COSA RESTA DELLE OLIMPIADI 

Dalle Paralimpiadi un segno di autenticità e connessione con la città?

Di Milano Cortina 2026 non si può che dire bene, pare organizzazione perfetta, audience planetaria, passione popolare, record di medaglie, una volta di più il mondo riconosce l’eccellenza di Milano sulla scena dei grandi eventi globali. Milan l’è un gran Milan, e poi ha inventato anche l’Olimpiade diffusa …

Il grande successo sembra togliere spazio e legittimità alle posizioni più riflessive e critiche, non diciamo a quelle dei soi disant “antagonisti”, tanto privi di intelligenza da riesumare lo spettro degli attentati alle ferrovie. Gode Salvini, mentre oscuri e dilettanteschi personaggi manomettono, grande sapienza politica, le centraline ad Abbadia Lariana, lungo la ferrovia che, più che portare i turisti verso Bormio, li martirizza in una successione senza fine di incidenti, trasbordi e ritardi. Per alimentare il dissenso, bastava lasciar fare al genio lùmbard….

In realtà, la “perfezione” di questi nostri ultimi Giochi Invernali pare davvero apprezzabile solo a patto di condividerne il quadro di riferimento, quella visione che elegge il format del grande evento, non importa se sportivo, modaiolo o culturale, come macchina per riprodurre ed accrescere la generazione di “valore” per un business sempre più ampio e divorante.

Naturalmente, la materia prima non può mancare, e quindi viva la competizione sportiva, viva i grandi atleti e le grandi atlete, e viva perfino quel poco che resta dello spirito olimpico, sempre meno riconoscibile nella sua cifra più pura ed essenziale, che baracconata la cerimonia finale quando un tempo atleti e bandiere si mischiavano nella gioia della fratellanza, ed ora invece trasmutato nel vortice insulso del marketing globale. La performance sportiva mantiene a fatica il suo carattere originario, sempre più retrocesso ad ingrediente del business mediatico.

Beppe Sala, neppure ingiustamente dal suo punto di vista, canta vittoria ed invita a riconoscere e condividere il mantra che da tempo lo ispira e sta alla base del cosiddetto modello Milano: occupare sempre e costantemente con eventi e week la grande scena mediatica per attrarre folle sempre più ampie di investitori e visitatori famelici del più che lubrificato mix di luxury immobiliare e bel vivere milanese. Un “modello” che ormai però sembra consumare le risorse della città, i suoi abitanti, ed infine sé stesso ed i suoi attori.

La città, nelle sue componenti materiali ed immateriali, non è una risorsa infinita e ci si dovrebbe chiedere infine, avvicinandosi il tempo di un rigoroso bilancio finale dei Giochi, se l’afflusso di altre migliaia di turisti e visitatori possa davvero essere fonte di ricchezza piuttosto che di criticità, se lo “sviluppo” parossistico che promuove non contribuisca a distorcere il profilo di un luogo, Milano, che, certo è sempre stato accogliente, ma ben dentro la sua identità di innovazione imprenditoriale, e se il changement delle sue elitès non sia portatore di un processo  di sostituzione sociale che trasforma e rende illeggibili il carattere urbano che ne forma lo specifico attrattivo, depauperandone la fisionomia culturale ed imprenditoriale.

Per molti, a dire il vero, la questione neppure si pone: per il Sindaco e per molti vicini a lui, questo è il tempo che viviamo e questa è la battaglia che dobbiamo combattere. Non vi è, non vi sarebbe alternativa reale. Lo sviluppo, questo attuale concreto processo di sviluppo, sarebbe l’unico effettivamente percorribile sul terreno di una competizione globale sempre più serrata, sempre meno vicina ai bisogni social e sempre più intrecciata a quelle dei ceti dominanti e conniventi lungo l’intera filiera della creazione di valore immobiliare e del lusso: immobiliaristi, finanza, grandi marchi globali, fin giù alla più piccola impresa edile e ristoratore locale.

Gonfi del successo olimpico, si mettono da parte prudenze e dubbi e si riparte con un deciso attacco alla magistratura che ha messo in discussione il contesto di favore politico amministrativo a quel “modello”: è di questi giorni la riaffermazione ostentata della correttezza dell’azione del Comune di Milano nella vicenda urbanistica, di cui si rivendica oggi anche per allora la piena corrispondenza ai migliori criteri non solo di legittimità formale ma di sostanziale tutela dell’interesse pubblico, fino a dire, senza parvenza di vergogna, che si aderisce obtorto collo agli standard interpretativi dettati dalla magistratura milanese, solo per calcolo e non per convinzione.

Il Partito Democratico, come spesso capita, tace e parla d’altro, ma seppure una qualche prudenza è d’obbligo, una qualche forma di riflessione critica sull’evento olimpico, sulla sua gestione, sulle sue ricadute dovrebbe formare almeno parte del campo della sua azione. Se la sostenibilità territoriale ed ambientale dei sistemi produttivi e di scambio ha ancora una ragion d’essere, e deve averla, come ignorare la crescente criticità che mina alla base il “turismo” dello sci?

Certo vedere Brignone e Franzoni tracciare linee velocissime ed esatte lungo le discese è fonte di bellezza estetica e tutti ne godiamo, ma basta questo a dimenticare la drammatica crisi ambientale che il cambiamento climatico sta determinando con inverni sempre più caldi e sempre meno neve? Come allora le Maria Antoniette offrivano brioches invece che pane, oggi i signori dello sci offrono “neve finta” piuttosto che ripensare il modello turistico fin qui dominante.  E poi come vedere che Milano non dispone di un contesto sociale ed imprenditoriale adeguato a raccogliere sul terreno degli sport invernali la legacy olimpica e che di conseguenza la grande visibilità mediatica dei Giochi resterà risorsa della già tracimante offerta immobiliare, senza alimentare nuove sfere di attività imprenditoriale.

I Giochi Olimpici sono terminati, ma le Paralimpiadi devono ancora cominciare. Si osserva però come un tono minore, per una certa stanchezza generale e per le criticità diplomatiche legate ai rapporti del CIO con la Federazione Russa. La cena di gala con Mattarella è già derubricata ad aperitivo e sarebbe un gran peccato se l’evento paralimpico cadesse in un cono d’ombra, come se l’inclusione che persegue non fosse sostenuta con convinzione dalle istituzioni e società, locali e globali.

Paradossalmente, e proprio per le questioni di cui si parlava sopra, le gare a cui parteciperanno gli sportivi con disabilità, sensoriale e motoria, potrebbero formare invece punto di contraddizione con le forzature di Milano Cortina 2026, restituendo, come dire, un senso di maggiore verità e di testimonianza allo spirito olimpico. In una Milano leader del Terzo Settore e ricchissima di associazioni sensibili al tema della disabilità, le Paralimpiadi potrebbero dare un grande impulso allo sviluppo di una ancora più ampia cultura dell’inclusione sociale, in questo caso sì, offrendo la maggior visibilità mediatica in una preziosa risorsa per lo sviluppo del tessuto associativo, imprenditoriale e sociale, della solidarietà.

Vedremo, ce lo auguriamo.

Giuseppe Ucciero

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