ROGOREDO, LA SICUREZZA E IL FALLIMENTO POLITICO DEL MODELLO MILANO
Quando i nodi vengono al pettine
Le dichiarazioni del Sindaco Giuseppe Sala, rilasciate all’indomani dell’uccisione di un cittadino nordafricano per mano di un agente di polizia, sono state presentate come un esercizio di equilibrio istituzionale: nessuno scudo immunitario per le forze dell’ordine, ma al tempo stesso l’invito al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ad adottare misure più cogenti contro chi “semina morte”, come gli spacciatori di droga.
Sul fatto di cronaca sarà, com’è giusto, la magistratura a fare piena luce sulle dinamiche e sulle responsabilità individuali. È una formula necessaria, che tutela le istituzioni e il diritto. Ma la politica non può fermarsi lì, poiché la sicurezza urbana non è la somma di episodi isolati: è il prodotto di scelte, omissioni e priorità amministrative che si stratificano nel tempo. Ed è proprio qui che le parole del Sindaco mostrano tutta la loro fragilità.
Se davvero il problema sono gli spacciatori che “seminano morte”, la domanda diventa inevitabile: che cosa ha fatto il Comune di Milano, sotto la guida di Sala e delle sue Giunte, per impedire che intere porzioni della città diventassero terreno stabile di quel fenomeno? Il Bosco di Rogoredo non è una degenerazione improvvisa né un incidente di percorso. È una realtà nota da oltre un decennio, almeno dal 2013–2014, quando l’area inizia a imporsi stabilmente nella cronaca cittadina come uno dei principali luoghi di spaccio e consumo di droga a cielo aperto del Nord Italia.
Negli anni successivi – dal 2017 in poi – si sono susseguiti sequestri, arresti, operazioni straordinarie di polizia, sgomberi temporanei, presidi rafforzati. Parallelamente, il Comune ha annunciato piani di “bonifica”, protocolli interistituzionali, tavoli con Prefettura, ATS, forze dell’ordine e terzo settore, oltre a progetti di riqualificazione del parco e delle aree limitrofe. Il periodo della pandemia avrebbe potuto rappresentare una svolta.
Tra il 2020 e il 2021, con la drastica riduzione della presenza di assuntori e una temporanea desertificazione dell’area, si era aperta una finestra concreta per un intervento radicale e definitivo sul territorio. Anche allora si è parlato di “ripensare Rogoredo”, di rafforzare il presidio urbano, di accelerare la riqualificazione ambientale, ma, ancora una volta, l’occasione è stata in larga parte mancata. Alla fine dell’emergenza sanitaria, il fenomeno si è progressivamente ricostituito, confermando che senza una strategia stabile il problema non scompare: si riproduce.
Ma il punto è proprio questo: molto è stato annunciato, poco è diventato sistema. Gli interventi si sono rivelati ciclici, discontinui, incapaci di produrre un cambiamento strutturale e duraturo. Secondo dati più volte richiamati dalla stampa, a Rogoredo si sono concentrati centinaia di assuntori al giorno, provenienti non solo da Milano, ma da tutta la Lombardia e da regioni limitrofe. Un’area trasformata di fatto in zona di isolamento urbano, dove spaccio organizzato, degrado ambientale, marginalità sociale e criminalità si sono alimentati a vicenda. Tutto prevedibile. Tutto ampiamente documentato. Tutto tollerato.
Gli interventi si sono spesso tradotti in azioni spot, sperimentazioni temporanee, risposte emergenziali incapaci di incidere sulle cause profonde del fenomeno. Mancava, e manca tuttora, una strategia integrata e continuativa che tenesse insieme sicurezza, governo del territorio, politiche sociali e presidio urbano. Il paragone con lo Zoo di Berlino degli anni Ottanta è inevitabile. Ma va detto fino in fondo: lì si trattava di un progetto dichiarato, sbagliato e fallito, ma almeno esplicitamente assunto come scelta pubblica.
A Milano, invece, si è praticato qualcosa di peggio: nessuna decisione ufficiale, nessuna assunzione di responsabilità politica, solo l’abbandono amministrativo mascherato da neutralità. Non è umanitarismo, è amministrazione dell’abbandono, elevata a metodo di governo. Per anni Rogoredo è stato trattato come un “non luogo” politico: noto a tutti, affrontato da nessuno. Un problema confinato, utile persino a dimostrare una presunta sensibilità sociale, purché restasse fuori dalla narrazione patinata della Milano attrattiva, internazionale, competitiva.
Una città che funziona finché le sue contraddizioni restano invisibili o geograficamente marginali. Ed è qui che il discorso pubblico del Sindaco entra in contraddizione con sé stesso. Sala invoca oggi il rigore repressivo contro gli spacciatori, dopo aver tollerato per anni uno dei più grandi mercati di droga a cielo aperto d’Europa. Chiede allo Stato centrale di “fare di più”, quando ciò che è mancato è stata soprattutto la capacità del Comune di governare il territorio, coordinando in modo stabile sicurezza, servizi sociali, sanità e controllo urbano.
Nel frattempo, la retorica umanitaria è diventata un comodo paravento politico. Non per aiutare davvero chi è fragile, ma per neutralizzare il conflitto: chi chiede sicurezza viene dipinto come reazionario, chi denuncia il degrado come populista, chi invoca decisioni come autoritario. Il risultato è stato l’immobilismo. Oggi, però, questa ambiguità presenta il conto. E lo fa in un momento politicamente delicato, in cui Milano si avvicina a nuove scadenze elettorali e ad un evento mondiale come le Olimpiadi invernali e la Giunta appare sempre più impegnata in operazioni di maquillage politico – rimpasti, esperti, consulenze – che assomigliano più a una gestione del consenso che a un cambio di rotta. Rogoredo, in questo quadro, non è solo un problema di sicurezza.
È una cartina di tornasole del modello Sala: una città governata finché le criticità restano compatibili con il racconto, ma in difficoltà quando serve esercitare davvero il potere pubblico, assumersi rischi, scegliere. La sicurezza urbana non è una bandiera ideologica, è una funzione essenziale del governo, anche e soprattutto locale e quando viene trascurata, non siamo di fronte a un errore tecnico, ma a una grave responsabilità politica. Perché Rogoredo era lì, da anni, sotto gli occhi di tutti. È nessuna dichiarazione, per quanto misurata o istituzionale, potrà cancellare questa verità, soprattutto quando un tempo, determinato in più di dieci anni, potrà essere definito in un tempo politico e non in un imprevisto.
Gabriele Ghezzi
Esperto di sicurezza urbana

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