IL COMPAGNO PINOCCHIO, PINOCCHIO FASCISTA, PINOCCHIO CRISTIANO
Le mille facce politiche di un burattino
Carlo Lorenzini, noto in tutto il mondo con il nome Collodi come autore di Pinocchio il libro italiano che ha avuto più edizioni e traduzioni (secondo la fondazione Collodi allo stato attuale della ricerca sono state individuate 669 traduzioni di Pinocchio in 192 lingue e dialetti) nel mondo, nasce a Firenze duecento anni fa il 24 novembre.
Il primo capitolo di Storia di un burattino esce il 7 luglio del 1881, a puntate sul Giornale per i bambini, e termina dopo 8 puntate con la morte del protagonista. È un gran successo e l’editore chiede a Collodi di continuare, l’autore accetta con entusiasmo monetario, scrive infatti all’editore “fanne quello che ti pare, ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla.”. Viene cambiato il titolo che diventa Le avventure di Pinocchio ed il finale che era molto più cupo e macabro dell’attuale.
Nella prima versione, infatti, Pinocchio non diventa un bambino ma finisce impiccato ad una quercia per mano del Gatto e della Volpe. Una visione più cinica e politica, in cui il burattino pagava per la sua disobbedienza e irrequietezza, senza la redenzione finale.
Collodi peraltro non era affatto un autore per bambini ma un giornalista politicamente impegnato, aveva iniziato con la rivista il Lampione chiusa dalla censura dopo i moti del 1848 e riaperto anni dopo, e collaborava tra gli altri a: La Nazione, IlFanfulla, La gazzetta d’Italia, La gazzetta del popolo, L’Arte, La vedetta, L’Elettrico.
Negli anni ’50 all’attività giornalista affianca quella di commediografo e scrittore, e segue con particolare attenzione il teatro lirico e di prosa pubblica alcune commedie, trasformate anche in racconti, Gli amici di casa, L’onore del marito (1870), I ragazzi grandi (1873), Il signor Alberi ha ragione, un dramma Anna Buontalenti (1869), due romanzi Un romanzo in vapore, Da Firenze a Livorno (1856).

Scrive Serafini: “Collodi offre un’immagine forte della società e dei suoi difetti, della corruzione, del clientelismo, dei miseri interessi che regnano nel mondo dello spettacolo come dell’alta politica, un tutto confuso e disorganizzato dove regna il caos e la forza del denaro e dello scambio.” Della politica scrive con ironia: “La carica di Ministro di Stato, da oggi in poi, sarà conferita per esame”. Che cosa ci sarebbe mai di strano? Perché, domando io, in un paese come il nostro, dove per aver l’impieguccio di fattorino della posta o di usciere di tribunale, bisogna sottoporsi a un esame di greco, di latino, di teologia, di matematica e di ipnotismo, perché, ripeto, in questo medesimo parere si dovranno conferire, senza ombra di esami, i gradi supremi e gli impieghi principalissimi dello Stato? […] Una volta fissati gli esami per la nomina a membri del Ministero, sarebbero forse finiti i lunghi e non sempre decorosi certami delle crisi ministeriali: le quali crisi, a mai agguagliare, rammentano l’apertura del buffet, nelle grandi feste da ballo”.
Scriveva il curatore dei suoi scritti giornalistici: “Se descrive una seduta alla Camera o tratteggia brillantemente il deputato assente o rifà i discorsi degli impiegati statali invidiosi l’uno dell’altro, o pone in ridicolo la moda di certe espressioni o storture del linguaggio, o introduce due cameriste a parlare d’uomini politici di vaglia, scoprendo i retroscena di allora, o affida ad un adunata di talponi di fogna il compito di parodiare le camere di consiglio degli uomini, o lamenta burlescamente il gravame intollerabile delle tasse, egli non lo fa mai con animo velenoso…lo fa con simpatia per la nostra pochezza…”
Sul finire del 1858 Collodi si trasferisce per qualche tempo a Milano, nell’ imminenza della seconda guerra per l’indipendenza nazionale. Nel 1861, pubblicò sulla nuova serie de Il Lampione la commedia Gli estremi si toccano “amara satira politica contro l’eterno trasformismo” che ben evidenziava la sua delusione per la nuova Italia.
Nel pieno della sua maturità professionale e forse perché sui suoi lavori scarso era il consenso della critica si dedica alla letteratura per l’infanzia, iniziando con la traduzione dei racconti delle fate di Charles Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont lavorando anche su romanzi per bambini. Pinocchio arriva dopo Giannettino (1875) e Minuzzolo (1877) e prima di Pipì, Lo scimmiottino color di rosa, una sorta di continuazione autoironica del Pinocchio.
Con Pinocchio arriva la consacrazione e il successo anche economico ma Collodi non se lo godrò il 26 ottobre 1890, Collodi si sentì male sulle scale di casa mentre stava rientrando, alle 22:30, muore. Oltre ad essere il libro italiano più letto, diffuso e plagiato nel mondo è anche quello con il più intenso sfruttamento politico.
Scrive Pivato: “Nell’età delle masse la politica deve parlare a tutti e adottare un linguaggio semplice e persuasivo; il parlare figurato, per metafore e apologhi, è strumento principe della propaganda. Così non stupisce che la politica ami, alla lettera, raccontar favole. Non tanto (o non solo) nel senso di dire panzane, ma in quello di riusare strutture narrative proprie della tradizione favolistica, mescolando al dato reale elementi di satira, leggende, miracolistica, zoologia, fisiognomica, profezia. Ecco allora Pinocchio diventare campione fascista ma anche comunista, il lupo di Cappuccetto rosso impersonare Togliatti e Truman e Stalin vestire i panni dell’Orco mangiafuoco”.

