QUANDO LO SGUARDO DISCRIMINA IL DOLORE

Razzismo, seconda generazione e violenza nella comunicazione sociale

L’Italia di oggi è attraversata da una frattura silenziosa ma profonda, che riguarda l’identità, l’appartenenza e il modo in cui viene riconosciuta l’umanità di chi è percepito come “altro”, anche quando è nato e cresciuto nel Paese. Il fatto di cronaca avvenuto il 16 gennaio 2026 all’istituto Chiodo-Einaudi di La Spezia, dove un adolescente è stato ucciso da un coetaneo, ha agito da detonatore simbolico. Alla violenza dell’atto si è sommata, quasi immediatamente, un’altra forma di violenza: quella della comunicazione pubblica, che ha trasformato il dolore di una famiglia in materia di giudizio collettivo, filtrandolo attraverso il cognome e l’origine dei ragazzi coinvolti.

Nelle ore successive alla tragedia, sui social network sono comparsi commenti come “finché si ammazzano tra di loro, va bene”, “giustificati” dal fatto che entrambi i giovani fossero figli di immigrati, sebbene nati in Italia. Non si tratta di reazioni marginali, ma di un riflesso culturale che emerge con forza nei momenti di crisi. È qui che lo sguardo discriminante compie il suo atto più grave: non solo giudica, ma seleziona il dolore, lo ridimensiona, lo rende meno degno di empatia. La vittima non è più semplicemente una vittima; diventa un simbolo su cui proiettare paure, stereotipi e rancori.

I dati ufficiali aiutano a comprendere quanto questo meccanismo sia strutturale e non episodico. Secondo il Censis, oltre il 52% dei giovani di seconda generazione ritiene che in Italia vi siano atteggiamenti razzisti diffusi, mentre il 62,4% dichiara di aver subito almeno una forma di discriminazione nel corso della propria vita. Più di un quarto, il 26%, afferma di sperimentarla ancora oggi. Si tratta di ragazzi e ragazze che frequentano le scuole italiane, parlano italiano come prima lingua e condividono abitudini culturali con i loro coetanei, ma che continuano a essere percepiti come esterni alla comunità nazionale.

Questa percezione ha effetti concreti. Studi Istat e ricerche accademiche mostrano che la discriminazione percepita è associata a livelli più alti di stress, ansia e sintomi depressivi, oltre ad una minore soddisfazione di vita. Non è solo una questione di riconoscimento simbolico: è una condizione che incide sulla salute mentale, sul senso di sicurezza e sulla fiducia nelle istituzioni. Il messaggio implicito che molti giovani ricevono è contraddittorio: sei italiano quando studi, lavori, rispetti le regole; ma non lo sei fino in fondo quando soffri, quando sei vittima di violenza o quando il tuo dolore chiede rispetto pubblico.

Il cognome, in questo contesto, diventa un vero e proprio marchio sociale. Non è un semplice dato anagrafico, ma un segnale che orienta lo sguardo altrui, una “ferita a stampo” che precede la persona e ne condiziona la percezione. Anche quando l’accento non tradisce origini diverse e il percorso di vita è pienamente italiano, il nome continua a segnalare una presunta estraneità. L’integrazione, così, resta un processo condizionato, sempre revocabile, mai definitivamente riconosciuto.

La sociologia definisce questo meccanismo come stigmatizzazione: l’attribuzione di caratteristiche negative a un gruppo per distinguerlo e tenerlo ai margini. Nei momenti di forte esposizione mediatica, come una tragedia scolastica, lo stigma si riattiva e trova nella comunicazione digitale un amplificatore potente. Commenti, meme, frasi violente circolano senza filtri, normalizzando un linguaggio che associa la violenza all’origine e cancella le responsabilità individuali e le complessità sociali. Secondo l’Osservatorio Vox Diritti, l’hate speech online in Italia colpisce in modo sproporzionato le persone con background migratorio, con picchi proprio in occasione di fatti di cronaca nera.

