L’ASSASSINIO DI OLOF PALME. QUANTI ALTRI ASSASSINII POLITICI DA ALLORA?

Tra poteri deviati e poteri forti. Come sempre

Quarant’anni sono passati dalla sera del 28 febbraio 1986 quando, in pieno centro a Stoccolma, venne ucciso il primo ministro svedese Olof Palme. Quarant’anni dopo, in un’Europa dove le relazioni internazionali coincidono con i programmi di riarmo decisi dalla Nato, Palme rimane l’ultima figura di autorevole leader politico in grado di pensare, praticare e perseguire un modello europeo di coesistenza pacifica, equidistante e indipendente dagli USA e dalla Russia, fondato sul sostegno all’autonomia dei Paesi emergenti e sull’ONU come luogo di confronto e azione politica; un modello nel quale il sistema svedese di welfare e tutela dei diritti diventava un riferimento per promuovere nel mondo una più equa distribuzione della ricchezza e dello sviluppo. 

Tutto ciò mentre le nascenti politiche neoliberiste miravano a costruire il nuovo ordine mondiale, sostituendo progressivamente la politica con l’economia, subordinando Stati e istituzioni rappresentative alle scelte di FMI, Banca mondiale e fondi di investimento, facendo del riarmo e della guerra (dall’Iraq alla Bosnia, da Kiev a Gaza) lo strumento cardine delle relazioni di potere, generando nuove povertà e nuove forme di controllo su scala planetaria.

Sul piano giudiziario, come per J.F. Kennedy, l’omicidio Palme rimane formalmente un caso irrisolto: nessuna condanna, nessun colpevole; improbabili killer solitari indagati e puntualmente deceduti prima dell’avvio del procedimento giudiziario.

Nessun colpevole, dunque. Formalmente. Nella realtà, una serie di atti recentemente desecretati documentano quanto è avvenuto la sera del 28 febbraio 1986 a Stoccolma, dando un senso a quello strano telegramma ricevuto il 25 febbraio 1986 da Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush senior: “Tell our friend the Swedish palm will be felled”, informa i nostri amici che la palma svedese verrà abbattuta. La firma è di un italiano, Licio Gelli.

Facciamo un passo indietro.

Febbraio 1986: l’Onu ha affidato a Olof Palme il delicato incarico di arbitrato internazionale fra Iraq e Iran, in guerra da sei anni. Una guerra sanguinosa, sporca, un crocevia di traffico d’armi e operazioni coperte: l’Iran sta ricevendo segretamente forniture di armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico/militare Usa; i proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. 

Ma c’è qualcosa di più grave che sta emergendo, di più spaventoso, che Palme sta scoprendo: la rete che fornisce armi all’Iran agisce attraverso strutture operative ramificate all’interno di diversi Paesi dell’Europa Occidentale, ed opera al di fuori delle istituzioni. Anche nella civilissima Svezia. La mattina del 28 febbraio, Palme riceve l’ambasciatore iracheno nel suo ufficio a Rosenbad. La stessa sera decide di recarsi, senza scorta, al cinema Grand insieme alla moglie Lisbet per vedere Broderna Mozart, “I Fratelli Mozart” della regista svedese Suzanne Osten. Ad attenderli davanti al cinema, il figlio Marten e la fidanzata. Quella sera, tornando a casa senza scorta, viene ucciso per strada con due colpi di pistola alla schiena.

Per l’omicidio Palme viene inizialmente condannato in primo grado nel 1988 un pregiudicato, Christer Patterson, prosciolto poi in appello del 1989 per mancanza di prove. Dopo di lui è il turno di Stig Engström, un dipendente della società assicurativa Skandia, presente sulla scena dell’omicidio. Viene indagato, si suicida nel 2000. Il 15 settembre 2004 il precedente indagato, Christer Patterson, contatta il figlio di Olof Palme, Marten: vuole incontrarlo, ha cose importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo, prima dell’incontro, Patterson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital con gravi ematomi alla testa. Muore il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza.

Giugno 2020: il pubblico ministero di Stoccolma Krister Petersson dichiara chiuse le indagini e risolto il caso: Stig Engström (l’uomo suicidatosi vent’anni prima) è l’assassino, annuncia con enfasi. “È un momento importante per l’intero Paese”, commenta il premier svedese Stefan Lofven. Ma non è così.