Inizialmente i socialisti contrappongono ai burattini fascisti l’eroico Comunello: “Forte e ardito è Comunello / ed affronta il manganello / del gradasso Fasciolino / per difender Proletino/ Fasciolin vorria fuggire / ma è costretto ad obbedire, / costernato abbassa gli occhi; / gli si piegano i ginocchi. / Or si vede come un pugno / sprizzar fuori fa dal grugno…”, settembre del ’22, striscia su Il Fanciullo Proletario, ma durante il ventennio Pinocchio è arruolato nelle file delle camicie nere in pianta stabile vuoi come giovane Balilla che sfida il mangiafuoco socialista per diventare poi un feroce squadrista in Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, dove somministra l’olio di ricino ai burattini comunisti.
Scrive sempre Pivati: “In una di queste scorribande Pinocchio penetra in una tipografia facendosi consegnare “dal tipografo, comunista feroce” le bozze di un almanacco pronto per la stampa: Nuovo Barbanera Bombacci. Lunario del vero comunista per l’anno settimo (1923) dell’era bolscevica. In quella pubblicazione si celebrano, fra gli altri, “San Lenin apostolo”, “Santa Bandiera rossa”, “Santi martiri ferrovieri licenziati”. E fra inni come Giovinezza cantati squarciagola, assalti ai comizi di Niccolaccio (rappresentazione di Nicola Bombacci che veste i panni di Mangiafuoco e al Circolo degli Scarlatti, si snodano le vicende di Pinocchio in camicia nera.

Non manca il Pinocchio razzista il titolo del racconto è Pinocchio istruttore del Negus oppure Pinocchio vuol calzare gli Abissini dove il burattino è un giovane di bottega pasticcere, che si rovescia addosso un pentolone pieno di cioccolata e fugge dalla bottega per scappare dal padrone che lo rincorre lanciandogli imprechi di vario genere tra cui ‘Abissino’, perché effettivamente tutto sporco il burattino è anche tutto nero, un’inglese assiste alla scena e credendo che Pinocchio sia davvero dell’Abissinia lo porta in quella che dovrebbe essere la sua patria. l’inglese pretende che il burattino insegni agli abissini suoi alleati a correre velocemente come lui per poter battere l’Italia. L’eroico Pinocchio si ribella, dà un calcio al Negus che si è chinato verso di lui e scappando via veloce come solo lui sapeva essere, agitando un’immensa bandiera tricolore, riesce così a essere avvistato e salvato dai suoi compatrioti.
Venne poi arruolato dalla repubblica di Salò in Il viaggio di Pinocchio, scritto da Ciapo e illustrato da Fulvio Bianconi, L’album ritrae Pinocchio non più come un monello disobbediente, ma come educato ai valori del regime, che evita i cattivi consigli del Gatto e della Volpe incontrati durante il suo viaggio, sono su un’automobile e lo invitano a seguirli: “Monta su”, gli dicono. “Andiamo al mare” (sono re Vittorio Emanuele III e Badoglio che fuggono)”.

