LA FAMIGLIA COLOMBO DEL GIAMBELLINO

Dentro una Storia più grande

Milano, agosto 1943, nei versi di Salvatore Quasimodo ci sembra di vedere plasticamente il grande corpo urbano ferito, la polvere della città morta, dopo che si è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio.

I bombardamenti degli anni di guerra avevano raso al suolo un terzo dei palazzi e danneggiato tanti edifici monumentali, da Palazzo Marino al Duomo, da Santa Maria delle Grazie al Palazzo Reale, dalla Ca’ Granda alla Scala[1].

Nel quartiere periferico del Giambellino – zona sud-ovest di Milano, ancora piena di campi nebbiosi – la chiesa di San Vito era andata vicino alla distruzione e una bomba aveva devastato l’edificio dell’oratorio maschile; il cinema Ducale era stato raso al suolo. Quasi dieci anni dopo le macerie da sgombrare dopo i bombardamenti erano ancora accatastate.

Il manifesto della tenace speranza dei milanesi è sintetizzato nelle parole di Antonio Greppi, primo sindaco di Milano dopo la Liberazione: “Molto si è distrutto, ma noi tutto ricostruiremo con pazienza e con la più fiduciosa volontà. Ricomincia la storia degli uomini che credono soltanto nelle proprie virtù e nelle proprie opere e che considerano la libertà come la continuazione non prescindibile dell’adempimento consapevole dei propri doveri”.

Per tutti gli uomini e le donne di buona volontà l’unico imperativo era non cedere all’angoscia e alla paura, ma rimboccarsi le maniche e aggrapparsi alla certezza di poter costruire un futuro migliore, un giorno dopo l’altro. Sulle sponde dello scalo portuale della Darsena, venivano scaricati sabbia e ghiaia per la ricostruzione degli edifici danneggiati dalla guerra; il cumulo delle macerie raccolte dagli edifici distrutti venne usato per costruire la collina artificiale del Monte Stella. La voglia di fare e di costruire una prospettiva di futuro brucia e attende di trovare la strada da percorrere, che consenta di mettere a terra i dolci sogni dell’età sognante, per dirla con un verso di una canzone di Franco Battiato.

La rinascita di Milano comincia sulle note del concerto di riapertura del Teatro alla Scala, ricostruita a tempo di record, diffuso dagli altoparlanti messi a disposizione dalla Philips e trasmesso anche alla radio, grazie al contributo della ditta Campari[2].

In poco tempo anche al Giambellino, lungo una strada quasi inesistente, tracciata frettolosamente tra i campi in via di rapida edificazione, venne su un quartiere fatto di caseggiati tutti uguali, affittati a canoni irrisori, in cui ben presto si mescolarono idiomi d’immigrati e di milanesi autentici. Il racconto “Un sogno così” è ambientato proprio in questo quartiere, tra bottega – al numero civico 142 – e casa, in via dei Gelsomini (toponimo poetico, fra gli altri del nuovo quartiere, anemoni, gigli, tulipani ciclamini), dove i protagonisti Carlo e Liliana andarono ad abitare dopo le nozze.

La voce narrante è quella del figlio, lo storico Paolo Colombo, docente universitario e noto protagonista di History telling a teatro o in forma di podcast. La storia domestica e privata della sua famiglia si interseca con la grande Storia collettiva della città e della Nazione, con le vicende storiche e di costume che le passano accanto. Una narrazione intima e al tempo stesso universale, un romanzo epico, ove il narratore non esita a usare parole grandi e forti, e toni alti.

Nel quartiere Giambellino il padre Carlo era nato e cresciuto e era stato abituato fin da bambino a lavorare per aiutare i genitori nell’attività della rivendita di frutta e verdura. Ora era giunto per lui il momento di assumersi il rischio d’impresa e Carlo, che con cervello e umiltà era riuscito a conquistarsi anche un diploma serale di ragioneria, non si lasciò sfuggire l’occasione. Mise gli occhi su un negozio – quello che ancora oggi troviamo al numero 142 – e lì avviò la sua attività di ferramenta e idraulica, dove grazie a martello, viti e chiodi si potevano inventare soluzioni per aggiustare un po’ di tutto.

Furono anni di duro lavoro, sacrifici e rinunce, niente ferie e nemmeno riposo domenicale, niente viaggio di nozze, dopo il pranzo in casa all’insegna della semplicità: pasta fresca con il ragù, arrosto con patate, fiaschi di vino rosso toscano e le tradizionali michette, che da secoli erano il pane tipico degli operai milanesi. Con oculata mentalità meneghina – ghèm minga dané de trà via – la famiglia protagonista era disposta a sognare in maniera autentica, con semplicità e dignità, per costruire un solido progetto di vita.

Così si realizza il piccolo miracolo di Carlo e Liliana, che ha una sua grandiosità, all’interno delle trasformazioni epocali del grande miracolo italiano: l’automobile FIAT 600 (che costava 590.000 lire, quando lo stipendio annuo dell’italiano medio era di 40/50.000), il televisore con il carosello e le prime reclame, la spesa al primo supermercato Esselunga, che introduceva in Italia il modello americano della grande distribuzione.

C’è qualcosa di grandioso in tutto questo, anche nella parabola privata della famiglia di Paolo, in cui tutti possiamo riconoscere la storia delle nostre famiglie degli anni del cosiddetto boom economico…

Nella mente di Paolo Colombo questo è solo il primo tassello di una narrazione contemporanea di Milano, che intende proseguire.

Rita Bramante


[1] Milano 1946. Alle origini della ricostruzione. A cura di G. Pertot e R. Ramella , Silvana editoriale, 2016; AA.VV., Milano moderna. Architettura, arte e città 1947-2021, Sole 24 Ore Cultura, 2021; R. CANDIANI, Milano com’era, Milano com’è, Celip, 2021; F. IRACE, Architettura e città. 1947-2021, Il Sole 24Ore Cultura, 2021; Ma noi ricostruiremo. La Milano bombardata del 1943 nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo”, ospitata fino 22 novembre 2020 nelle Gallerie d’Italia. Curatore Mario Calabresi. 70 immagini di undici luoghi simbolo della città – tra cui il Cenacolo, la Galleria Vittorio Emanuele, Sant’Ambrogio, Brera, l’Università Statale e piazza Fontana – devastati dagli attacchi aerei del 1943 – affiancate agli scatti degli stessi luoghi realizzati durante il lockdown per la pandemia Covid-19 dal fotografo torinese Daniele Ratti.

[1] W. SZYMBORSKA, Possibilità, in Elogio dei sogni, Adelphi Edizioni, 2009

[2]11 maggio 1946 concerto della Liberazione, diretto da Arturo Toscanini, quasi ottantenne, esule dal 1931, dopo esser stato picchiato dai fascisti a Bologna per il rifiuto di dirigere l’inno del regime, Giovinezza.

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3 comments

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Giacomo

Conosco Paolo Colombo, lo seguo e sto leggendo i suoi libri. Belli e pieni spunti.

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bruno

bella storia. grazie
ciao
bruno

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Cesare Mocchi

Mi sembra però ci sia un errore nel rapporto fra costo di un’ utilitaria e gli stipendi medi. Per comprare una 600 servivano dieci stipendi *mensili*, non annui. Fossero stati annui, non l’ avrebbe comprata nessuno

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