18 dicembre 2025: il procuratore capo di Stoccolma, Lennart Guné, convoca una conferenza stampa per smentire formalmente le conclusioni della precedente inchiesta: Sting Engstrom non è l’assassino di Olof Palme. Le indagini non vengono riaperte, tuttavia la smentita da parte dei vertici della procura ha l’effetto di un uragano (ignorato non a caso dai media europei, e ora capiremo perché).

Cosa è cambiato in cinque anni? Quali nuovi elementi sono emersi? Cosa è successo di nuovo per costringere il procuratore capo a smentire l’esito dell’inchiesta conclusa nel 2020?

È successo che nel 2020, subito dopo la chiusura delle indagini, vengono desecretati alcuni atti di indagine rimasti a dormire in archivio per decenni. Fra le carte spunta un memorandum consegnato il 25 marzo 1988, due anni dopo l’omicidio Palme, da Tore Forsberg – a quel tempo capo del controspionaggio svedese – e da lui firmato insieme a due agenti, Rose S. e Lars-Erik. Dal documento emerge una verità sconvolgente: il 28 febbraio 1986, la notte in cui Palme viene ucciso in pieno centro a Stoccolma, era in corso una non meglio identificata “operazione” nel centro della capitale svedese da pate di alcune unità dei servizi segreti; “operazione” della quale nessuna autorità locale e nazionale era stata messa a conoscenza, né prima né dopo l’omicidio del primo ministro. Curioso il nome in codice di questa operazione segreta: Così fan tutte”, titolo di un’opera lirica in due atti di Mozart; curiosa anche la coincidenza: quella sera Palme era andato al cinema per vedere proprio un film su Mozart.

Ma per quale motivo alcune squadre dei servizi di controspionaggio si trovavano nel centro di Stoccolma la sera del 28 febbraio 1986? Per quale tipo di operazione? Con quali finalità? Tore Forsberg non può fornire alcuna risposta, essendo deceduto nel 2008; prima di lasciare l’incarico aveva definito il proprio lavoro “una necessità illegale con cui tutti gli stati hanno a che fare”. 

Allora leggiamo altre carte desecretate, incrociando dati e nomi. Scopriamo che era presente una speciale unità dei servizi, denominata “Barbro”, facente parte della rete svedese Stay Behind. Scopriamo numerose testimonianze ignorate di cittadini che notano quella sera diverse persone in borghese in pieno centro mentre comunicano con ricetrasmettitori portatili: a Barnhusgatan, a Kammakargatan poco distante dal cinema Grand dove si trovano i coniugi Palme e dal viale Sveavagen; due cittadini che parcheggiano l’auto a Tunnelgatan, la via di fuga dell’assassino di Palme, notano due uomini fermi accanto alla scalinata, uno dei quali comunica con un walkie-talkie. Tutto questo è riportato nei verbali delle testimonianze raccolte. Tutto ignorato fino al 2020.

28 febbraio 1986, ore 23.15: fuori dal cinema Grand, i coniugi Palme si incamminano lungo Sveavagen, il grande viale nel cuore di Stoccolma, diretti a casa. Il primo ministro ha in programma a breve un viaggio a Mosca per incontrare Gorbaciov e condividere alcuni obiettivi del “Rapporto Palme” in materia disarmo e sicurezza comune; ma prima vuole denunciare pubblicamente quella rete che agisce al di fuori delle istituzioni, incrociata nel corso della sua missione diplomatica sul conflitto Iraq-Iran. 

La coppia prosegue avvicinandosi alle vetrine del colorificio Dekorima situato lungo Sveavagen all’angolo con Tunnelgatan, stradina pedonale al termine del quale una lunga scalinata conduce a Luntmakargatan, nella parte superiore della città: itinerario ideale per dileguarsi senza rischi. Sono le 23.21: Olof e Lisbet Palme superano il negozio Dekorima; un’ombra nel buio si avvicina alla coppia, estrae una Smith & Wesson 357 Magnum e spara due colpi alla schiena del primo ministro, che crolla in una pozza di sangue. Lisbet urla e chiede aiuto, l’ombra si dilegua per sempre correndo verso Tunnelgatan.

La palma svedese è stata abbattuta. 

Enrico Fedrighini

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