Nel 1936 però a Mosca esce Zolotoj ključik, ili Priključenija Buratino un libero adattamento di Pinocchio opera di Aleksej Tolstoj che verrà tradotto in anni recenti con il titolo Compagno Pinocchio. Nell’Unione sovietica staliniana la storia viene a rappresentare una metafora della società comunista senza servi né padroni, l’autore è stato insignito per tre volte col premio “Stalin”.
Il burattino va anche in Cina con i salesiani che usano forme di intrattenimento popolare (come i burattini/marionette, molto usati da Don Bosco stesso) per trasmettere ai giovani cinesi non solo il catechismo, ma anche elementi della cultura e della fede europea, legando l’apostolato salesiano alla diffusione di un “profumo” di casa, di spiritualità italiana e di cultura salesiana.
Nel 48 Pinocchio viene arruolato dal Comitato civico e se la deve vedere con la volpe Togliatti e il gatto Nenni mentre il baffone Mangiafuoco è Stalin, diverse varianti saranno pubblicate negli anni successivi almeno fino agli anni ‘60 dalla propaganda democristiana.
Nelle galere del “paese degli allocchi” Pinocchio incontrerà le altre prigioniere Bulgarina, Albanella, Cecosloveta, Romenina e Polonuccia per concludere che: “A sinistra c’è il mare infido: vi si aggira lo squalo rosso pronto ad uccidere la tua libertà. A destra c’è solo una palude con le sabbie mobili […] la strada della libertà, del progresso e della giustizia sta nel centro”. Simile anche il Pinocchio socialdemocratico che se la deve vedere principalmente con il gatto Nenni. Tuttavia, Pinocchio sarà “salvato” dalla generale denigrazione della letteratura per l’infanzia e del fumetto in particolare avviata dal PCI durante il Mese della stampa giovanile democratica nel 1950.
Se il segretario della FGCI Enrico Berlinguer scriveva a proposito dei fumetti: “Ai giovani comunisti spetta il compito di respingere questi modelli culturali e impedire che penetri nella gioventù lavoratrice una concezione morale che conduce inevitabilmente alla disperazione e alla disgregazione delle sue fila, una concezione che trascinerebbe inevitabilmente decine di migliaia di giovani sulla via del banditismo, della delinquenza, del suicidio e della prostituzione, sulla via della sottomissione e della sconfitta”; Nilde Jotti però aggiungeva: “La tradizione della letteratura per ragazzi è, da un lato, quella dei racconti popolari ingenuamente fantastici, che sotto la fantasia nascondono una concezione vigorosa e semplice del mondo, delle sue difficoltà, delle sue stranezze, e dall’altro è quella realistica, che racconta e fa capire la vita com’è e insegna ad affrontarla con calma. In Pinocchio le due correnti felicemente si congiungono e per questo Pinocchio è una grande, classica opera d’arte”.
La lettura “di sinistra” di Pinocchio prosegue anche in tempi recenti, scrive Margherita Hack: “giudice rappresentato da un severo scimmione rappresenta il potere e soprattutto il potere ingiusto, perché darà ordine di liberare tutti i malandrini. E infatti la guardia apre le prigioni: tutti vanno via, ma Pinocchio viene lasciato in carcere. Quindi: gli innocenti in carcere e i mascalzoni a spasso. Questa è la morale che Collodi dà del potere ingiusto, che purtroppo è spesso presente anche nelle nostre democrazie. Questa disonestà diffusa, di cui era evidentemente piena la società di Collodi, è una lezione che rispecchia purtroppo quella che è la società attuale. Il paese dei balocchi potrebbe essere una metafora del nostro paese del consumismo in cui bisogna avere sempre qualcosa da comprare, per apparire più che per essere. Quindi il paese dei balocchi può essere proprio una metafora di quello che stanno diventando le nostre società consumiste. Però nel paese dei balocchi si diventa dei grandi ignoranti.”