Le discriminazioni non si fermano al piano simbolico. Anche nel mondo del lavoro, i dati mostrano un divario persistente. L’Istat rileva che i cittadini di origine straniera, e in particolare quelli con cittadinanza non italiana, sperimentano tassi di disoccupazione più elevati e una maggiore concentrazione in lavori a bassa qualificazione. Indagini sul mercato del lavoro evidenziano come, a parità di competenze, un cognome percepito come “non italiano” riduca le probabilità di essere convocati a un colloquio. Questo significa che l’esclusione comunicativa e simbolica si traduce in ostacoli materiali, rafforzando un circolo vizioso di marginalità.

Il caso di La Spezia, quindi, non è un’anomalia, ma un punto di emersione. Mostra quanto sia fragile il riconoscimento dell’altro come parte integrante della comunità nazionale e quanto rapidamente l’empatia possa essere sospesa quando entrano in gioco pregiudizi radicati. Ripensare l’integrazione significa andare oltre le dichiarazioni di principio e interrogarsi sul linguaggio che usiamo, sulle narrazioni che costruiamo e sugli sguardi che posiamo sulle persone.

Dopo l’ondata di indignazione che segue ogni tragedia, resta spesso un vuoto. Le parole si consumano rapidamente, mentre i meccanismi che hanno reso possibile la violenza simbolica e comunicativa restano intatti. È in questo spazio, tra la cronaca e la memoria corta dell’opinione pubblica, che il tema della seconda generazione e del razzismo quotidiano continua ad agire in modo carsico, alimentando sfiducia e fratture sociali. Il rischio più grande è che episodi come quello di La Spezia vengano archiviati come fatti eccezionali, anziché letti come segnali di un disagio strutturale.

Le istituzioni educative sono uno dei primi luoghi in cui questa frattura si manifesta. La scuola, che dovrebbe essere spazio di uguaglianza e riconoscimento, diventa talvolta il teatro in cui le differenze vengono esasperate. Secondo dati del Ministero dell’Istruzione, oltre il 10% degli studenti nelle scuole italiane ha cittadinanza non italiana o un background migratorio, ma numerosi studi mostrano come questi studenti siano più esposti a fenomeni di isolamento, stereotipizzazione e aspettative più basse da parte degli adulti di riferimento. È una discriminazione sottile, spesso inconsapevole, che non si traduce in atti espliciti, ma che incide profondamente sul senso di appartenenza e sull’autostima.

La comunicazione pubblica gioca un ruolo decisivo nel rafforzare o contrastare questi processi. Quando il linguaggio mediatico insiste sull’origine, sul cognome, sull’“altrove” di chi è coinvolto in un fatto di cronaca, contribuisce a costruire una gerarchia implicita delle vite. Alcune meritano piena compassione, altre vengono raccontate come quasi inevitabili conseguenze di un’appartenenza sbagliata. È una dinamica che, come sottolineano diversi rapporti dell’Unar e dell’Osservatorio sul razzismo, alimenta un clima di normalizzazione dell’odio e rende socialmente accettabile ciò che, in altri contesti, verrebbe condannato senza esitazioni.

Per i giovani di seconda generazione, questo si traduce in una fatica identitaria costante. Non si tratta solo di sentirsi esclusi, ma di dover negoziare continuamente la propria legittimità a essere parte del “noi”. Le ricerche mostrano come molti di loro sviluppino un forte senso di appartenenza all’Italia sul piano culturale e affettivo, ma percepiscano una distanza sul piano del riconoscimento sociale. È una condizione che produce ambivalenza: da un lato il desiderio di partecipare pienamente, dall’altro la consapevolezza che il riconoscimento può essere ritirato in qualsiasi momento, soprattutto nei momenti di crisi o di esposizione mediatica.

Uscire da questa impasse richiede un cambio di paradigma che non può essere delegato solo alle politiche migratorie o alle riforme normative, pur necessarie. Serve un lavoro culturale profondo sul modo in cui raccontiamo la società e su come attribuiamo valore alle esperienze umane. Riconoscere il dolore dell’altro come uguale al proprio è un atto politico nel senso più alto del termine: significa riaffermare l’idea di una comunità fondata su legami di responsabilità reciproca, non su criteri etnici o simbolici di appartenenza.

Yuleisy Cruz Lezcano

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