IDEE PER LA RICOSTRUZIONE DELLA STRISCIA DI GAZA E LA FONDAZIONE DEL NUOVO STATO DI PALESTINA

Follie trumpiane

La ricostruzione di Gaza: finanza o democrazia? Ho scritto questo articolo per un moto spontaneo di rigetto. Il rigetto per le immagini di “New Gaza”, il progetto di ricostruzione di Gaza, presentato da Trump (e da suo genero Kushner) come core business del “Board of Peace for Gaza”. Il progetto mi è parso l’ulteriore scempio di Gaza; il primo la distruzione, il secondo la ricostruzione, dettata dagli intenti speculativi dell’immobiliarista Trump e dai suoi pacchiani canoni urbanistici. La definitiva apoteosi della rendita urbana come componente fondamentale del capitalismo finanziario internazionale; la rendita immobiliare che assurge a fonte del diritto dei popoli.

La questione politica centrale è se la ricostruzione di Gaza – della Striscia di Gaza – deve essere uno degli atti costitutivi del nuovo Stato democratico di Palestina e quindi governata dalle leggi e dalle procedure della democrazia, o se sarà un’operazione immobiliare della finanza internazionale e dunque la conferma della prevalenza dei poteri finanziari e tecnologici rispetto alle democrazie: lì e nel resto del mondo.

La Striscia di Gaza e le sue città

Le informazioni che riporto sono tratte da Googlemap e Wikipedia.

La Striscia di Gaza ha una superficie di 362 Kmq (solo due volte il territorio amministrativo del comune di Milano) ed è popolata da più di 2 milioni di abitanti. Il territorio è suddiviso in 5 governatorati, 8 città e 8 campi profughi. Gaza è la città più popolosa con 590.000 abitanti, seguono Khan Younis con 350.000 abitanti (2012) e Rafah con circa 172.000 abitanti. Sono città con una storia antica: di Gaza si hanno notizie fin dal 1500 a.C.; Khan Younis fu fondata nel 1387; Rafah appare in un’iscrizione egiziana del 1303 a.C. .

Le città della Striscia, come appaiono dalle foto di Googlemap scattate nel 2017, prima della distruzione, non sono né belle né brutte; non sembrano città povere, comunque appaiono città civili, dignitose, piuttosto dense (necessariamente) con poco verde (coi i nostri standard) con pochi                                      

spazi ed edifici pubblici, ma ben tenuti comunque con poca attenzione ai caratteri storici e una spiaggia pubblica molto frequentata. Città con un tessuto misto di abitazioni, negozi, uffici e attività produttive; edifici di buon livello ed edifici poveri, edifici alti ed edifici bassi, Città un po’ disordinate, come accade spesso anche da noi, ma la maglia viaria regolare indica chiaramente l’esistenza di un piano regolatore.

Il progetto “New Gaza” del “Board of Peace” di Donald Trump

Il progetto di Trump si potrebbe sintetizzare con: “è una boiata pazzesca”. Ma spendiamo qualche parola in più. Il “progetto New Gaza” di Trump – Kushner comprende anche Rafah, mentre non appare Khan Younis. Il progetto è, per ora, poco più di una comunicazione commerciale dell’operazione, tuttavia ne rende evidenti gli intenti e i contenuti essenziali.

La ricostruzione di Gaza è una gigantesca operazione immobiliare, finalizzata ad estrarre la maggior quantità di denaro possibile da un territorio ridotto ad un’immensa tabula rasa e dal valore turistico di una spiaggia lunga 40 chilometri. Sulla spiaggia svettano edifici pensati per il jet set internazionale, destinati al divertimento e agli investimenti immobiliari. Gli stessi edifici con lo stesso “stile” che potremmo incontrare in Florida, a Las Vegas o a Dubai e che nulla hanno a che fare con le esigenze di una popolazione ridotta allo stremo.

Bastano i rendering commerciali per capire che tutto ciò che preesisteva scompare. Il “progetto” non contiene alcun riferimento alla storia millenaria delle città; è assente qualsiasi idea di ricostruzione delle comunità; comporterà la distruzione dei caratteri ambientali del luogo, piegati alle esigenze turistiche come la spiaggia che perderà ogni connotato naturale.

La “ricostruzione” di Gaza” secondo il “Board of Peace” di Trump sarà come costruire in un sol colpo, la metà della costa adriatica tra Cervia e Cattolica (90 km) ma non per le vacanze del ceto medio. Nel progetto è esplicitamente assente l’idea di ricostruire Gaza per costruire uno Stato; l’idea è costruire un quartierone di lusso.

