SICUREZZA

L’insicurezza non è solo percezione ma realtà

Sicurezza: la propaganda corre, lo Stato e Milano arrancano In queste settimane il tema della sicurezza urbana è tornato al centro del confronto politico nazionale e locale. Lo fa, ancora una volta, con un linguaggio emergenziale e semplificato, fondato su un’idea rassicurante quanto illusoria: più reati, pene più dure; più uomini in divisa; più soldati nelle strade. È una narrazione che funziona nella propaganda, ma che non regge alla prova della realtà istituzionale. Perché il nodo vero, sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico, è uno solo: lo Stato oggi non è strutturalmente in grado di sostenere le politiche securitarie che vengono annunciate. 

Gli apparati pubblici deputati alla sicurezza interna vivono da anni una condizione di affaticamento, frammentazione e sotto-riforma. Continuare a caricarli di nuove funzioni, senza intervenire sulla loro architettura, significa produrre inefficienza e frustrazione, non sicurezza. Pene più severe in un sistema penitenziario al limite L’inasprimento delle pene è il primo riflesso condizionato di ogni fase politica segnata dall’insicurezza percepita. Ma questa scelta ignora un dato strutturale: il sistema carcerario italiano è già oggi oltre il limite della sostenibilità. 

Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, la popolazione detenuta supera stabilmente la capienza regolamentare, con tassi di affollamento che in molti istituti superano il 120%. Una condizione che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già condannato con la sentenza Torreggiani (2013), imponendo allo Stato italiano interventi strutturali mai realmente completati. In questo quadro, aumentare le pene senza investire sull’edilizia carceraria e senza rafforzare in modo serio le misure alternative alla detenzione – previste e disciplinate dall’ordinamento penitenziario – significa spostare il problema, non risolverlo. Ancora più grave è la marginalizzazione della magistratura di sorveglianza, che dovrebbe essere il perno di un sistema sanzionatorio moderno, capace di coniugare sicurezza, rieducazione e riduzione della recidiva.

Senza strumenti, personale e risorse adeguate, anche le migliori norme restano lettera morta. Aumento degli organici: senza riforma è un’illusione Il secondo pilastro della narrativa securitarie è l’aumento degli organici delle Forze di Polizia. Una proposta che, isolata dal contesto, appare ragionevole, ma che rivela una profonda debolezza strutturale se non accompagnata da una riforma complessiva del sistema della sicurezza interna. Negli ultimi vent’anni lo Stato ha progressivamente ritirato presidi dal territorio: chiusura o ridimensionamento degli uffici di Polizia nelle stazioni ferroviarie, eliminazione dei posti di Polizia nei pronti soccorso, riduzione della presenza nei porti, nelle aree marittime e lungo la rete stradale. 

Parallelamente, migliaia di operatori sono stati assorbiti in funzioni amministrative che potrebbero essere svolte da personale civile: dagli Uffici Immigrazione delle Questure – impegnati nel rilascio dei permessi di soggiorno – agli uffici passaporti e licenze. Una distorsione organizzativa che sottrae forze al controllo del territorio senza migliorare l’efficienza dei servizi. A questo si aggiunge una disarticolazione territoriale evidente, soprattutto nelle grandi aree metropolitane

Milano ne è un caso emblematico: 9 Municipi amministrativi, ma 16 commissariati con competenze territoriali spesso sovrapposte, più 4 commissariati extra-territoriali concentrati nella sola cerchia nord dell’hinterland. A sud, invece, l’assenza di presidi strutturati riguarda proprio aree ad alta criticità, come Rozzano, riconosciuta dallo stesso Governo come “zona rossa” nel Decreto Caivano (DL 123/2023). 

Prima di invocare nuovi agenti, sarebbe necessario ridisegnare razionalmente la presenza dello Stato sul territorio. Tecnologia e dati: la sicurezza senza Stato e competenti amministratori è solo sorveglianza Nel dibattito pubblico la tecnologia applicata alla sicurezza urbana viene spesso evocata come scorciatoia risolutiva: telecamere, algoritmi, intelligenza artificiale. Ma senza una governance pubblica chiara, anche l’innovazione rischia di ridursi a un simulacro di controllo, più utile a rassicurare che a governare. 

La tecnologia non sostituisce lo Stato: ne amplifica, semmai, le capacità o le debolezze. Senza una catena decisionale definita, senza integrazione tra livelli istituzionali, senza responsabilità politiche esplicite, i sistemi tecnologici producono frammentazione informativa, sovrapposizione di competenze e inefficienza operativa. La sicurezza urbana moderna non è una questione di “occhi elettronici”, ma di infrastrutture pubbliche di conoscenza del territorio: dati interoperabili, centrali operative integrate, utilizzo intelligente delle informazioni a supporto delle decisioni amministrative e preventive. In assenza di questo quadro, la tecnologia diventa una foglia di fico: moltiplica i dispositivi, ma non la capacità dello Stato di intervenire in modo mirato, tempestivo e legittimo. 

E finisce per alimentare un paradosso: più sorveglianza apparente, meno governo reale. Tecnologia, città e governo del territorio: il caso Milano e la sicurezza interpretata come scenografia A Milano la sicurezza urbana viene sempre più trattata come elemento di contorno del marketing urbano. La città produce una quantità enorme di dati – dai flussi di ATM ai sistemi installati per fiere, concerti e grandi eventi – ma li utilizza prevalentemente per governare l’immagine, non i problemi strutturali. L’attuale tecnologia presente sul territorio entra in scena quando serve: neifine settimana “sensibili”, durante le settimane della moda, nelle aree a maggiore esposizione mediatica. Altrove scompare. Il risultato è una città selettivamente sorvegliata, dove il presidio segue la rendita simbolica degli spazi più che la loro fragilità sociale. Il trasporto pubblico è il paradigma di questa ambiguità. 

ATM è uno dei principali produttori di dati urbani, ma la sicurezza nelle stazioni, nei nodi di interscambio e nelle fasce orarie critiche resta affidata a interventi discontinui e tardivi. La prevenzione è invocata, raramente pianificata; l’integrazione con le Forze di Polizia è proclamata, non strutturata. Lo stesso accade nei processi di rigenerazione urbana. Quartieri progettati per attrarre capitali e consumo vengono consegnati alla città senza un disegno credibile sulla sicurezza quotidiana. Spazi lucidi di giorno, opachi di sera. Dove lo Stato arretra, la criminalità non fa rumore: occupa. 

Gabriele Ghezzi

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Fausto Bagnato
Fausto Bagnato
21 giorni fa

Ricordo, che nel 1977(Epoca Brigate Rosse), finito il Corso per fare il Vigile Urbano al Comune di Milano, sono stato assegnato alla Sezione Investigativa, ed con auto civetta ed in borghese, andavamo a presidiare la Stazione Centrale di Milano.
Ricordo che il Capo Pattuglia mi mandava in avanscoperta per contrastare il gioco d’azzardo delle tre carte, che operava nel mezzanino della MM.
Durante un’operazione, ho sequestrato il tavolino e al processo gli zaraffi sono stati condannati.
Non sono al corrente come funziona oggi la Sezione Investigativa della Vigilanza Urbana.
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