E ancora sul sito www.qualcosadisinistra.it: “Ma l’interpretazione più convincente è, secondo me, quella di Pinocchio come simbolo del proletariato che si ribella contro le ingiustizie del capitalismo e della borghesia. Nell’episodio in cui il burattino salta sul palco, raggiunge i suoi “compagni”, vale a dire le altre marionette, e capeggia la rivolta contro Mangiafoco, troviamo dei richiami molto forti all’ideologia marxista. Pinocchio è figlio di un falegname, proviene dal basso del corpo sociale, e, nel corso delle sue avventure, subisce le ingiustizie di personaggi che sono o legati al mondo del profitto (tra i quali Mangiafoco e l’Omino di Burro che adesca i ragazzi per portarli nel paese dei Balocchi e poi rivenderli come asini) o proiezioni di una giustizia che difende i ceti privilegiati e i malfattori a scapito degli ultimi e degli indifesi (come, ad esempio, il Giudice che, invece di far incarcerare chi aveva derubato Pinocchio, condanna alla prigione lo stesso burattino). Il campo dei Miracoli, dove il Gatto e la Volpe invitano Pinocchio a depositare le cinque monete d’oro con la promessa che al mattino si moltiplicheranno all’infinito, e lo stesso Paese dei Balocchi sono simboli di quella borghesia che pretende di guadagnare e lucrare senza lavorare.”
Collodi fu secondo alcuni massone, e Pinocchio definito da alcuni Bibbia mazziniana sarebbe un messaggio iniziatico. Dice Elemire Zolla “Pinocchio, continua la lignée esoterica, gnostica, isiaca e neopagana, nel senso più spirituale, che è al centro della nostra letteratura” e ancora “In latino pinocolus significa pezzetto di pino. Per un pagano è l’albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Allora si leggeva, e di libri sul Vudù l’America di fine Ottocento era piena. Qualche massone d’oltreoceano poteva avere informato Collodi. La vita di loggia è molto strana, è segreta e piena di incontri”.
Di parere opposto il cardinale Biffi secondo cui “si tratta di un magnifico catechismo adatto ai bambini come agli adulti. Pinocchio è la verità cattolica che erompe travestita da fiaba”. A Pinocchio Biffi dedica un saggio (1977, jaca book) e sottolinea: “Già nel 1860 Collodi appare deluso dagli esiti dell’avventura unitaria (alla quale aveva dato il suo apporto partecipando alle due prime guerre di indipendenza). Successivamente, a poco a poco, dimostra di non aver più fiducia negli uomini che contano; pare addirittura essersi convinto che gli adulti sono “irredimibili” e perciò decide di rivolgersi nei suoi scritti soltanto ai ragazzi. Chi sono i suoi lettori? Sono i ragazzi del 1881, l’anno in cui Collodi scrive Pinocchio; non sono né sabaudi né repubblicani né anticlericali né clericali: nessuna ideologia li aveva ancora raggiunti. Ma non sono dei barattoli vuoti. Sono i ragazzi del catechismo, delle prediche del parroco, delle preghiere delle mamme, dei dipinti delle chiese. Non conoscono le ideologie, conoscono la verità cattolica. L’autore vuole così entrare in comunione di spirito con loro. Collodi ha voluto dunque scrivere una storia che, per parlare alla mente e al cuore dei piccoli, li andasse a trovare dove di fatto stavano, nel loro mondo spirituale con le loro persuasioni”.
La rilettura politica di Pinocchio continua fino ai nostri giorni
Poche settimane fa sul sito del centro studi Livatino si poteva leggere: “Letto alla luce della filosofia cristiana, Pinocchio si rivela come una vera parabola sulla fragilità dell’uomo e sulla forza inesauribile della misericordia. Le fughe del protagonista, le sue cadute ripetute e le sue continue rinascite non sono semplici avventure pedagogiche, ma immagini simboliche della condizione umana. L’uomo è libero, e proprio per questo esposto allo smarrimento; è capace di grandi slanci, ma anche di deviazioni improvvise; è vulnerabile nelle sue scelte, e tuttavia sempre raggiungibile dalla grazia. Pinocchio non è diverso: corre, scappa, sbaglia, ma ogni volta trova sulla sua strada un volto che lo richiama, una mano che lo rialza, una parola che lo orienta. La giustizia che attraversa la narrazione non è mai la giustizia fredda della punizione fine a sé stessa, bensì una giustizia che educa, che perdona, che mira a trasformare. Collodi costruisce un mondo in cui la correzione non ha il sapore della vendetta, ma quello del recupero.”

Meno aulico Matteo Renzi in aula al Senato, sul caso Almasri: “Da oggi il libro da leggere è Le avventure di Pinocchio. A noi tocca il ruolo del Grillo parlante, quelli che dicono la verità. Nordio e Piantedosi sono il gatto e la volpe. Qualcuno vorrebbe fare Pinocchio, che però è un personaggio positivo. Lucignolo lo fa Delmastro, che se vede il curriculum di Almasri lo propone per il Dap. Meloni vorrebbe fare la fatina, ma fa l’omino di burro. Il presidente del Senato dovrebbe redarguire la maggioranza che interrompe l’opposizione, se no fa Mangiafuoco”.
E sicuramente non è finita.
Milano a Collodi ha dedicato una statua fontana nel 1956, opera dello scultore toscano Attilio Fagioli.
Walter Marossi

Divertente la carrellata di tentativi di appropriazione politica del povero burattino. Credo che varrebbe la pena spendere qualche parola sulla grandezza letteraria di Collodi, ridotto ad autore di un unico libro, perdipiú della categoria “ragazzi”. Sì, ma che libro! Personaggi come il Grillo Parlante, il Gatto e la Volpe, la Fata Turchina, l’ Omino che porta al Paese dei Balocchi… sono diventati non a caso modi di dire diffusissimi, della lingua di tutti i giorni. E quell’ Italia di case fredde, senza nulla da mangiare… di Carabinieri prepotenti e di giudici imbroglioni… quale immagine più potente e veritiera del nostro passato? Questo è un genio. È Pinocchio il vero romanzo italiano. E giustamente è diventato famoso nel mondo, più di tanti autori rinomati.