Perché parlarne

Inutile perderci tempo? È solo la solita provocazione trumpiana. I nodi politici sono ancora tutti da risolvere. Non si farà mai. Forse. Le condizioni politiche per concludere il processo di pace e iniziare la ricostruzione della Striscia sono complesse e purtroppo non sembrano prossime.

Intanto però alcuni Paesi hanno aderito al club o meglio alla holding del “Board of Peace” con una quota di iscrizione da un miliardo (l’avranno versata veramente dopo la firma?).

L’Italia non ha (ancora) aderito al “Board” per vincoli costituzionali, che sono veri, ma anche provvidenziali per prendere tempo. Ma prima o poi qualche cosa l’Italia dovrà dire. L’Italia non è una potenza militare, ma, insieme all’Europa è un attore politico fondamentale, tanto più nel Mediterraneo ed è una potenza culturale: una potenza del Soft Power.

L’Italia non potrà non partecipare al processo di costruzione della pace e non proporsi per la ricostruzione di Gaza.

Penso però che l’Italia non debba partecipare al Board immobiliare, ma debba proporre un’alternativa. Penso che la cultura e la politica, in Italia e in Europa, dovrebbero cominciare a parlarne fin da ora e affermare decisamente che la speculazione edilizia di lusso non è il metodo per ricostruire quel territorio e quelle città.

La replica da destra sarà che la “Finanza internazionale” garantisce di ricostruire le città in pochi anni: tre (?) a detta di Kushner. La Democrazia impiegherebbe molto più tempo. Forse è vero, ma si tratta di scegliere tra democrazia e predominio della finanza, non solo a Gaza.

La ricostruzione della Striscia di Gaza come costruzione dello Stato di Palestina: le condizioni politiche

Sotto il profilo politico la ricostruzione di Gaza va pensata come uno degli atti fondativi dello Stato di Palestina, cui dovrà seguire la soluzione della Cisgiordania. Ciò pone alcune condizioni preliminari: l’eliminazione politica di Hamas; la caduta del governo di estrema destra di Netanyahu; l’elezione dei rappresentanti dei palestinesi. Tutte condizioni ancora difficili da attuare.

Hamas, vuole la distruzione di Israele e si oppone all’istituzione dei due Stati. L’organizzazione terroristica ha preso il controllo completo della Striscia nel 2007 istituendo un regime teocratico, fondamentalista e repressivo verso qualsiasi dissenso, con largo uso delle esecuzioni degli oppositori. Hamas ha investito i cospicui finanziamenti internazionali di diversa provenienza, in opere militari atte a colpire Israele, ma non a proteggere i palestinesi dai bombardamenti. Hamas è corresponsabile, direi che è il primo responsabile del massacro dei palestinesi (oltre che dell’assassinio di oltre 1.400 cittadini israeliani) e della distruzione delle città della Striscia. Come lo furono i nazifascisti per la distruzione delle città europee. Quindi la sua eliminazione (almeno politica) è la condizione primaria per la ricostruzione.

La seconda condizione è che cada il governo di estrema destra di Netanyahu che ha condotto la guerra in modo spietato, si oppone alla formazione di uno Stato palestinese e non dà alcuna prospettiva politica per il dopo conflitto. Netanyahu non vorrebbe ricostruire Gaza (non ha aderito al Board) ma se dovesse preferirebbe affidarsi al potere della finanza internazionale (americana), piuttosto che ai rappresentanti degli abitanti, eletti democraticamente. In Israelle le elezioni sono prossime: se gli arabi israeliani si unissero e si alleassero alla sinistra, l’alternativa all’attuale maggioranza sarebbe possibile.

A queste condizioni Israele democratica potrebbe e dovrebbe partecipare alla ricostruzione, contribuendo così ad una prospettiva di pace duratura.

I principi, giuridici, culturali, tecnici ed economici per la ricostruzione

Poiché lo Stato si fonda sul diritto, se la ricostruzione delle città della Striscia di Gaza sarà uno degli atti fondativi del nuovo Stato, dovranno essere stabiliti i diritti fondamentali per l’uso del suolo: i diritti della collettività e dei singoli, i “diritti” della natura. (*) Comunque i principi di governo del territorio per la ricostruzione dovranno essere stabiliti per legge. Vorrei dire, per deformazione professionale, che sarà necessaria una specifica legge urbanistica.

Le città della striscia di Gaza andranno riscostruite secondo la cultura, le abitudini, le tradizioni i modi di abitare e di vivere la città e infine secondo le aspirazioni dei palestinesi che dovranno decidere come ricostruire.

