MILANO SCONOSCIUTA
“Milano, la bella, la simpatica Milano, la igienica, la splendida Milano, è decantata dai borghesi per il suo Duomo, per la sua Galleria, per i suoi monumenti, per i suoi palazzi alti e magnifici, per il suo ridente e sempre fiorito giardino, pei suoi corsi spaziosi, per le sue luminarie, per le sue vie lunghe e larghe. Nessuno immaginerebbe di trovare in questa capitale morale viottoli ove non scende mai raggio di sole, vicoli cosparsi di detriti, crocicchi dove si respira un’aria graveolente di miasmi micidiali, angiporti che vi costringono a rimboccarvi i calzoni tanto sono coperti di immondizie e di escrementi nauseabondi.
Nessuno penserebbe di rinvenire nella città che dà la dote alla Scala e sciupa migliaia di lire per una trachea o due gambe di ballerina ; nella città dove il ceto privilegiato calpesta i tappeti persiani e vive nella grandiosità degli àppartamenti profumati, catapecchie tutte a crepacci, umide, scrostate, diroccate, buie, puzzolenti ; con scale di legno, con ballatoi tenuti assieme dalla fune , con stanzacce dalle pareti bituminose e dal suolo immelmato, dove i sorci , i ragni , gli scarafaggi, le cimici, le pulci, i pedicelli, gli scorpioni, i pidocchi, le mosche, le zanzare hanno il loro costante domicilio.
Quando c’ingolfammo in quelle bolgie infernali , quando aspirammo la putredine pestilenziale di quelle morte gore, quando ci trovammo negli stambugi calcati di miseria e di carnaccia plebea , ci sentimmo affluire il sangue al cervello, mentre che una imprecazione ci erompeva dal petto esasperato!….È là, tra il russare affannoso e le flatulenze delle digestioni, tra le esalazioni cutanee, e le fetide traspirazioni, tra la voce catarrosa del vecchio e i gas delle spazzature, che credemmo rimanere asfissiati. Che tanfate di puzzo! È in quelle mude della nequizia sociale che la gentaglia, la marmaglia, la popolaglia, la bordaglia, la disprezzata, la ripudiata, la maledetta, la vituperata canaglia passa le notti nella cruda stagione Quante volte avranno invidiata la cuccia al cane di un borghese, lo strame in cui s’adagia il bove, la cella in cui geme il condannato!”.
Con queste parole Paolo Valera oltre un secolo fa faceva la controstoria della Milano capitale morale d’Italia. Quest’anno è il centenario della sua morte e ci pare giusto tornare a ricordarlo.
Nato il 18 gennaio 1850 a Como da Paolo, venditore ambulante di fiammiferi, e Ambrosina Bianchi, cucitrice, trascorre i primi anni in estrema povertà. Nel 1870 si trasferisce a Milano nelle case di via Terraggio, zona al tempo sottoproletaria. Si arrabatta lavorando come facchino, magazziniere e imbianchino, finché viene assunto come impiegato del dazio comunale.
Collabora con i periodici della scapigliatura democratica: Gazzettino Rosa, Preludio, Don Marzio, La Plebe, Il Secolo, Il Caricaturista, La Farfalla. L’ultima collaborazione viene interrotta da un duello con il suo editore nel quale verrà ferito.
Nel 1878 conosce Anna Kuliscioff e inizia la militanza politica socialista durata fino alla morte partecipando al Congresso socialista dell’Alta Italia a Chiasso, nel 1879 pubblica Milano Sconosciuta il libro per il quale da solo meriterebbe un ricordo cittadino, uscito come reportage sulla rivista la Plebe a firma Caio dal 26 marzo al 30 settembre 1978.
Il libro è un’indagine sociale romanzata, un feuilleton a tinte forti pieno di sesso e sangue che con un pastiche linguistico che mescola neologismi e dialetto svela l’altro volto della città.
Per quest’immersione nel ventre della città Valera sarà definito “palombaro sociale”. Non che mancassero altre “indagini romanzate”, da Milano in ombra, abissi plebei di Ludovico Corio, a Sorveglianti e sorvegliati dell’ex funzionario di polizia Paolo Locatelli (che significativamente sottotitola Appunti di fisiologia sociale presi dal vero), a Scene contemporanee della Milano sottoterra di Francesco Girelli, ma nessuno ottenne il successo di Valera, che ebbe svariate edizioni e rimaneggiamenti e ancora oggi è nel catalogo di diversi editori.
