FESTIVAL DI SANREMO, ANATOMIA DELLA VITTORIA DI SAL DA VINCI

I sentimenti del Paese

Sanremo resta un rito civile prima ancora che televisivo. Ogni inverno si rinnova quella sospensione collettiva che trasforma una gara canora in un termometro sentimentale del Paese. L’edizione 2026 si è chiusa con un esito che ha il sapore delle scelte meditate: la vittoria di Sal Da Vinci, interprete di un brano che riporta al centro la melodia, la parola scandita, seppur con richiami dialettali, e il gesto teatrale.

Dentro il Teatro Ariston si è consumata una settimana che ha offerto il consueto campionario italiano, tra sperimentazioni urbane, estetiche digitali, autobiografie in forma di flusso, ironie generazionali. In questo mosaico sonoro la canzone Per sempre sì ha scelto una traiettoria lineare, direi classica. Archi distesi, crescendo misurato, un testo trionfale che parla d’amore come impegno pronunciato ad alta voce in modo gonfio di speranze, positività, in contrasto con le ultime tendenze pessimiste e distruttive.

La cifra stilistica di Sal Da Vinci appartiene a una tradizione che conosce il palcoscenico prima dello streaming. Figlio della scuola napoletana, cresciuto tra musical e tournée, l’artista porta con sé un’idea meridionale di spettacolo. Ogni sera ha limato un dettaglio, calibrato l’entrata, abitato la scena con la consapevolezza di chi sa che effetto fa la televisione sulle movenze e sulle espressioni facciali. La sua interpretazione ha restituito centralità all’orchestra, al furbo gesto della mano che accompagna la frase, alla pausa strategica.

La vittoria assume un valore culturale, e insieme pone un interrogativo. In un sistema musicale frammentato, attraversato da linguaggi rapidi e identità mobili, il pubblico ha premiato una proposta che rivendica la durata. Il voto combinato delle giurie e del televoto ha disegnato una convergenza significativa: generazioni differenti hanno trovato un punto d’incontro in una ballata sentimentale, probabilmente per motivi diversi. 

Quelli cresciuti con Nino D’Angelo e affini per nostalgia, le nuove generazioni per l’insopportabile fattore meme. Resta la sensazione che, sotto la patina orchestrale, si tratti pur sempre di una canzone di spessore filiforme. Ben costruita, efficace, calibrata al millimetro, capace di intercettare un bisogno diffuso ma una canzone dal significato tenue che sceglie la sicurezza del già noto, che accarezza l’orecchio, che evita qualsiasi attrito armonico o lessicale mascherata, tuttavia, da grande componimento orchestrale. Operazione alla Ricchi e Poveri.

Non c’è scandalo in questo, se si osserva con lucidità il contesto. Il Festival si conferma spazio di sintesi, luogo in cui l’Italia si osserva allo specchio per cinque sere consecutive. Non è laboratorio d’avanguardia, non è officina di scritture ardite. È una macchina narrativa che ha bisogno di riconoscibilità. La vittoria di un brano privo di asperità racconta anche un pubblico che cerca conforto e riso più che stimolo.

L’edizione 2026 ha inoltre rilanciato, come di consuetudine, una riflessione sul ruolo del servizio pubblico. La macchina produttiva della RAI ha orchestrato uno spettacolo che tiene insieme intrattenimento e memoria. Sanremo rimane uno dei pochi momenti in cui la televisione generalista costruisce un discorso nazionale condiviso, capace di oltrepassare le nicchie algoritmiche. In questa cornice, la scelta di una canzone melodica come vincitrice appare come un segnale di continuità più che di rottura.

Sal Da Vinci ha intercettato un’esigenza emotiva diffusa con un brano che parla di fedeltà e permanenza. Temi che oggi suonano rassicuranti. La sua interpretazione ha offerto un’immagine di solidità, quasi un presidio sentimentale. In platea si avvertiva quella partecipazione silenziosa che precede l’applauso pieno, quando il pubblico percepisce di assistere a qualcosa che bisogna gradire per forza.

Si può discutere sulla qualità compositiva, sulla prevedibilità delle soluzioni armoniche, sulla facilità del ritornello. Si può osservare che la complessità musicale abiti altrove, in circuiti meno esposti, in festival minori, in sale da concerto lontane dalle telecamere. Tutto legittimo. Ogni anno, puntuale, si riapre il coro dei delusi, dei custodi dell’ortodossia, di chi invoca la purezza tradita e la sperimentazione ignorata.

Confesso che queste lamentele rituali mi infastidiscono più della vittoria di una canzone fatta apposta per vincere. Il Festival di Sanremo resta un grande spettacolo popolare, una forma di intrattenimento musicale che mescola industria, costume e memoria collettiva. Pretendere che diventi il tempio della musica complessa significa fraintenderne la natura. Sanremo offre ciò che promette: cinque sere di canzoni, discussioni, emozioni – per quanto modeste… – condivise. Dentro questo perimetro, la vittoria di Sal Da Vinci trova la propria coerenza. Fuori, esiste un mondo vasto e articolato che continua a produrre ricerca, sperimentazione, profondità. Le due dimensioni possono convivere, senza drammi e senza scomuniche stagionali.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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