contano restano in tutt’altre mani. Ovvero gli intoccabili “cacicchi e capi-bastone”, a cominciare dal super-manager, dominus incontestato dell’amministrazione comunale con libere mani sulla città.

A ciò si aggiunge il “tradimento dei chierici”, ovvero accademici, tecnocrati, archi-star e simili che hanno svilito la stessa scienza urbanistica, ridotta a una funzione ancillare rispetto ai poteri finanziari e immobiliari dominanti.

Purtroppo giova rievocare altri tempi: con l’occasione vorrei citare un caso esemplare. Il 27 febbraio l’INU ha conferito il premio alla carriera all’architetto novantacinquenne Alberto Secchi, che ricordo battagliero consigliere comunale di opposizione a Monza negli anni ’60-70 e insieme impegnato attivista nella lotta del PCI contro lo sfrenato boom cementizio a licenza edilizia semplice, operato dalla Dc che ancora deteneva la maggioranza assoluta.

Pertanto un impegno volontario e disinteressato in favore di una politica urbanistica corretta e socialmente orientata, come è stato per una generazione di architetti e urbanisti che, sulla scia di Piero Bottoni, furono organici alla sinistra prima della degenerazione craxiana e migliorista degli anni ’80. Protagonisti di una battaglia politica e culturale irripetibile, che ha trovato tra gli ultimi esponenti i compianti Beppe Boatti e Felice Besostri, entrambi infine emarginati dai rispettivi partiti.

Da ultimo, nell’appassionata replica alla manifestazione INU Alberto Secchi sostiene “una conoscenza capace di imporre alla politica la propria autorità, l’obbligo di sapere per decidere”.

Valentino Ballabio

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