Subito ci si accorse dell’importanza del testo, scrive un contemporaneo: “Benché topo di libreria, sulle miserie della nostra Milano non ricordo alcun’opera, che si possa paragonare a quella del Valera, per l’inesorabile verismo dei fatti e delle descrizioni, la crudezza delle tinte (talvolta fin troppo spinta) e la temerarietà dell’autore nello svelare qualsiasi magagna sociale. Soltanto le persone assolutamente spregiudicate ed avvezze ai quadri più desolanti potranno leggere da cima a fondo la Milano sconosciuta ed anch’esse con molte riserve su certe conclusioni, narrazioni, immagini, frasi, ecc. Il meno che possa succedere al signor Valera è quello di venir lapidato.”
Ma alla città non piace essere criticata e sul libro fu subito polemica.
Un gruppo di intellettuali milanesi capeggiati da Cletto Arrighi, già deputato radicale e autore del romanzo La scapigliatura, pubblica una sorta di contro indagine: Il Ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale, reportage, che così polemizza con Valera: “In questi ultimi tempi i libri pieni di laidumi e di cattivi odori spesseggiarono tanto, che è proprio venuto il tratto di tornare al decente ed al fragrante… Chi scrive queste pagine si è chiesto qualche volta d’onde fosse venuta a quei pubblicisti la smania di razzolare nel putridume, di scarnificare le piaghe purulenti, di fiutare tanti fetori, di descrivere tanti odiosi spettacoli e soprattutto di ripetere tante cose puttanesche ormai sapute e risapute anche dai cretini. E tutto ciò con quelle frasi epilettiche, esagerate o sciatte, che non dicono ormai più nulla perché hanno l’aria di volerne dir troppo. Cos’è in nome di Dio questa nuova apoteosi della puzza e della sporcizia… Disgraziati pubblicisti, condannati a tanta jattura volontaria della vista, dell’udito e dell’olfatto, io vi compiango… Oh tu Paolino, che tanto ti affannasti co’ tuoi lerci opuscoli per ingolfarti nelle bolgie maledette ad aspirare senza neppur turarti il naso la pestilenziale putredine di quelle morte gore… Noi dichiariamo schiettamente che non ci agita nessun pensiero di rivoluzione sociale…”.
Valera mette in discussione gli anni dell’Esposizione Nazionale, celebrata da Verga e Capuana, quando Ruggero Bonghi conia il termine Milano Capitale Morale d’Italia.
Dopo il successo di Milano sconosciuta (delle otto edizioni Valera vivente non ve n’è una eguale all’altra) pubblica: I lupanari di Mantova, dedicato alle sue amate prostitute e Gli scamiciati Seguito a Milano sconosciuta, anche in questo caso un viaggio-inchiesta, ambientato lungo il Naviglio, sul Barchett di pover, il Barchett de Boffalora, in compagnia di una banda di ladruncoli.
Nel 1882 pubblica per la Biblioteca battagliera il romanzo a sfondo biografico Alla conquista del pane) nel quale narra le vicende di un quindicenne che dalla campagna si trasferisce in città e racconta della lotta per la sopravvivenza sua e di altri.
Negli stessi anni firma, con lo pseudonimo di Giuda Iscariota, numerosi articoli per Il Secolo e il Fascio operaio. Nel 1881 fonda il giornale “anarchico” di Milano, La lotta, e dal 1882 scrive per il Tito Vezio. Giornale degli schiavi bianchi, i salariati del XIX secolo, di cui diviene direttore.
Nel 1883 va in scena la sua prima opera teatrale in dialetto milanese, dal romanzo sociale alla commedia sociale: Ona scenna de la vita. La compagnia teatrale è importante, quella del Ferravilla, al tempo il maggior attore milanese. Il rapporto tra autore e attore sfocerà in un feroce litigio.
