DISCONTINUITA’ VO’ CERCANDO …
Una paroletta circola sempre più a Milano e Beppe Sala se l’è presa molto: non la sopporta proprio la “discontinuità”. Sussurrata sempre più spesso, emerge nel dibattito pubblico milanese come un fiume carsico, e prende a seconda di chi la pronuncia significati ed effetti diversi, molto diversi. Se per il centrodestra, “discontinuità” significa essenzialmente, e paradossalmente, espugnare il Comune di Milano, salvo naturalmente continuarne la politica urbanistica, per molti, a sinistra e non solo, indica la necessità di un cambiamento, di un cambio di passo.
Per parte sua, Alessandro Capelli ribadisce in una recente intervista al Corriere della Sera che l’esperienza dell’amministrazione milanese, pur complessivamente positiva, ha fatto il suo tempo, Di fronte all’acuirsi dei processi e delle tendenze critiche, che vedono Milano sempre più location privilegiata di eventi, popolata da ricchi vecchi e nuovi, overtourism, e sempre meno accessibile a molti dei suoi abitanti, servono una nuova visione, prima ancora che una nuova politica. Mal gliene incoglie: deve subito far fronte (troncare, sopire...) al mal di pancia del Sindaco, che in buona sostanza lamenta una crescente disaffezione, tanto incomprensibile, per lui, quanto questa amministrazione è figlia sua e dello stesso PD.
E non ha poi tutti i torti il primo cittadino, perché se è vero che ci ha messo del suo, e non poco, è anche vero che la sua azione, nasce e cresce ben coerente con la visione di trasformazione della città nutrita da larga parte del gruppo dirigente PD vincente nella rottamazione renziana, I nomi, li sanno tutti, nomi importanti che contano ancora, posizionati tuttora in gangli vitali del partito e delle istituzioni, nomi pesanti che Capelli può ignorare, pena aprire una crisi di difficile maneggio.
È vero infatti che l’esperienza milanese di questi anni trova in quei nomi gli alfieri (absit iniuria verbis) di visioni e di interessi che nel corso dell’ulitmo decennio ed anche prima hanno visto, è innegabile, il prevalere del cosiddetto “Modello Milano”. Più che un modello, in realtà un’esperienza non riproducibile, almeno in Italia, e soprattutto una visione politico sociale che, tra luci (sempre meno) ed ombre (sempre più), intreccia laissez faire immobiliare, marketing degli eventi ed attrattività mediatica. Milano come “prodotto” da vendere sul mercato internazionale, ben dentro una regia che tanto esclude i “condizionamenti” della comunità (istituzioni e sociale milanese), quanto accoglie volentieri quelli della filiera immobiliare, del turismo e del commercio.
Così in questi anni è “cresciuta” Milano, distribuendo ai pochi gran parte dei frutti generati da questa politica e lasciando ai molti i costi “avvelenati”. Così si è aperta la crescente frattura sociale che chiede, con il suo riconoscimento, anche la necessaria “discontinuità” nella gestione della cosa pubblica, nella ridefinizione della visione dello sviluppo futuro, della gerarchia degli interessi ed in definitiva della proposta politica. La distanza tra il moltiplicarsi ridondante degli eventi e la vita quotidiana delle persone trova anche in questi giorni la sua rappresentazione. Mentre le Olimpiadi aggiungono un altro capitolo e alla sequenza senza sosta dei grandi eventi e benzina al motore dello “sviluppo” milanese, ombre si allungano sulle principali opere ed infrastrutture olimpiche sulla città.
Luigi Corbani denuncia il regime di favore, diremmo anzi di privilegio, che la Giunta Sala ha concesso ai grandi operatori privati, culminata in questi mesi, con la vicenda dei cosiddetti “extracosti”. Coima ed Eventim realizzano il Villaggio Olimpico e l’Arena Santa Giulia, traendo il loro vantaggio dai proventi degli usi successivi delle opere, l’uno come Studentato (per 30 anni) e l’altro come luogo di eventi. La narrazione di comodo vorrebbe accreditare l’operazione come senza costi per il pubblico, ma a ben vedere le cose non stanno proprio così, se l’area su cui sorge il Villaggio Olimpico era pubblica (FFSS) ma “opportunamente” a suo tempo ceduta a privati, se la “sostenibilità” dello studentato (leggi canoni d’affitto agli studenti) è stata finanziata da fondi del Ministero e del Fondo nazionale per l’abitare sociale e se il rischio imprenditoriale (extra costi) viene garantito dal Comune di Milano, complice il Ministero dello Sport.
Insomma, paga sempre Pantalone. Per finire, il Comune nega gli atti ad AltraEconomia: cosa si vuole nascondere e perché?
Ce ne sarebbe quanto basta per dare una qualche concretezza alla ricerca della “discontinuità”, ma Capelli, che ha i suoi vincoli interni, non intende “disturbare il manovratore”: le settimane olimpiche saranno invece utili per “staccare”, per lavorare sull’agenda di fine mandato, prima tappa della road map che dovrebbe portare il PD al quantum possibile di “discontinuità”, naturalmente attraverso un complesso processo deliberativo per giungere, si spera, all’individuazione della visione, del programma ed infine alla scelta del nome del candidato Sindaco del centrosinistra. Un percorso complesso, a cui non si possono negare buone intenzioni, ma che corre il rischio più che concreto di riprodurre i meccanismi “di distrazione di massa” già visti nella vita del PD locale e nazionale, dove in buona sostanza il moltiplicarsi delle arene di discussione ed elaborazione non trova alla fine luoghi di sintesi e decisione. A questo semmai pensano poi i “caminetti” ed i capibastone in servizio permanente effettivo.
Come diceva John Lennon, “la vita è quello che succede mentre fai progetti” e non vorremmo che mentre il PD discute senza sosta e fa progetti, della “discontinuità” che davvero interessa alla città non rimanesse altro che un insieme di ponderosi documenti, accorati appelli, interminabili incontri e dettagliatissimi punti programmatici su carta. Alcune questioni formano invece oggi il terreno di confronto per avviarsi effettivamente sulla strada della “discontinuità” e se l’Olimpiade ne deve restare proprio fuori, molte altre sono ancora più rilevanti ed urgenti. L’elenco è lungo, ma si potrebbe pensare al Piano Casa (ancora un’astrazione), o alla nuova stagione del welfare ambrosiano coinvolgendo le partecipate comunali, o alla revisione del PGT, che sarà pure tecnicamente impossibile nel tempo rimasto (ma chi l’ha perso finora?) ma è da avviare, ad una robusta revisione degli oneri di urbanizzazione, essenziali per dare gambe (risorse) alla discontinuità, oppure su di un livello istituzionale, alla revisione di alcune deleghe di peso in Giunta.
È vero, nelle condizioni date, la discontinuità diventa un esercizio di alta acrobazia, è vero il centrosinistra non può dividersi ad un anno e mezzo dalle prossime comuncali, è vero la guerra di posizione, quasi gramscianamente, si combatte tra una casamatta e l’altra, è vero il PD è un’arena dove i galli cantano e stonano in lotta tra loro, ma alla fine Milano può attendere ancora e fino a quando? Fino a che punto la continuità di un’esperienza politica può fare velo alla domanda di discontinuità che viene dalla città?
Giuseppe Ucciero

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