L’azione tecnico politica centrale sarà la pianificazione urbanistica che dovrà stabilire cosa ripristinare, cosa cambiare e cosa aggiungere, alle strutture urbane preesistenti, per riaffermarne le radici storiche e tracciare le prospettive di sviluppo delle città, compatibili con la tutela della natura. Un Piano territoriale per la Striscia, Piani regolatori dei Comuni che rispondano agli interessi delle comunità locali. Piani concepiti secondo il preminente interesse pubblico e principi ecologici.

Infine, ma non ultimo, il programma economico sarà la base per rendere concrete le previsioni urbanistiche. Gli aiuti internazionali saranno indispensabili, ma bisognerà fondare la ricostruzione anche sulle capacità produttive dei palestinesi: dovrà essere riattivato il tessuto produttivo delle piccole e medie imprese che avranno un ruolo se non si costruiranno solo “grattacieli” e grandi infrastrutture. Anche i capitali attratti dalla valorizzazione immobiliare dovranno avere un ruolo nella ricostruzione delle città e dell’economia di Gaza, ma governati nell’interesse pubblico per formare un mercato accessibile alla popolazione.

Cosa può fare chi vuole la pace, la costituzione dello Stato di Palestina e la ricostruzione democratica della Striscia di Gaza

Una proposta politica, forse un’ultima nota di Utopia.

Le forze politiche e culturali che credono nella democrazia più che nel potere della finanza, dovrebbero proporre, in alternativa al progetto Trump, un “Democratic Board for New Gaza” invitando a parteciparvi (gratis) anzitutto rappresentanti dell’ANP e poi partiti, istituzioni culturali, sociali ed economiche europee e degli stati arabi e anche le forze politiche e culturali di Israele che sostengono l’idea di due Stati per due Popoli.

Offrire idee e metodi di gestione delle città, conoscenze, esperienze, competenze tecnico disciplinari, formate e sperimentate nei paesi europei, materie nelle quali anche Israele è all’avanguardia; offrire dunque la nostra cultura, per la ricostruzione di Gaza, sarebbe un contributo essenziale alla costruzione della pace e alla ricostruzione di quel tratto di costa del “nostro” Mediterraneo. Un esercizio di Soft Power senza imporre progetti precostituiti (anche per evitare accuse di “imperialismo” da parte dei Wokisti puri).

È Utopia pensare che una proposta culturale abbia un effetto politico? Il Greater London Plan per la ricostruzione dell’area metropolitana di Londra, bombardata dai nazisti, fu predisposto da Sir Patrick Abercrombie nel 1943, quando l’esito della guerra era ancora incerto e approvato nel 1944, con la guerra ancora in corso, come segno della volontà di vittoria della democrazia.

A chi è indirizzato l’articolo?

Anzitutto ai lettori di ArcipelagoMilano e poi a chi, avendo qualche influenza politica o culturale, sia convinto che le scelte o si anticipano o si subiscono.

Ugo Targetti

(*) Non so quali regole urbanistiche siano oggi vigenti nella Striscia di Gaza, se l’autonomia concessa dagli accordi di Oslo del 1994 all’Autorità Nazionale Palestinese comprendesse il governo urbanistico del territorio o se sia rimasto di competenza di Israele.

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3 comments

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Claudia Capurso

Grazie Ugo. Come ogni mattina leggendo i giornali che giungono on Line mi assale quella angoscia devastante per un futuro che si annuncia sempre più ‘distopico ‘ a fronte “ ad una dilagante “ globalizzazione dell’impotenza” che ci caratterizza. Il tuo articolo mi ha fatto bene. Cambia l’ottica, richiama al rapporto indissolubile territorio/esseri umani che lo abitano e alla nostra responsabilità nel prefigurare soluzioni progettuali rispondenti a scale di valori. Entrare nel merito, schierarsi e dare voce e contenuti a un popolo di rassegnati impotenti. Forse lo dobbiamo a figli e nipoti.

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Stefano volante

Idee positive e pro attive, faro nella giungla negativa che avvolge un governo privo di luce e senza alcuna spinta costruttiva: per questo sono parole che non devono cadere nel vuoto e restare senza alcun seguito

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Ugo Targetti

La nuova veste grafica di Arcipelago è molto bella ma non riesco a rispondere ai commenti (deve essre colpa mia) quindi rispondo a Caludia Capurso e a Stefano Volante come fosse un nuovo commento. Grazie dell’apprezzamento, il problema ora è come farsi sentire da chi ha responsabilità politiche ma anche un ruolo nelle istituzioni culturali. Commenti come i vostri danno comunque uno stimolo a continuare.

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