Definito dall’impresario-attore “scrittore immorale”, il nostro si vendicherà dedicandogli, come farà con tutti i suoi amici e avversari, un pamphlet, Gli istrioni del teatro milanese, e poi un’altro dedicato alla prima donna della compagnia Emma Ivon al veglione. Mal gliene incolse; l’attrice (Emma Allis) era stata ai tempi di Firenze capitale una delle amanti di sua maestà Vittorio Emanuele e i giudici ci andarono pesante; condannato per diffamazione a mezzo stampa, espatria prima a Parigi poi a Londra dove resterà dieci anni rientrando quando le condanne passeranno in prescrizione
Al teatro Valera restò sempre legato, tant’è che al Congresso socialista di Imola del 1902 con Podrecca, Ojetti, Pescetti, e Sarfatti presentò un ordine del giorno perché il partito si interessasse dell’“industria” teatrale denunciandone il controllo da parte di pochi impresari.
A Londra farà il corrispondente per Il Secolo, Il Messaggero, l’Italia del popolo e Critica sociale. I suoi reportage su Jack “lo squartatore” furono autentici capolavori di giornalismo popolare. Lì scriverà un volume sui bassifondi londinesi nel quale il racconto delle avventure dell’esule si intreccia con episodi di cronaca nera e giudiziaria londinese, Londra sconosciuta. Ne sono protagoniste le prostitute o, meglio, le “giovinotte del marciapiede”. In contemporanea esce Amori bestiali, più volte ristampato.
Al ritorno in Italia è ormai riconosciuto come giornalista di successo e autore popolare e autorevole, tant’è che Turati sarà prefatore di un suo saggio politico, L’insurrezione chartista in Inghilterra. Frequenta il mondo del giornalismo e dell’intellighenzia e dello spettacolo milanese.
Reintrodottosi nella vita politica viene condannato a un anno e sei mesi per i fatti del 1898 a Milano. Sulla vicenda della sua detenzione pubblicherà di getto nel 1899 un resoconto, Diario di un condannato politico nel reclusorio di Finalborgo che, rimaneggiato e ripubblicato, prende altri titoli: L’assalto al convento, Dal cellulare a Finalborgo.
Nel 1912 Valera annuncia sulla «Folla» un nuovo romanzo dal titolo Per ammazzare il Corriere della Sera, che non viene però pubblicato, e sarà ritrovato in Svizzera pochi anni fa.
Del 1913 è una fondamentale storia, Le terribili giornate del maggio ’98: fulminante la sua definizione degli eventi: “cinque giornate di Milano alla rovescia”. A proposito di questo romanzo inchiesta reportage, scrive Gian Domenico Basile: “Valera parte da un presupposto assai chiaro, l’idea che la scrittura e la letteratura siano delle armi cui lo scrittore deve ricorrere, con consapevolezza politica, per prendere parte alla lotta di classe in atto tra gli oppressori e gli oppressi.”.
Non c’è libro di storia che parlando delle cannonate di Bava Beccaris non faccia riferimento al libro di Valera, che tra l’altro scoprì che l’unica vittima tra i militari, tale Gaetano Tomasetti (insignito di medaglia d’argento alla memoria), era invece stato freddato sul posto dai commilitoni perché si era rifiutato di sparare sulla folla.
Nel 1901 pubblica il romanzo La Folla, (editore la Tipografia degli operai), forse il suo capolavoro, ambientato tra gli anni 1867 1884 nel Casone del Terraggio in Porta Magenta; La Folla, scrive Giovanni De Feo, “si inserisce apparentemente in quel filone del romanzo di inchiesta che guarda all’opera di Emile Zola come al suo modello … ma costituisce un fenomeno isolato, un ibrido a mezza strada tra un’inchiesta sensazionalista e un ‘anti-romanzo’ senza centro e senza protagonisti … Obiettivo ideologico de La Folla è quello di dare volto e identità al quarto stato” e Minonzio: “romanzo innovativo nella letteratura italiana anche per l’originalità dello strumento stilistico e delle soluzioni formali”.
Grazie al successo del romanzo fonda una delle molte riviste della sua vita di autore editore, quella che però lo inserisce a pieno titolo nella storia del giornalismo italiano: La Folla, settimanale, che ebbe due stagioni, dal 1901 al 1904 e dal 1912 al 1915, e fu tra le riviste di Valera, quella più diffusa e più importante arrivando a vendere anche 30.000 copie.
La Folla ebbe un ruolo importante nel dibattito politico dando voce alle componenti più radicali del socialismo lombardo senza però mai essere organo di correnti o gruppi, dipendendo in tutto dal solo Valera, i pochi collaboratori si firmavano “follaioli”.
