ALLEVI, BACK TO LIFE DAL PALCO DEL TEATRO DAL VERME

1991. Smoking nuovo, comprato apposta per il primo concerto a Napoli e un po’ di gel sui capelli neri corti. Una stretta al cuore, perché in sala per la Partita in Do minore di Bach ci sono soltanto cinque spettatori, che alla fine dell’esibizione investono Giovanni Allevi di un applauso commovente, capace di scacciare la vergogna e di dare spazio a un irrefrenabile entusiasmo. A conclusione di questo concerto il giovane Allevi trova anche il coraggio di suonare per i suoi cinque spettatori la sua prima composizione, Japan.

Già in questo momento ha compreso che la musica è la sua vita, la sua follia più grande e che non deve mancare l’appuntamento con il destino, l’incontro con il suo spirito guida e con la sua attitudine temeraria e innovatrice. Comincia così la sua lotta per inseguire con lo spirito avventuroso di un bambino un sogno oltre le regole, superando il senso di impotenza e trovando in sé il coraggio e la follia poetica di esporsi, di osare, di mettersi in gioco, perché questo è il dovere dell’artista, perseguire con coerenza la propria strada, anche se va incontro all’incomprensione e deve sfidare convenzioni e stereotipi condivisi.

Sono trascorsi oltre trent’anni da quell’esordio e il Maestro, che ha ormai conquistato fama interinazione come pianista, compositore e direttore d’orchestra, torna a esibirsi dopo la lunga assenza dal palcoscenico per una grave malattia, che lo ha portato a lottare tra la vita e la morte. 

T-shirt, un busto per la schiena, jeans e scarpa da tennis; i capelli grigi, ricresciuti dopo essere caduti per le conseguenze delle terapie. Il suo spirito battagliero sprigiona la voglia di non darla vinta al destino e lo avvolge in un manto di poetica leggerezza. 

L’ingresso sul palco del Teatro Dal Verme, tutto esaurito da mesi, è accolto da un applauso che incendia la sala dell’energia e del calore dell’emozione del pubblico. Come ci suggerisce Alda Merini, quando senti qualcosa che ti fa vibrare il cuore, non domandarti mai che cosa sia, ma vivilo fino in fondo, perché quel brivido, quella sensazione si chiama Vita.

La sua musica non vuole avere padroni,  esprime se stessa usando tutte le energie come quelle di un suo umile manovale, sempre pronta a accogliere nuove intuizioni, nuove idee, nuove soluzioni e scenari.

Si susseguono brani di repertorio, l’immancabile Japan dell’esordio, ma soprattutto le nuove composizioni scritte sul letto dell’Ospedale dei Tumori di Milano, un diario in note delle emozioni, ansia e dolore, euforia e ebbrezza, attesa e speranza, come Tomorrow. In questo brano Allevi esprime il nuovo significato che ha assunto per lui il concetto di domani, non più un evento lontano nel futuro, ma un presente allargato, dove ogni alba è una promessa, ogni tramonto è un arrivederci

I temi di  gentilezza, gratitudine, consapevolezza e rinascita, al centro del suo libro “I nove doni”, trovano anche nel docufilm “Back to Life” la loro espressione più intima e universale, esaltando la compassione umana e la percezione allargata, sensazione che tutti i visionari provano.

Per celebrare con il pubblico il suo ritorno alla vita, Allevi ha portato sul palco del Dal Verme gli Archi dell’Orchestra Sinfonica Italiana e il chitarrista Giulio Tampalini, per cui ha composto il Concerto Joie de vivre, viaggio musicale e umano in cui il dolore diventa maestro, la musica rito e la fragilità una nuova forma di forza.

Come in passato il Maestro vive ogni esecuzione con ogni sua cellula e non ha paura di mostrare la sua fragilità e i suoi draghi interiori, né pudore per la sofferenza e il disagio. Arrivato al punto di annunciare il ritiro dalle scene, oggi non gli interessa più la perfezione e riesce a tollerare anche il tremore delle dita dovuto a farmaci e oppioidi, o la necessità di fare esercizi di stretching durante il concerto. 

Kitai – dicono i giapponesi –, attesa. Ciò che è bello si fa sempre attendere, mentre ciò che di bello arriva subito, subito se ne va. Sapremo aspettare un nuovo concerto, ancora una volta coinvolgente e celestiale, come lo ha definito una spettatrice all’uscita.

Rita Bramante

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1 commento

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Anonimo+milanese

E’ stupefacente come questo soggetto continui a imperversare sfruttando ora impunemente la pietà, adesso che non è più nelle hit parade dei non competenti di musica colta, ma che vorrebbero esserlo. Non quella pietà che suscitano le sue inconsistenti creazioni ed esecuzioni, ma quella pelosa che ricerca il personaggino pubblico il quale, impudico prima che esibizionista, espone le proprie patologie durante il decorso in diretta social e continua a vestire i panni del degente sul palcoscenico anche dopo le dimissioni. Ai gesti giullareschi suoi consueti, da piccolo artista rapito dal proprio ego autistico, aggiunti alle gigionerie gestuali dei pianisti di quart’ordine, ora ostenta la sofferenza esibizionistica del decorso clinico come facente parte dell’esecuzione. Per i suoi fanatici, ma sempre meno numerosi estimatori, questa enfasi di vuoti sentimenti che sovrasta le sue musichette, e che a loro basta per rinunciare a crearsi un gusto e una cultura musicale, diviene una fragile ma convinta patente di verità e genio. Fenomeno che si può meglio comprendere leggendo Gustave Le Bon e che ahimè si applica a temi ben più estesi e tutto sommato molto più gravi, ma che usano lo stesso metodo di persuasione emotiva e distorsione e falsificazione della verità.

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