MIRACOLOAMILANO E OLIMPIADI

Chi commenta cosa

La rassegna stampa SEA, curata da Cecilia Negro, il 23 febbraio è preziosa testimonianza dell’eredità che si può trarre dalle Olimpiadi invernali Milano-Cortina.

Su Il Messaggero, nell’editoriale del 23 febbraio Paolo Balduzzi coglie lo spirito di squadra dei maratoneti italiani nella condivisione dello spirito olimpionico, senza distinzione tra vincitori e non, primatisti e non, partecipanti e non, mossi da una stessa passione sportiva e uno stesso spirito olimpionico. Quasi uno statuto di cittadinanza globale, una dimostrazione dello spirito che servirebbe a tutto il Paese, commenta Balduzzi. E al mondo, come pensava il fondatore dei giochi olimpici, Pierre De Coubertin.

Ma il contesto problematico si riflette sulle Olimpiadi, scrive su Il Secolo XIX Alberto De Sanctis annotando l’ammissione alle Paralimpiadi di atleti russi e la concomitante esclusione dell’atleta ucraino che sul casco recava i volti degli atleti ucraini uccisi. Le Olimpiadi non sono uno spazio neutrale, anche se i boicottaggi del 1980 a Mosca e 1984 a Los Angeles ebbero successo. In questi casi furono tuttavia i governi a decidere, mentre nel caso di Milano-Cortina e nel precedente di Città del Messico del 1968 i gesti spontanei, «dovuti ad una adesione che nasce dal basso, dal cuore di ogni atleta», confermano che ai singoli non è permesso dissentire. Proprio qui sta il problema.

In un utile pro-memoria su Avvenire (“Lo spettacolo della pace sul palco dell’arena”), Marco Berruto ricorda il fondatore dell’Action française e fiero oppositore dell’internazionalismo, Charles Maurras che, dopo la prima edizione a Atene dei giochi olimpici nel 1896, scrisse: «Ben lontano da spegnere le passioni patriottiche, tutto questo falso cosmopolitismo non fa altro che esasperarle». «La guerra non è morta». Come vediamo. Ma c’è speranza. Nell’ultima giornata di gala, Milano Cortina ha visto affrontarsi, nella finale del torneo di hockey su ghiaccio, USA e Canada in un momento complicato dei rapporti fra i due paesi. Ma nell’Arena Santa Giulia «stracolma di tifosi canadesi, con una robusta presenza di fan a stelle e strisce, nonostante una partita tiratissima e decisa all’overtime, il clima è stato gioioso, senza la minima percezione di tensione tra le tifoserie».

Milano Cortina conferma il valore dell’ammonimento rivolto da Jacques Le Goff agli storici – e a noi tutti – che «non devono confondere, come troppo spesso hanno fatto, l’idea di globalizzazione con quella di uniformazione. Nel primo processo vi sono due tappe: la prima consiste nella comunicazione, nella creazione di rapporti fra regioni e civiltà che precedentemente si ignoravano; la seconda è un fenomeno di assorbimento, di fusione. Fino ad oggi l’umanità ha conosciuto soltanto la prima di queste due tappe» [Il tempo continuo della storia, Laterza 2014, p. 136]. C’è molto lavoro da fare.

A merito suo, dei genitori e degli educatori (e di Milano e delle Olimpiadi), ha mostrato di esserne consapevole il dodicenne che, all’ingresso dell’arena Santa Giulia, si è presentato con la bandiera dell’Unione Europea per assistere al match dedicato alle scolaresche, la semifinale dell’hockey femminile Svezia-USA. Ma il regolamento ammette solo le bandiere nazionali degli olimpionici, e l’UE va ben oltre, unione di e tra nazioni nata dopo che due generazioni europee, e a seguire mondiali, si sono combattute con ogni mezzo, inclusi sterminio e bomba atomica. Siamo ancora nella prima tappa, la globalizzazione, e solo l’UE – fra molti potenti avversari tuttora imperialisti – sta faticosamente lavorando alla fusione non nucleare di popoli e culture.

Lo conferma con straordinario tempismo, immediatamente dopo le olimpiadi, l’attacco statunitense e israeliano all’Iran. Charles Maurras non sbagliava compiacendosi, ai giochi olimpici di Atene nel 1896, che la guerra non era morta. Non lo è, ma oggi è più europea, anche se sull’UE puntano il loro sguardo, e i loro artigli, i predatori sia da occidente che da oriente, convinti che (il loro) dio lo vuole, come un tempo i nazionalisti europei che si massacravano a vicenda.

A tenere aperta la porta sul futuro è Giacomo Valtolina [«Bandiera Ue vietata, le scuse e l’invito a Roma», Corriere della Sera, 19/2/26, p. 40]. Un solerte guardiano ha buttato in un cestino la bandiera UE portata da un alunno delle scuole elementari e medie Diaz e Beltrami, sorteggiato fra i 70 per assistere alle olimpiadi. Solo per l’intervento di un’addetta più ragionevole, e informata, il bambino ha potuto almeno riavere la sua (nostra) bandiera UE, peraltro con il diktat di rimetterla nello zaino e non esibirla per alcun motivo. Siamo ancora nel mezzo del cammin di nostra vita e la selva è ancora oscura, ma sappiamo che è una selva. Giustamente osserva Valtolina che «resta la morale di questa storia: ci voleva la delusione di un bambino per ricordare che l’Europa, prima che nei trattati, vive negli zaini di chi sta imparando a diventarne cittadino. E che anche se la nascondi, può sempre volare sopra i tornelli». Questo bambino – con i suoi compagni educati da insegnanti e genitori che sanno il fatto loro, e nostro – è il futuro, non solo europeo.

Giuseppe Gario

Share

NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra newsletter
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x