Il primo editoriale iniziava così: “Tutti capiscono che noi siamo della folla, per la folla, con la folla, come Tolstoj. Perché della folla abbiamo i gusti, le idee, le aspirazioni […] La folla è una massa virile che vuole prendere posto nella storia, è una testa con la voce imperiosa e col verbo che è tutta una sollevazione”.
La Folla è una rivista importante nella storia d’Italia perché è il trampolino di lancio di un altro giornalista derangé, Mussolini Benito che Valera aveva conosciuto a Trento.
Grazie al settimanale, Valera diventa un protagonista della vita politico-giornalistica milanese, ma questo non gli impedisce di pubblicare di tutto e di più, a volte con supplementi alla testata a volte autonomamente a volte presso editori terzi. Se il successo del romanzo, come ha scritto Attilio Mangano, favorì la formazione di qualcosa di simile a una corrente politico-culturale, penalizzò il romanzo in quanto tale, il che spiegherebbe anche perché gli studi sul Valera romanziere sono relativamente pochi rispetto a quelli sul Valera giornalista politico.
I filoni espressivi di Valera furono fondamentalmente tre con spesso Milano al centro dell’azione.
a) Quello scandalistico: La regina Vittoria. Vita intima ed annedottica; Vita intima e annedottica di Prospero Moisè Loria fondatore dell’Umanitaria (vi attacca il mecenatismo progressista milanese); Bagasceri e bagascie una dinastia vivente (non proprio un’agiografia dei Savoia); I gentiluomini invertiti: echi dello scandalo di Milano, storia omofoba di una crisi politico sessuale al comune di Milano che comportò le dimissioni di sindaco e assessori.
Il processo celebre, del 1910, fu dedicato a quella madame Steinheil tra le cui braccia morì il presidente francese Felix Faure (quello a cui Zola indirizzò il famoso “j’accuse”), pare per un eccesso di cantaride durante una fellatio (da lì il nome “pompa funebre” affibbiato alla signora), che scatenò l’interesse di Valera e il successo commerciale dell’opera. Rivisto in alcune parti, il libro uscì nella nuova versione nel 1923, con il titolo La donna più tragica della vita mondana. Romanzo ambientale; il sesso fu una delle componenti del successo di Valera così come di Notari, Marinetti, Guido Ario, Cesare Tronconi, Walter Adorf, Millo da Milano, Mario Mariani, Adriano Tilcher, etc
Il romanzo del mio tempo, pubblicato in ottanta appendici su Avanti! dal 26 marzo al 28 agosto 1906, dove tra l’altro attacca gli editori, chiarendo perché fosse lui stesso diventato parte della categoria: “per una liberazione per tutti noi vittime degli editori che inghiottiscono i lavori senza dar nulla a chi li produce […] è la crociata contro le piovre del libro […] ho da vendicare i miei romanzi”, in realtà molti suoi titoli sono stati ristampati anche in tempi recenti.
b) Quello politico giudiziario poliziesco, nel cui ambito brilla L’Assassinio Notarbartolo e le gesta della mafia, che rappresentò forse il primo romanzo inchiesta – giudiziario – complottista della nostra storia letteraria. Narra la vicenda dell’assassinio con ventisette pugnalate, il 1° febbraio 1893, nel tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, di un esponente della Destra storica, Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, già sindaco di Palermo (1873-1876) e direttore del Banco di Sicilia (1876-1890), uomo con fama di specchiata onestà. Mandante sarebbe stato l’onorevole Raffaele Palizzolo. Per la cronaca, dopo una prima condanna a trent’anni il mandante fu assolto e ritornò a Palermo da trionfatore, grazie anche a una campagna stampa orchestrata dai Florio, e all’intervento di Giolitti che fece annullare la prima sentenza per vizio di forma. Nello stesso filone, Valera pubblicherà nel 1902 Murri-Bonmartini il più grande delitto di lusso dei tempi moderni: narrazione documentata, dedicato a uno dei casi giudiziari che, nello scorso secolo, coinvolse insieme la politica, le istituzioni ecclesiastiche, l’opinione pubblica. Al centro dell’intrigo, un omicidio nato all’interno di una saga famigliare, ed extraconiugale, in quel di Bologna.
c) Quello dei reportage inchiesta tra i quali, con i citati Milano sconosciuta, Scamiciati e La Folla va ricordato I miserabili di Milano, del 1908.
