COSA RESTERÀ DEI GIOCHI
Milano-Cortina 2026, una proposta di metodo
Le Olimpiadi Invernali sono alle porte e con loro la “tregua olimpica”.
Incurante dell’impronta pagana, la invoca anche il Papa ed anche noi, nel nostro infinitesimo piccolo, ne subiamo il fascino o se si vuole il richiamo solidale. Nel caos delle guerre elleniche, le Olimpiadi erano l’occasione per superare, o solo fingerlo, i conflitti che divoravano le città greche e ritrovare il senso di unità originaria perduta. Un caos che sembra oggi riprendere vita, ancora più di quanto non avvenisse allora e di quanto non sia stato dal dopoguerra ad oggi.
La tregua sacra, parvenza di pace, sospensione dalla guerra in atto, sollecita anche Milano ed i milanesi a mettere da parte, per qualche tempo almeno, le ragioni e gli interessi che li dividono. E d’altra parte, pur discutibile, non si dice sempre “Right or wrong, is my country”? Non sarebbe né bello né utile allora in queste due prossime settimane guardare all’evento sperando livorosamente nel suo insuccesso, come se questo fosse davvero il metro per il giudizio ultimo, come l‘ordalia barbarica, su ragioni e torti dei contendenti.
Lasciamo perdere l’etica del “tanto meglio, tanto peggio”, quell’atteggiamento tossico che ha avvelenato la sinistra, e non solo, nella convinzione che il precipitare delle cose aprisse chissà quali occasioni di rivincita, financo di rivoluzione, quando invece, è storia, i disastri aprono più spesso le porte alle avventure più nefaste e pericolose. Dunque, ci si augura il meglio, anche tra chi è perplesso sul modo con cui le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 sono state ideate, messe in cantiere e realizzate.
Dunque, ben venga il grande successo della manifestazione, ben vengano un medagliere grondante di gloria per i colori azzurri, un’ampia audience mediatica e le folle agli eventi. Ben venga tutto, anche perché le ragioni della perplessità e della contrarietà, se sono fondate su argomenti solidi, non possono trovare adeguata contestazione dal successo sportivo, dalla massiva adesione degli sponsor o dall’entusiasmo popolare.
Neppure, però è augurabile che, dopo il 22 febbraio, il successo che tutti ci si augura cancelli fatti, limiti e problemi di questi anni, che insomma tutto vada in cavalleria o che, come si dice, “passata la festa, gabbato lo Santo”. Non sarebbe né serio, né augurabile a sua volta ignorare la domanda principale che ci si pone, e con questa le molte altre domande che si porta dietro “cosa resterà a Milano”?
Cosa, quando le gare saranno terminate e l’ossessione mediatica avrà trovato altri oggetti per la sua infernale dinamica, in realtà dedita a celebrare solo sé stessa come solo mondo reale? Quale eredità, per i più raffinati quale “legacy”, rimarrà a beneficio del patrimonio cittadino, materiale e immateriale, a giustificare il grande sforzo, le energie e le risorse spese da anni per aggiudicarsi i Giochi e farne la ripetizione di EXPO 2015?
Noi rispettiamo, da laici, il senso sacro della tregua olimpica e non ci faremo trascinare in questi giorni in polemiche forzatamente divisive, ma la domanda di fondo resta sul tavolo e rimanda solo ad un tempo assai vicino l’approfondimento, il confronto e, perché no, la polemica serrata sull’impatto generato dai Giochi Olimpici su Milano. Servirà un’accurata rendicontazione (accountability), e fin d’ora si potrebbero indicare alcuni piani di analisi e di riflessione attorno a cui ragionare e valutare le cose. Insomma, le voci di un bilancio, senza volerne già ora dare un senso positivo o negativo. Un metodo più che un giudizio.
Un primo ordine di questioni potrebbe avere a che vedere con le ricadute materiali dei Giochi, le infrastrutture fisiche al servizio della città che, spenta la fiaccola olimpica, continueranno ad “illuminare” la condizione urbana. È noto, resteranno il Villaggio Olimpico e l’Arena di Santa Giulia.
Un secondo ordine di questioni potrebbe osservare le ricadute immateriali, la visibilità di Milano sulla divorante scena mediatica mondiale, sia in termini diciamo “generalisti” sia di coerenza tra il messaggio pubblicitario (sport invernali) e la filiera delle strutture, delle organizzazioni e delle energie, pronte a far tesoro di questo nuovo capitale relazionale, come avvenne per EXPO 2025, ma le condizioni di allora sussistono anche oggi? Su questo aspetto, è stimolante la lettura di Alessandro Aleotti (*), che rileva con preoccupazione la disconnessione tra tema di investimento (sport della neve) e dotazione cittadina capace di tradurlo in modelli di business e/o attività pubbliche.
Un ulteriore piano di riflessione potrebbe affrontare la governance, lo schema seguito nella gestione mista pubblico privata dell’evento, ragionando sia sulle procedure (i modi) della collaborazione tra i diversi soggetti in campo, che sui risultati concreti che si sono così generati (gli interessi). Il tema della governance mista che attiva e coordina, così dovrebbe, l’interesse privato nella gestione della cosa pubblica è di grande rilievo a Milano.
Lo sviluppo di un rendiconto organico a bilancio dei Giochi Invernali a Milano non potrebbe mai omettere il versante dedicato all’impatto “ambientale”, dove forse l’analisi potrebbe trovare il suo focus nello” stato di eccezione” che sembra circondare le opere pubbliche al servizio di questi grandi eventi globali, almeno in Italia. Una condizione che pare sollevarle oltre le regole dell’ordinamento giuridico per consegnarle all’empireo, quanto terreno però, degli interessi forti. (**)
Ed infine, la domanda non potrà che essere “ne è valsa la pena”, sono state ben spese le imponenti risorse pubbliche che il budget olimpico ha consumato per produrre gli output che saranno così identificati.
Un approccio di metodo, certamente opinabile e migliorabile, il cui esito sarà tutto da scrivere, ed a cui l’amministrazione comunale, i partiti di maggioranza, le forze sociali che hanno creduto in una certa visione di Olimpiadi Invernali, non dovrebbero sottrarsi, tantomeno un partito, il PD, oggi alla ricerca del quantum sostenibile di discontinuità. Un approccio che potrebbe formare la spina dorsale di un più autentico debat publique cittadino sulla condizione urbana cittadina e metropolitana, ancorché condotto a posteriori invece che in premessa.
Ci immaginiamo con molto ottimismo, che questo metodo potrebbe formare il campo di raccolta e di coraggiosa dialettica aperta, dove promuovere la convergenza delle tante espressioni della società civile, del mondo delle rappresentanze sociali ed imprenditoriali, delle espressioni multiformi delle sensibilità politiche ed associative.
Una buona occasione, ci si augura, per introdurre nel percorso verso le prossime elezioni comunali una dialettica politico sociale utile a sganciare la discussione dal rituale balletto dei nomi, ma anche da quello del “prima il programma”, operazione che, quando separata da una messa in chiaro delle pratiche più significative del presente e del passato più recente, porta dritta a stendere l’ennesimo, illusorio ed innocuo, libro dei sogni.
Ed allora, che tregua sia, ma senza amnesie e con il gusto di “rendere conto”.
Giuseppe Ucciero
(*) Quale eredità Olimpica, Alessandro Aleotti – Corriere della Sera del 31 gennaio 2026
(**) Tra gli altri, “Olimpiadi e sostenibilità ambientale”, Fiorello Cortiana su ArcipelagoMilano del 20 gennaio 2026.

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