I LIEDER DI STRAUSS E DI SCHUBERT
Tanta musica nelle sale milanesi
Il programma del concerto ascoltato la settimana scorsa all’Auditorium di Largo Mahler, prevedeva la Sinfonia n. 4 in Si bemolle maggiore di Beethoven, del 1806, e a seguire i “Vier letzte Lieder” e la Suite dalla “Die Frau ohne Schatten” – “la Donna senz’ombra” – di Richard Strauss (entrambe scritte alla fine della guerra, intorno al 1945/46, ancorché l’opera originale sia di 30 anni precedente alla sua Suite).
Come si fa a mettere insieme, in uno stesso concerto, la quarta Sinfonia beethoveniana e le ultime opere di Richard Strauss? Vorrei tanto capire con quali criteri i musicisti-interpreti, e i direttori artistici delle istituzioni che li ospitano, concordano e definiscono i programmi dei concerti. Credo fermamente che un pensiero li guidi e che tuttavia mi sfugge, tanto da pensare che siano condizionati da circostanze casuali, voglie capricciose, desiderio di attirare il pubblico con i soli nomi in cartellone.
In un altro intervento su queste colonne avevo lamentato la pessima abitudine di introdurre nei programmi di concerto di musica classica un’opera di musica contemporanea, talvolta addirittura una prima assoluta, infilandola fra celebri capolavori del passato, con la subdola intenzione di far credere che tutto si tenga e che il nuovo sia la naturale evoluzione dell’antico. Prima o poi ci toccherà sentire i Pink Floyd fra un concerto di Mozart e una sinfonia di Brahms!
Nel programma di sala del concerto di cui ci stiamo occupando, Marco Calderara ha indagato l’ipotesi che esista un tema unificante fra quelle tre opere, osservando che, se la Sinfonia beethoveniana si pone agli esordi del romanticismo tedesco, le due opere di Strauss (soprattutto i Lieder) rappresentano il tramonto o la conclusione di quello straordinario periodo della storia della musica. Il che è vero, ma è sufficiente per farli ascoltare di seguito, una dopo l’altra? Che cosa offre all’ascoltatore il confronto diretto? In realtà succede che, a dispetto degli stessi interpreti, Beethoven sia diventato un po’ straussiano, e Strauss un po’ beethoveniano, riducendo così la distanza fra l’inizio e la fine della storia durata un secolo e mezzo, e ottenendo l’esatto opposto di ciò che possiamo presumere si volesse dimostrare!
Il concerto era diretto da Marko Letonja, uno sloveno sessantaquattrenne che si è formato fra Lubiana e Vienna, la cui biografia sembra farne un direttore “wagneriano”, da collocare dunque a metà strada fra Beethoven e Strauss; e tuttavia l’esecuzione delle due opere novecentesche ci ha mostrato un direttore soprattutto “straussiano” che ci ha offerto, di tutte e due, una esecuzione perfetta, come raramente accade di ascoltare. I “Quattro ultimi Lieder”, commovente testamento di Strauss, scritti all’indomani della conclusione del “processo di denazificazione” – dal quale fu psicologicamente distrutto ma poi completamente scagionato – in un momento di grande isolamento e di crisi morale, sono stati eseguiti con intima, profonda, coinvolgente partecipazione, anche e soprattutto grazie alla splendida soprano australiana Siobhan Stagg. Ma anche la Suite della “Donna senz’ombra” è stata eseguita con una cura e una sensibilità paragonabili solo a quella memorabile realizzazione dell’opera completa che il mai abbastanza compianto Giuseppe Sinopoli diresse alla Scala nel 1999.
Tornando a Beethoven, le cose purtroppo non sono andate altrettanto bene. La sua Quarta Sinfonia è unanimemente giudicata, all’opposto delle drammatiche due che la precedono e la seguono, come poetica, leggiadra, trasparente, elegante (“una quieta affabilità confidenziale” ne scrivono Poggi e Vallora nel loro “Signori, il catalogo è questo”). Anche il fatto che il terzo tempo, dopo l’Adagio, sia un Minuetto anziché uno Scherzo, la dice lunga sulle intenzioni beethoveniane.
Ma Letonja ha seguito tutta un’altra strada, a mio avviso tradendo platealmente l’Autore: ha fatto di tutto per drammatizzarla, con chiaroscuri fortemente accentuati, i magnifici cantabili appena sussurrati, i forti trasformati in potenti fortissimi, il predominio costante degli ottoni e dei legni sugli archi… insomma ha trascurato gli aspetti “poetici” della Sinfonia per farne emergere gli echi “epici” della Terza (non a caso conosciuta come l’Eroica) e quelli “impressionanti” (l’aggettivo è di Schumann!) della Quinta. Un vero peccato, anche perché – finite le epoche infelici delle Zhang e dei Flor – con il nuovo, giovane Tjeknavorian l’Orchestra dell’Auditorium sta riprendendo lo smalto di una volta e sta dando grandi soddisfazioni, ai direttori e al pubblico. E anche in questa occasione, con il direttore sloveno, si è dimostrata duttile, attenta e generosa.
***
È stato emozionante e suggestivo ascoltare, due soli giorni dopo i “Quattro ultimi Lieder” si Strauss, i 24 Lieder del “Winterreise” di Schubert – al Conservatorio, per la Società del Quartetto – interpretati dal bravissimo baritono altoatesino Andrè Schuen a sua volta accompagnato dall’altrettanto bravo pianista tedesco Daniel Heide. I testi, e soprattutto le atmosfere delle due opere, toccano le stesse corde per raccontare il difficile rapporto dell’uomo con la morte, e mettono a confronto, oltre a due epoche molto diverse, anche il sentire tedesco di Strauss con quello austriaco di Schubert. L’opera di Schubert è stata scritta a Vienna nel 1827, quando Franz aveva solo 30 anni, l’anno prima della sua morte, su versi di Wilhelm Müller, e sull’autografo vi è indicato “per voce (senza dire quale) e pianoforte”; i Lieder di Strauss sono stati scritti a Garmisch Partenkirchen, in Baviera, nel 1945 quando Richard aveva già 81 anni e sarebbe morto quattro anni dopo, su testi di Hermann Hesse (i primi 3) e Joseph von Eichendorff (il 4o) e portano la precisa indicazione “per soprano e orchestra”. Entrambi gli autori attraversavano momenti di grande sofferenza: il giovane Schubert afflitto dalla sifilide, il vecchio Strauss dagli eventi bellici e politici i cui strascichi gli avevano fatto perdere la voglia di vivere.
Che Milano, a dispetto del non compianto Radetzky, abbia sempre avuto un ottimo rapporto con l’Europa di lingua tedesca, è cosa che – a partire dall’epoca di sant’Ambrogio! – sappiamo bene; ma che fosse capace di mettere in cartellone, nella stessa settimana, i massimi capolavori del liederismo d’oltralpe – una specialità che è sempre mancata all’Italia – è sorprendente ed entusiasmante, ed meraviglioso che in tutti e due i casi, sia all’Auditorium che al Conservatorio, siano state interpretazioni eccellenti ed esecuzioni di grandissima qualità!
Paolo Viola