Nel filone, particolare interesse ha il reportage racconto La guerra è guerra. Impressioni sulla spedizione in Libia pubblicato nel 1912 come supplemento al settimanale La Folla, che a suo dire vendette centomila copie. La vicenda è nota: durante la guerra di conquista della Libia, il 23 ottobre 1911 a Sciara el Sciatt, oasi non distante da Tripoli, vi fu un fatto d’arme che comportò per le truppe italiane circa quattrocento morti, molti dei quali, secondo la testimonianza del bersagliere Felice Piccioli, torturati dopo essere stati fatti prigionieri. La rappresaglia italiana fu feroce. In un suo libro dedicato all’impresa coloniale italiana Del Boca scriverà di almeno quattromila arabi uccisi e di 3.425 deportati in venticinque penitenziari italiani, la più parte alle isole Tremiti e a Ustica, Ponza, Caserta, Gaeta, Favignana.
Valera che – va ricordato – per gli appelli alla disobbedienza civile era stato arrestato, non ebbe paura e denunciò sia la strage che il suo seguito avvalendosi anche di molte fotografie probabilmente ottenute grazie ai suoi trascorsi londinesi
A metà strada tra reportage e saggio storico furono anche le numerose biografie politiche: Francesco Nitti (1919), Luigi Cadorna nei suoi disastri militari (1919), Giovanni Giolitti ambientato nel casaldiavolo delle radiose giornate fino all’occupazione delle fabbriche e alla tatuazione dei pescicani e delle loro femmine (1920). Sul generale il giudizio suona, e non sorprende, piuttosto netto: «Cadorna si è rivelato un vero criminale. E i signori vorrebbero riabilitarlo. Roba da decimarli tutti insieme. A me due ore di ghigliottina!».
Imperdibili i suoi ritratti parlamentari nella rubrica, Moribondi di Montecitorio.
La lingua di Valera è brillante, unica, creativa con ampi rimandi al dialetto e innumerevoli neologismi. Qualche esempio? Branda loffia, acquavite pessima; cirlinn ragazze; el pist prete; fongo de bavosa ombrello di seta; galba minestra; pantofolizzare banalizzare; apoteosatore celebratore; revolveratori gli assassini; chiesaiuolismo; sbocconare trangugiare; rigolettata pagliacciata; guanguana prostituta; marconi lenoni; mestee amante; oli carabinieri; sabaudo vino barbera; scaglioso pesce; strenciose manette; buganderia lavanderia.
Trova anche il tempo di fondare altre riviste: L’amore illustrato settimanale che annuncia in 110.000 copie, Mago Bum dedicato ai bambini dalle 20.000 copie annunciate, il settimanale La nuova commedia umana (chiuderà per via di un feroce attacco di Valera ai massoni, che erano tra i finanziatori della testata). Pubblica oltre che un immancabile Storia della prostituzione, un Manuale di cucina con 10.000 ricette (dice la pubblicità), una biografia di Cavallotti, le poesie di Carlo Porta e fa anche il traduttore: il caso più noto, Quo vadis di Sienkiewicz.
Il biennio cruciale per Valera politico inizia il 7 luglio 1912 a Reggio Emilia, quando si svolge il XIII Congresso del Psi che decide l’espulsione di Bissolati e Bonomi. Valera appoggia Mussolini che conosceva dai tempi del suo soggiorno trentino del 1909. Il futuro duce esce dal congresso vincitore nelle votazioni, ma senza alcun incarico rilevante.
Valera gli mette allora a disposizione La Folla per una serie di articoli che Mussolini firma con lo pseudonimo “L’homme qui cherche”.
Mussolini, sia pure dietro pseudonimo, diventa una firma di punta della rivista. La collaborazione tra i due è così stretta che talvolta le stesse vittime dei loro attacchi non sanno se a scrivere è Valera o Mussolini. Domanda che si pone anche Anna Kuliscioff a proposito dell’articolo L’amleto del socialismo italiano dedicato a Turati, pubblicato il 9 marzo 1913 su La Folla.
