IN POLITICA PREVALE IL PREPOTENTE?
A troppi tra quelli che vanno a votare piace il “modello Trump”
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è notevolmente trasformato. Posso dire che è peggiorato? Lo dico. Paradossalmente, le tecnologie digitali hanno democratizzato l’accesso all’arena pubblica. Non va bene? No. Lo so che può apparire un controsenso, ma in realtà la qualità del discorso democratico è peggiorata. L’ampliamento dello spazio comunicativo non ha arricchito di nuove opportunità il confronto. È degenerato.
Si ricerca spasmodicamente quella visibilità immediata, molto ambita, a discapito della qualità dei contenuti. La qualità dei contenuti diventa secondaria e persino può scomparire di fronte a chi usa tecniche di distrazione. Si cerca la demonizzazione di bersagli politici, suscitando reazioni istintive che devono “accarezzare la pancia”. Occorre catturare l’attenzione e sono le emozioni intense quelle che ottengono meglio lo scopo. Non il ragionamento. La competenza e l’argomentazione sensata erano un tempo l’architrave del discorso pubblico. Oggi lo sono sempre meno. Oggi l’attenzione la catturi se usi toni agguerriti, se nelle contrapposizioni utilizzi linguaggi d’odio o forme varie di inciviltà.
Le piattaforme digitali, con i vari algoritmi ad esse collegate, premiano tutto ciò che suscita emozioni forti, coinvolgenti. I sentimenti più gettonati sono l’aggressività, l’indignazione e tutto ciò che può destare allarme. È garantito il successo. Le analisi più approfondite, che sono quelle che dovrebbero contribuire a formare nel cittadino un’opinione, sono in disuso. In un contesto sempre più polarizzato, vincono le emozioni e le appartenenze. Vince la logica fideistica che è tipica del tifoso.
Nel prossimo capitolo, che vi propongo, mi soffermerò proprio su questo. La politica italiana, che è oggi come la “curva nord”. Scompare il senso critico, che dovrebbe essere alla base di chiunque aspiri ad avere un pensiero libero. E diventi un tifoso. La competizione politica è diventata il luogo dello scontro e del risentimento. La dialettica delle idee interessa sempre meno. Una volta, si sceglieva il partito da votare in base al programma politico. Oggi conta l’emotività e cosa suggerisce la pancia. Accendi la televisione, sfogli i social media e ti accorgi, che la volgarità e la rozzezza espressiva sono ormai una normalità.
Ciò che mi preoccupa è che per molti sono un segno distintivo in cui riconoscersi. Sinonimo di autenticità e quindi verità. La complessità del ragionamento è invece considerato un artificio da élite. Quella intellighenzia che cerca di fregarti. Ma no… Il linguaggio trasgressivo, l’insulto calcolato, la violazione costante del rispetto reciproco, funzionano come un segno distintivo. La gentilezza, la cortesia, il ribadire quanto sia importante il rispetto, fa parte del linguaggio dell’establishment.
Io trasecolo. In questo scenario, l’inciviltà diventa un denominatore comune per riconoscersi. Sto parlando di un certo tipo di elettorato. Quello che interpreta la brutalità verbale, come prova di vicinanza e consonanza emotiva. Fate scorrere la memoria e capirete. Quel leader, che insulta e si esprime con un’aggressività che sceglie di voler mettere in campo, li rappresenta e va sostenuto. Attenzione. Non stiamo parlando di una semplice teatralizzazione della politica. In Italia, le conseguenze stanno emergendo.
Trump è l’alfiere di questa pericolosissima deriva. Sono molti i leader della destra europea che copiano e l’Italia sta arrivando. Trump non ha deciso che chi è “Antifa” è un terrorista? Subito Orban lo ha seguito in Ungheria. E in Olanda ormai ci siamo. In Ungheria, i neonazisti sfilano con le divise delle SS e le bandiere con le svastiche, protetti dalla polizia. Chi conosce, trema. L’Italia, sta cercando di stare al passo con i Salvini, i Vannacci, Casa Pound e qualcuno di Fratelli d’Italia. Con la remigrazione.
È sfacciato l’attacco ai valori della nostra Costituzione antifascista. Difendiamola con i denti. Altrimenti il pericolo aumenterà. Un risultato negativo sarà, che si perde la capacità di riconoscere chi la pensa diversamente, come un interlocutore legittimo. Poi, quando si radicalizza il conflitto “senza più regole d’ingaggio”, una società frammentata diventa difficilmente governabile. Può accadere, quando il dissenso si trasforma in odio. Il passaggio successivo è la sopraffazione. Finisce la democrazia.
OGGI LA POLITICA FUNZIONA COME UNA CURVA ULTRÀ?
