I COLTELLI E IL SINDACO DI LA SPEZIA

Il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, a capo di una giunta di destra, commentando il tragico episodio avvenuto in una scuola della sua città, ha con onestà e incautamente chiarito che cosa pensano molti, della sua parte politica e non solo, a proposito di immigrazione e a proposito del rapporto tra immigrazione e criminalità, riducendolo ad una questione di etnie: “E’ chiaro che l’uso dei coltelli arriva solo in certe etnie”… Poi, dopo le amare considerazioni ascoltate e lette, Peracchini si è emendato: “Intendevo parlare di subculture giovanili, non di etnie”. Difficile però confondersi tanto…

Ma c’è un giornale che ha fatto di meglio dal punto di vista della sintesi e della chiarezza, attingendo ad un linguaggio che sa di nazismo… Ci riferiamo al Tempo, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone, già segretario dei radicali italiani. Scriveva il Tempo, un titolo a piena pagina, prima pagina: “Feccia”. “Feccia”, secondo Capezzone, sarebbero quei disgraziati spediti in Albania per occupare i container allestiti dalla Meloni (quanto ci costeranno alla fine?) e rimpatriati dai magistrati, in osservanza di norme dell’Unione europea (neppure troppo sottinteso l’ennesimo attacco ai magistrati in vista del referendum), spediti sulla base di una sentenza annunciata senza ricorrere a un processo: “Sono tutti criminali”.

Sono espressioni che ci possono indignare, ma che riflettono quel fondo rancoroso, vendicativo, punitivo, pauroso che magari celiamo (malgrado la licenza sia ormai ampia, chi riconoscerebbe d’essere razzista?), ma che resta incistato nella società italiana, dal fascismo delle leggi razziali, a premiare le politiche che “parlano alla pancia”.

È dal primo comparire degli immigrati nel bel paese che ci inventiamo espressioni e giudizi, dapprima bonari magari, poi sempre più violenti, dall’antico e ormai dimenticato “vu’ cumprà” a “ci rubano il lavoro” e “portano malattie”, dalla metafora bellica come “invasione” a quella catastrofista come “ondata” o “valanga”.

Adesso è il “crimine” a suggerire le parole chiave. Smentito che ci rubino il lavoro e che trasmettano malattie (sono stati semmai gli immigrati a subire le nostre malattie, per conseguenza di condizioni di vita assai precarie), ridimensionati i numeri (siamo, dopo mezzo secolo, a cinque milioni e mezzo, cioè il nove per cento della popolazione italiana), è la denuncia della criminalità e dei pericoli che ne conseguono ad alimentare la retorica politica e ad amplificare le paure dell’opinione pubblica.

Ovviamente, come dimostra l’esempio citato, attraverso giornali e tv, megafoni ormai spesso della più trita propaganda e delle più banali falsificazioni, attraverso peraltro una esasperata e patologica attenzione riservata a determinati eventi criminosi, attraverso forme di spettacolarizzazione, alimentando una curiosità morbosa e malata. Tanto più se il “colpevole”, tale o presunto, è un immigrato e la “colpa” antropologicamente individuata oscura i “vuoti” della nostra accoglienza, sempre ferma ad una cultura dell’emergenza, e occulta le responsabilità nostre e della nostra politica, mentre tutto spiega che negazione dei diritti e induzione a delinquere marciano assieme.

Ci sono dati che lo confermano, perché le persone denunciate senza permesso di soggiorno sul totale degli stranieri denunciati è, negli ultimi anni, mediamente del settanta per cento. Una percentuale elevatissima. Abnorme se si pensa che gli irregolari costituiscono una quota mediamente attorno al dieci per cento del totale degli stranieri presenti nel territorio italiano. Questo significa che il dieci per cento degli stranieri commette il settanta per cento di tutti i reati attribuiti agli stranieri, reati che non sono più del trenta per cento di quelli che si contano in totale in Italia e “firmati” dai nostri connazionali. Insomma è certo il nesso tra condizioni del cittadino immigrato e criminalità, tra assenza di diritti e ricorso al crimine.

Una condizione di invisibilità giuridica, mentre esclude quasi completamente da un processo produttivo, diventa un fattore che incide sulle scelte soggettive, rendendo reati contro la proprietà, il patrimonio, o reati legati alla vendita di stupefacenti, soluzioni percorribili. Chi non si sente tutelato, chi non può lavorare si costruisce una via d’uscita oltre la legalità.