Il tono della polemica con i riformisti è quello solito di Valera: “… una settimana di gonorrea riformista… sono i leticoni e i piagnoni, sono gli svirilizzati. Sono loro i Turati, i Rigola, i Treves gli eterni follofobi… hanno imbastardito e mutilato il pensiero della rivoluzione socialista… Hanno portato il proletariato nella zona del giolittismo… essi hanno sempre temuto l’unione dei rossi. Con la scomparsa dei litigi sarebbe la loro fine… guardiamoci dal neo-giolittismo che avanza sibillinamente in veste dell’attuale riformismo. Bisogna vigilare e renderlo innocuo. Bisogna isolarlo. Ci appesta con colonne corrieriste. Interniamolo in un lazzeretto di benessere. Isoliamolo”.
E ancora, il 28 giugno 1914: “i turatiani hanno sconfessato il mussolinismo. Se Filippo Turati non fosse al disopra dei sospetti lo si direbbe un poliziotto o un agente provocatore”. Quel “se” viene presto a cadere: «[…] buttiamoli a mare. Non sono più dei nostri. Forse non lo sono mai stati. Elevati ai primi posti del socialismo ci hanno ringraziati con dei calci”.
Da La Folla parte l’attacco pianificato del tandem Valera Mussolini al direttore ed agli amministratori dell’Avanti! accusati di eccessivo interesse agli stipendi e alla poltrona. Giovanni Bacci, che era stato nominato direttore dopo il congresso, è accusato di essere una testa di legno dei riformisti.
Bacci si dimette, consentendo a Lazzari di nominare direttore dell’Avanti! Mussolini, considerato capace ed esuberante ma tutto sommato ingenuo, a tutti gli effetti consegnandogli la leadership del Psi massimalista. Mussolini, nonostante avesse ottenuto quel che voleva, e facesse decollare le vendite del quotidiano, non smette di collaborare a La Folla.
Paradossalmente sarà proprio Valera ad impedire il primo ingresso di Mussolini in parlamento, quando alle elezioni suppletive per il seggio che, nel collegio Milano 6, era stato lasciato libero da Treves, farà l’impossibile (andò fino a Parigi per convincere l’esule) perché sia candidato non l’amico ma Amilcare Cipriani, eroe della Comune di Parigi, garibaldino repubblicano. Cipriani viene eletto nel gennaio del 1914 ma non entrerà in parlamento perché non presta giuramento.
Angelica Balabanoff ricorda nelle sue memorie lo spirito di emulazione che Mussolini aveva nei confronti di Valera: “Spesso Mussolini prolungava la nostra passeggiata soffermandosi…Hai letto l’articolo di Valera? È pazzesco! Poi aggiungeva in tono sardonico. Scommetto che il mio articolo sarà ancora più pazzesco”.
Nonostante gli infortuni elettorali, oggi definiremmo Valera il primo campaign manager di Mussolini, quello che gli ha consentito di diventare un personaggio nazionale. Valera precederà Mussolini nello schierarsi nel fronte interventista, pubblicando il 4 ottobre 1914 il manifesto del neonato Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista con le firme di Corridoni, Alceste de Ambris, Attilio Deffenu, Olivetti, Libero Tancredi ed altri; sullo stesso numero compaiono un articolo di Kropotkin favorevole all’intervento e uno di Cesare Battisti.
Il rapporto continua sempre più stretto. Sarà Valera su La Folla ad annunciare in anteprima sia le dimissioni di Mussolini dal quotidiano socialista, sia l’uscita del nuovo giornale Il Popolo d’Italia (il cui titolo, del resto, era stato deciso a casa sua):
Il nuovo quotidiano come primo allegato letterario ripubblicherà il romanzo La Folla, simultaneamente accreditamento popolare, contributo economico e dimostrazione della solidità del rapporto tra Valera e Mussolini.
Con l’uscita però de Il Popolo d’Italia, come scrive lo stesso Valera, cessa la consuetudine della condivisione quotidiana: “La sera in cui divenne proprietario del Popolo pranzammo insieme al ristorante Casanova, Mussolini era nervosissimo, non mangiò anzi mangiò delle foglie di lattuga romana inzuppate nel sale. Sembrava un selvaggio. Prendemmo il caffè al Biffi. Io e la mia compagna lo accompagnammo alla redazione del suo quotidiano, un piccolo studio disadorno e pieno del suo cervello. Lo salutammo con la penna in mano pronto a scrivere il suo articolo di fondo. Non ci saremmo più riveduti”.
