IL VOLTO UMANO DELLA REPUBBLICA

Riflettendo intanto sul raddoppio del mandato presidenziale

Il grazioso apologo di Paolo Sorrentino rappresenta, col viso espressivo di Toni Servillo, la metafora di un simil-Presidente incerto se promulgare finalmente la legge dello Stato sul fine-vita ovvero graziare i detenuti che, per pietà o disperazione, vi abbiano provveduto col fai-da-te.

La sottile provocazione del film LA GRAZIA, oltre che rianimare la purtroppo irrisolta vexata questio etico-civile, ha il merito di incuriosire il pubblico – al di fuori dalla retorica ufficiale e cerimoniale –  sulla figura umana e la vita quotidiana dell’inquilino del Quirinale (ogni riferimento alle persone e alle cose reali non è puramente casuale).

Quindi un arduo ma apprezzabile tentativo di riavvicinare una cittadinanza sfiduciata e astensionista alle istituzioni pubbliche, a cominciare dal suo principale rappresentante. Non a caso tra i titoli di testa del curioso film compaiono le dodici incombenze che la Costituzione gli affida: non solo “mastro firma” ma ruolo attivo nel quadro del bilanciamento dei poteri della Repubblica.

L’occasione consente qualche riflessione riguardo il prolungarsi dell’attuale secondo mandato presidenziale. È vero che i Costituenti non esclusero esplicitamente la possibilità di rielezione del Capo dello Stato, ma forse perché la ritennero pleonastica ed implicita, tenuto conto che la durata del mandato di un settennio risultava – e probabilmente risulta tuttora – la carica elettiva più lunga vigente nei sistemi democratici.

Non a caso provvidero ad assegnare “di diritto” al Presidente uscente il seggio senatoriale a vita proprio per evitargli, per la piena serenità nello svolgimento del mandato, la preoccupazione di possibili successive prove elettorali (sottinteso comprese quelle di un’eventuale rielezione).

Tanto è vero che tale evenienza non si è verificata, e probabilmente neppure immaginata, con nessuno dei nove presidenti in carica dal 1948 fino a quando il tabù fu infranto nel 2013 dal decimo, che tuttavia si dimise dopo un biennio. In realtà Giorgio Napolitano dovette fronteggiare l’imprevisto della bocciatura inaspettata del candidato presidente in pectore Romano Prodi, tradito nel segreto dell’urna dal fuoco amico.

Una situazione simile è ricapitata nel 2022 con Sergio Mattarella che, con il trasloco dal Quirinale in corso, ha convenuto di ripresentarsi a fronte dell’improvvisa defaillance del super-pronosticato Mario Draghi, vittima di un’opaca prova di governo. Circostanza suggellata per acclamazione dal pubblico (non certo proletario) alla prima della Scala con ovazione e “bis” a grande richiesta, innanzi che entrasse in scena lord Macbeth!

Quindi una causa di “forza maggiore” che tuttora si prolunga (anche per evitare il peggio!) tendenzialmente verso il secondo settennato. Ma siamo al caso imbarazzante che un’opportuna interpretazione non solo della lettera ma anche dello spirito della Costituzione competa in ultima istanza proprio al suo massimo garante!

Certamente è questa un’incrinatura secondaria tra le molteplici che tuttora affliggono la Repubblica. Ben più grave l’insidia alla fondamentale divisione dei poteri: prevaricazione dell’Esecutivo, invasione di campo verso il Legislativo (che ci mette del suo con la debolezza dell’opposizione), attacco sistematico contro il Giudiziario (da frenare possibilmente con un referendario NO!).

Tornando infine al film: curiosa, ed anche consolatoria, la figura dello pseudo-presidente immaginata da Sorrentino, volutamente lontana dalle esibizioni di massa e mediatiche nonché dalle incombenze istituzionali (l’unico ricevimento ufficiale con la guardia schierata è funestato da una bomba d’acqua); e invece personalizzata tra intime cene con familiari e vecchi amici (estese al massimo ad una coretto di reduci alpini), la fantasia di incontrare un improbabile Papa moresco, la accorata reminiscenza di problematiche nostalgie coniugali…

Valentino Ballabio

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