Si potrebbe aggiungere molto attorno a questo: ad esempio che l’immigrazione è stata per lungo tempo e ancora adesso maschile, di uomini giovani, soli, per questo più “disposti” ad agire incuranti della legge e delle possibili punizioni, uomini che si muovono per lo più “all’aperto”, quindi più facilmente rintracciabili (non sono colletti bianchi, spacciano nei giardini o strappano una catenina), meno organizzati, più improvvisatori. Ancora, se si analizza l’esito dei processi, si può scoprire che le condanne sono più lievi e non certo per la generosità dei giudici (questo potrebbe affermare adesso la destra in campagna referendaria), ma in ragione dello scarso rilievo dei delitti, estorsioni, scippi, furti…  Come mostrano i dati Antigone, la forbice tra detenuti stranieri e italiani aumenta all’aumentare della pena. I primi costituiscono quasi la metà di tutti i detenuti che scontano condanne inferiori a un anno, ma appena il dodici per cento per quelle superiori ai vent’anni.

Può valere la strada soltanto della repressione? O è vero piuttosto che i diritti dei migranti, imperniati sul rispetto della dignità umana e della legalità, andrebbero coniugati con un’attività corretta di informazione ed educazione all’integrazione?

I governi italiani, in modo più o meno accentuato, si sono sempre dati l’obiettivo del contenimento: frenare o fermare, dirottare i percorsi verso altre mete, respingere, rimpatriare… Senza riuscire a riconoscere che siamo di fronte a un fenomeno irreversibile, come è avvenuto nei secoli passati, immancabilmente: pensiamo alle partenze degli italiani dall’inizio del Novecento in avanti, pensiamo agli esodi di milioni di esseri umani da una regione all’altra d’Europa alla fine della seconda guerra mondiale e ancora oggi nelle aree più tormentate del globo.

Politiche inclusive possono ridurre significativamente la criminalità. Garantire uno status legale agli immigrati non solo facilita l’integrazione economica e sociale, ma porta anche a una riduzione dei comportamenti devianti. Al contrario, misure restrittive che criminalizzano gli immigrati irregolari o impediscono loro di lavorare possono paradossalmente aumentare la criminalità. Quando gli immigrati non hanno accesso al mercato del lavoro legale, sono più vulnerabili a forme di sfruttamento o attività illecite per sopravvivere.

Promuovere la partecipazione economica, affrontare le percezioni errate e investire nell’integrazione sociale rappresentano strumenti chiave per costruire società più giuste e sicure. Solo superando le narrazioni basate sulla paura e guardando ai dati si potrà realmente comprendere e valorizzare il ruolo degli immigrati nelle nostre società.  Anche spiegando la necessità e l’utilità, per noi, dell’immigrazione.

Eppure è ancora “sorvegliare e punire” il motto di questo governo. I decreti sicurezza, quello passato e quello a venire, moltiplicano i reati (ne sono stati introdotti sessanta), inaspriscono le pene, legittimano più poteri preventivi e repressivi, sacrificando libertà civili e possibile coesione sociale.

La “sicurezza” è un tema, è paura, percezione del pericolo e di una costrizione e insieme aspirazione alla tranquillità. Sentimento di qualsiasi cittadino.

Ma l’esercito in strada non è la soluzione, a meno che non si abbia la vocazione a “militarizzare” qualsiasi vicolo, qualsiasi anfratto. Tanto più che sono i “piccoli reati” dei “maranza”, gli atti di teppismo, le violenze tra giovani che soprattutto inquietano. Ma si torna da capo: come può semplicemente una azione poliziesca rimediare?

Si parte da lontano: dall’integrazione, dal riconoscimento dei diritti, da condizioni di lavoro dignitose, dalla possibilità di una abitazione decorosa, dai ricongiungimenti: le famiglie ricostruite sono una ragione di solidità, di responsabilità. Si dirà che, come avvenuto anche a La Spezia, protagonisti della scena criminose sono giovani, ormai italiani, immigrati di seconda generazione: ma anche in questo caso il ragionamento non cambia, famiglia e scuola sono i perni di integrazione, di riconoscimento del valore di una società, di sensazioni di appartenenza. Giustizia sociale, cultura, conoscenza, per sentirsi coinvolti nei progetti di una collettività. L’esclusione conduce sempre al peggio.

Oreste Pivetta

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