Anche se si narra che anni dopo, il duce ormai imperante gli abbia chiesto ad un ricevimento nel quale si erano casualmente incontrati al bar Cova; “Che fai follaiolo?”. Al che il Valera avrebbe risposto: “Aspetto che mi fai fucilare”.
In effetti diversamente da molti altri massimalisti milanesi, qualche riformista e molti benpensanti liberali, Valera non transiterà mai nelle fila del fascismo ed era tenuto d’occhio come si legge nel suo casellario politico: “pur professando teorie socialiste non ha dato luogo a rilievi”.
Durante la sindacatura di Caldara ebbe alcuni incarichi dalla amministrazione comunale.
Con la guerra era iniziato il tramonto di Valera, tartassato da processi vari. Per comprendere perché il casellario giudiziario di Valera fosse pieno di processi per diffamazione, ingiurie e vilipendio (soprattutto della monarchia), basta leggere come definì alcuni giornalisti siciliani: “geldra sudiciona di pennivendoli abituati a sozzure di sentina. … Turpi e abbietti, ribaldi e infami si sono dati al mestiere dei sicari della penna prezzolata per ingiuriare, diffamare, infangare… scribivendoli … ha riversato su di noi il malessere putrido del suo cervello… carogne rimaste insepolte… Siete tatuati. Sulla vostra fronte sono le stigmate della vostra delinquenza”.
La sua vena creativa però si va esaurendo.
In crisi economica, nel 1917 si trasferisce in via Tadino 6 e apre una libreria-edicola in via Lazzaro Palazzi: “Al mare intellettuale” che è anche la sede dell’Associazione Giornalai, di cui è segretario e inizia a collaborare al giornale svizzero La libera stampa. È così che sfugge al rischio della fame
Ripubblica i suoi reportage ma il pubblico non c’è più. Per misurare come sia cambiato il clima basta ricordare che proprio in quegli anni emerge un altro grande autore di best seller socialista e milanese, che fu assessore nella giunta Caldara e intimo di Filippo Turati e Anna Kuliscioff: Virgilio Brocchi, i cui romanzi sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla sulfurea prosa di Valera. I due insieme, uno presiedendola uno raccontandola avevano partecipato all’assemblea della sezione socialista che decise l’espulsione di Mussolini dal PSI.
Valera è ormai un sopravvissuto, ma ha ancora un asso nella manica: nel 1924 pubblica l’ultimo suo lavoro Mussolini, in pratica la prima biografia del duce, con due risultati apparentemente contraddittori, da una parte il libro viene sequestrato perché ritenuto dalle autorità offensivo e denigratorio dall’altra l’autore viene espulso dal Psi, dopo quarant’anni di militanza, perché il partito ritiene il libro agiografico.
Valera scriverà indignato a Nenni: “Rimasi sempre indipendente anche in mezzo a burrasche d’uomini. … le mie pubblicazioni sono tutte di carattere ambientale. Non c’è immaginazione nei miei libri. Riproduco gli uomini come li colgo. Mussolini è come l’ho conosciuto … Io sono un libero scrittore e non mi sono lasciato imbavagliare … Respingo l’espulsione e chiedo alla direzione del partito di processarmi … Dopo quarant’anni di tessera credo di averne il diritto”. Non vi fu risposta
Il 26 aprile 1926 ha un malore in quel di porta Venezia e viene ricoverato all’ospedale Maggiore dove muore il primo maggio. Si narra che stesse scrivendo un pamphlet contro medici e infermiere.
Muore così l’ultimo degli scapigliati, il più popolare dei giornalisti-scrittori dell’area socialista a cavallo tra la fine dell’800 e la vittoria fascista, quello che Mario Borsa, direttore del Corriere della Sera, avrebbe definito: “Socialista feroce a parole, rivoluzionario a parole, sanguinario a parole, egli ha, a parole, sbranato la borghesia e polverizzato tutto il mondo capitalistico. Aveva il genio dell’ingiuria. Gli uomini contro cui la sua penna si accaniva finivano a brandelli…c’era nel Valera la stoffa di un vero artista: ché se il libello (intendendo la parola nel suo significato originale e non legale) può essere considerato come una forma letteraria, il Valera fu il più grande libellista d’Italia”.
Nel centenario della sua morte almeno un convegno la città glielo potrebbe dedicare
Walter Marossi

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