VIP E OLIMPIADI
L’effetto “gradisca”
Potremmo chiamarlo “effetto gradisca”. Parliamo di quell’atteggiamento che sta in una ipotetica terra di mezzo in cui si incontrano il rispetto dovuto a una personalità, specie se straniera, una certa propensione al servilismo che spesso affiora nel comportamento di molti italiani, la voglia di fare bella figura con l’ospite, che sia la vecchia zia in visita la domenica pomeriggio o il capo di un Paese estero, e quella di dimostrare (anche alla zia, ma in contesti decisamente diversi) che non scherziamo affatto in tema di sicurezza.
A noi i men in black che imperversano nei film d’azione americani non hanno niente da insegnare, con i loro microfoni sempre accesi, gli occhiali scuri anche quando è buio e la mano pronta a raggiungere la pistola ogniqualvolta esista anche solo il sentore di un possibile allarme. E allora gradisca signor presidente straniero, gradisca signor premier. Accomodatevi pure, è tutto sotto controllo. Potete stare tranquilli, perché abbiamo fatto come concordato, creando il vuoto attorno a voi.
Naturalmente, più viene ritenuta importante la personalità straniera in visita e maggiore è il dispiegamento di personale addetto alla sicurezza. Un atteggiamento che non è riservato a tutti, per la verità. Ci sono alti rappresentanti di Paesi stranieri che arrivano discretamente, assistono alle manifestazioni per le quali sono qui in visita ufficiale senza chiedere particolari attenzioni, girano per le vie della città senza dare nell’occhio, addirittura si cimentano nella prova dell’accoppiata risotto-ossobuco in qualche ristorante senza che per questo debbano essere bloccati interi quartieri. Come, ad esempio, sta succedendo da giorni in questo periodo a Milano per le Olimpiadi invernali.
Certo, si dirà, la sicurezza è un tema molto sentito e delicato: se la si sottovaluta e – Dio non voglia – poi dovesse accadere qualcosa, si spalancherebbero le porte dell’inferno, girone degli inaffidabili, soliti italiani chiacchieroni, tra polemiche e accuse di incapacità. Una figuraccia planetaria. Ma, come è successo il giorno dell’inaugurazione di Milano-Cortina 2026, impedire anche ai pedoni l’accesso al centro città forse non corrisponde esattamente allo spirito di un appuntamento popolare come dovrebbe essere un’Olimpiade. L’obiezione a questo punto è facile: visto quello che è successo al Corvetto qualche giorno dopo, con i gruppi di antagonisti che hanno tirato molotov e sassi contro la polizia, oppure con gli attentati al sistema ferroviario rivendicati negli stessi giorni da gruppi anarco-insurrezionalisti contrari alla manifestazione a cinque cerchi, aver stretto le maglie dei controlli non è certo stata un’idea peregrina. E fin qui ci può stare.
Ma, se per consentire al vicepresidente americano di andare con la moglie in una griglieria di Buccinasco a gustarsi una costata si è dovuto mobilitare un numero di uomini armati che avrebbero potuto da soli rallentare l’avanzata delle forze russe in Ucraina, o se per consentire sempre al medesimo Vance di visitare il Cenacolo leonardesco è stata messa in campo una flotta di una cinquantina di automobili che ha reso di fatto inaccessibile tutta la zona intorno a Santa Maria delle Grazie, forse qualcosa è scappato di mano ai responsabili dell’organizzazione. Perché isolare intere zone della città, con problemi – è stato riferito – anche per i residenti, non è stata una scelta commendevole. Sicura forse, ma non bella. È come se si fosse voluto strafare, andando oltre i protocolli da rispettare, agli accordi con i governi stranieri e i relativi servizi. C’è insomma qualcosa in più di una semplice sensazione che spesso siamo noi stessi a voler far notare che andiamo anche oltre i compiti assegnati, che siamo in grado di fare anche più di ciò che prevedono le precauzioni concordate, anche oltre il buon senso.
Non che in passato le cose fossero diverse. Ad esempio, nell’ottobre 2014 al presidente russo Vladimir Putin in visita a Milano per un incontro con gli altri leader europei fu consentito di avere una scorta di uomini armati fino ai denti che precedevano e chiudevano la colonna di auto durante gli spostamenti, con armi di grosso calibro ben visibili che spuntavano dai portelloni posteriori lasciati spalancati, sotto gli occhi di passanti che non si sa se fossero più stupiti o più preoccupati. Altro che polemiche sul possibile arrivo a Milano di uomini dell’ICE armati al seguito del numero due statunitense.
Davvero, in questi casi fa spesso capolino la sensazione che vogliamo sempre fare più di ciò che ci viene chiesto, di far vedere che siamo bravi. Cosa che può andar bene a un bambino delle elementari, però a chi ha qualche anno di più alla fine rimane in bocca quel gusto indefinito che si provava in classe quando il vicino di banco sgomitava per mettersi in mostra con la maestra. Non una cosa gravissima. Ma poco gradevole, quello sì.
Ugo Savoia