Ricordo bene quel 14 novembre 2025, quando tutte le televisioni nazionali immortalarono i salti della Meloni e di Tajani. Blob. Durante la campagna elettorale per le regionali campane, al Palapartenope. “Chi non salta comunista è, chi non salta…”. Mancavano solo il megafono e le sciarpe al collo. Chiunque, chiudendo gli occhi, avrebbe detto che ci si trovava in uno stadio. La scena, più che il finale di un comizio elettorale, sembrava un inno tra tifosi, durante il derby di una partita di calcio. Sostenere che oggi la politica funziona come una curva ultrà, può apparire esagerato, ma i fatti e le analisi confermano la tesi.
I leader non parlano agli elettori. Preferiscono arringare i tifosi, che si sa, non discutono, non analizzano, non dubitano. È così. Il tifoso esprime emozione pura e senza risparmiarsi in adrenalina, ribadisce in ogni luogo la propria appartenenza tribale. Da molto tempo ormai, ci si è abituati a schierarsi in politica, come succede nel calcio o in altri sport di squadra. È deleterio. Un tempo, quando dominavano le ideologie, la divisione e la diffidenza da chi non la pensava come te aveva origini nobili. Identificarsi in un partito, significava aver trovato una seconda famiglia. Culture politiche radicate e persino comuni stili di vita.
Ci si identificava in un “NOI” che si traduceva in relazioni, fiducia reciproca e una condivisione di ideali che dava gioia e forza. A chi stava dall’altra parte, perché apparteneva ad un partito avversario, si offriva scarsa simpatia e vi era molta diffidenza. Oggi, la dinamica “NOI contro LORO” continua ad esistere, ma si esprime in modo diverso. Non più idee, bensì emozioni. Non più ideologie, ma simpatia, empatia, una fascinazione dirompente e persino un difficilmente spiegabile amore politico. Adesso, questi gruppi di persone si sentono unite non da un pensare comune, bensì dalle forti emozioni che provano.
Prima si ascolta la pancia e solo successivamente si connette il cervello. Non voglio declassare, parlano le esperienze. Il leader non è più un rappresentante politico, ma è una celebrità. Ha i suoi fan, i suoi meme, ma anche i suoi odiatori. Ogni leader ha la sua curva personale. Ogni uscita pubblica genera reazioni da tifosi. Sono applausi, fischi, cori da stadio. Possibile, che si stia paragonando la politica alle dinamiche da stadio? Sono esterrefatto, incredulo, persino indignato. Non può essere, che qualsiasi forma di pensiero critico venga annichilito dal solo desiderio di acclamare ed esaltare il capo. Naturalmente, dove c’è il tifo c’è anche la contrapposizione, che si esprime nelle stesse identiche forme. Una strana roulette. Amore e odio, fiducia e disgusto, entusiasmo e rabbia.
Sono questi i sentimenti, che poi i social amplificano a dismisura. Non esiste più un’opinione pubblica, dedita a privilegiare il confronto. Dove dovrebbero vincere le migliori argomentazioni. Al contrario, vincono le emozioni, che sono impermeabili ai fatti. Ognuno coltiva la sua “verità personale”. Tutto più semplice. Il tifoso della politica vede solo quello che gli fa più comodo vedere. Viaggia con i paraocchi, perché gli servono certezze. “il tuo leader ha sbagliato?” “No, impossibile. Il mio leader non sbaglia. Nella peggiore delle ipotesi è stato mal interpretato”. Nel calcio, la colpa è sempre dell’arbitro. In politica la colpa è dei giornalisti, dei poteri forti o addirittura esiste un complotto. Il tifoso della politica ignora il fallo fatto dalla sua squadra, anche se plateale. La squadra va difesa sempre e comunque.
Il leader politico ha un bisogno vitale dei suoi tifosi. La loro è una fede che finché dura, impone una fedeltà pura, acritica. I tifosi si identificano così tanto, che utilizzano oltre misura anche 24 ore su 24 i social, con atteggiamento persino maniacale. Lo fanno per amplificare la visibilità del loro capo. E ne difendono l’onore, come se fosse un parente stretto. Sfogliate i social.
CONCLUDO
Ho scritto questo articolo con la morte nel cuore. Per chi crede nel valore profondo della politica, questi fatti sono devastanti. Francamente non so da dove si possa ricominciare, per ridare dignità e il giusto ruolo che merita la politica nel nostro Paese. Probabilmente, il tornare ad un sistema elettorale proporzionale, consentirebbe di avere una diversa rappresentanza. Purtroppo, l’informazione non consente un pari trattamento. Se non sei rappresentato in Parlamento non hai voce e scompari Oggi, in media un italiano su due non va a votare. Certamente costoro non sono tifosi della politica e questo può già rallegrare. Ma fin quando ci si astiene, seppur consapevoli, continueranno a vincere loro, che un campo lo hanno scelto. Mannaggia. Quando tornerete in campo?
Danilo Tosarelli

Israele e Trump sono dei mostri assassini che si sono posti fuori dalla civiltà. E il PD che dice? Non pervenuto
Bravo invece Sanchez, qualcosa si può ancora sperare…